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Il prossimo crollo economico porrà fine al capitalismo come lo conosciamo

Rainer Shea 21 gennaio 2020

Quando gli USA subiranno la prossima recessione economica, non sarà come le recessioni relativamente piccole a cui il Paese era regolarmente sottoposto prima dello schianto del 2008. Sarà un crollo di tale portata che l’economia globale non potrà mai riprendersi, come dopo la Grande Depressione. Probabilmente sarà la fine del periodo di crescita del capitalismo e l’inizio di una contrazione senza precedenti che muterà drammaticamente la civiltà. Ci sono diversi fattori dietro questo precipizio singolarmente pericolosa su cui l’economia vacilla. Mi concentrerò prima su quello che innescherà il collasso, quindi esaminerò come gli altri fattori aggraveranno i danni.

Cosa avvierà lo schianto: il sistema finanziario concentrato e insostenibile del mondo capitalista
Stalin osservò che “L’imperialismo è l’onnipotenza dei trust e dei sindacati monopolistici, delle banche e dell’oligarchia finanziaria nei Paesi industriali”. Questa citazione era presente in un saggio in cui Stalin illustrava come l’imperialismo crei un problema autodistruttivo mentre opera il capitalismo moderno; concluse che, poiché l’imperialismo crea il potere corporativo dominante sulle istituzioni della società, i popoli non possono sconfiggere il potere corporativo con le riforme ma piuttosto rovesciando il sistema. Questa contraddizione del capitalismo imperialista, come descrisse Stalin, si è pronunciata più che mai. Dopo il salvataggio del 2008, le grandi banche ottennero ancora più potere sull’economia di prima, rendendo impossibile regolarle adeguatamente senza spezzarle. Le cinque maggiori banche detengono attualmente circa metà del settore e nel 2013 fu stimato che lo 0,2 per cento delle banche controlla il 69 per cento delle attività bancarie. Questo è successo mentre Wall Street e il governo divennero una cosa sola, con le amministrazioni di Obama e Trump che fecero di tutto per piazzare i dirigenti delle banche ai vertici. Naturalmente, la vita di operai e disoccupati è sempre più difficile nell’ultimo decennio. La maggior parte dei nordamericani non si è ripresa dalla Grande Recessione e la disuguaglianza globale ha continuato a crescere. Il debito, sia delle famiglie dei proletari in difficoltà sia del sistema finanziario, è aumentato dal 2008 e finora ne ha superato i livelli. Le persone non possono guadagnarsi da vivere come una volta. La contraddizione tra lavoro e capitale, come Stalin chiamava questo problema, è sempre più grave. Tale realtà, coe i monopoli e il rallentamento della crescita economica che abbassano gli standard di vita, minano la narrazione che il capitalismo si sia ripreso dalla recessione e sia in un “boom”. A che serve un mercato azionario sano quando l’economia mondiale si basa su bolle finanziarie simili a quelle che portarono al crollo del 2008? A che servono i bassi dati ufficiali sulla disoccupazione quando molti lavoratori sono ancora poveri e affondano sempre più nel debito? L’attuale “prosperità” si basa su tempo preso in prestito. Come Marshall Auerback scritsse nel suo articolo dello scorso anno, L’economia globale è bomba ad orologeria in attesa di esplodere: “Se pensavate che il quasi esaurimento dell’economia globale nel 2008 fosse abbastanza da far sì che i responsabili politici e i regolatori globali ripensassero la loro persistente idea su innovazione finanziaria e deregolamentazione, ripensateci. I regolatori continuano a gonfiare tale complessità, anziché ridurla al minimo. I sistemi finanziari complessi generano una regolamentazione ancora più complessa (e in definitiva inefficace). È meglio semplificare il sistema migliorando la qualità della regolamentazione e la facilità di controllo (che la complessità è volta ad evitare). Sfortunatamente, non è ciò che hanno fatto i nostri politici. Invece di ridisegnare il sistema, le autorità monetarie si sono semplicemente inserite nella catena di intermediazione che includeva una varietà in continua evoluzione di libri sul business senza considerare in primo luogo se vi fossero troppi anelli deboli nella catena del credito. Invece di abbreviare o ridisegnare le strutture creditizie dell’economia e ridurre i rischi di conseguenza, le banche centrali hanno semplicemente agito come garanti ultimi di una catena di approvvigionamento degli strumenti monetari a credito a lungo termine e più rischiosi. In assenza di qualsiasi sanzione per aver intrapreso attività le più sistematicamente pericolose, i nostri responsabili politici hanno quindi commesso gli stessi errori commessi nei primi anni 2000: decidono incentivi continui e perversi che aumentano il rischio, punendo i timidi (prudenti?) con bassi rendimenti. È un classico esempio della Legge di Gresham, secondo cui i soldi cattivi cacciano quelli buoni”. Quindi in questo decennio, molto probabilmente nei prossimi due anni, l’economia tornerà a contrarsi, e questa volta non ci sarà una struttura finanziaria stabile da impedirle di divenire depressione. Le banche, essendo più potenti che mai in un paradigma da neoliberismo e imperialismo corporativizzato, si sono rese immunizzate politicamente dalle conseguenze per i danno che causarono nel 2008. Di conseguenza, il sistema insostenibile che hanno creato crollerà di nuovo, e questa volta sarà peggio.

Ciò che aggraverà il collasso: la caduta dell’imperialismo statunitense e il declino del dollaro
Non è un caso che il grande crollo degli anni ’20 si avvicini nello stesso momento in cui l’impero nordamericano è in rapido declino e il capitalismo globale collassa. Gli Stati Uniti, epicentro dell’imperialismo globale, sono naturalmente il Paese le cui politiche di deregolamentazione hanno scatenato l’ultima recessione globale. Quindi le sue crisi economiche interne negli anni 2020 avranno simili effetti a catena globali, aggravati dal declino mondiale della crescita capitalista. Il dominio in caduta libera del potere economico borghese sarà infine concluso dal crollo dell’impero nordamericano, prodotto dallo schianto del 2008 e che avrà un impatto ancora maggiore nella prossima recessione. Il disfacimento del sistema finanziario nordamericano, così concentrato e pericoloso a causa del ruolo degli USA quale principale Paese imperialista, è inseparabile dal disfacimento dell’influenza geopolitica di Washington. Avendo notato tali connessioni tra strutture finanziarie, economiche ed imperialiste del mondo capitalista, è facile capire perché il crollo finanziario accadrà nello stesso periodo del crollo della parte cruciale dell’impero statunitense: la caduta del dollaro. Il crescente abbandono del dollaro da parte delle potenze mondiali negli ultimi due decenni finora provocava una reazione ansiosa dell’impero; Washington recentemente minacciava di attaccare militarmente Iran e Venezuela a causa dell’abbandono di questi Paesi del dollaro nel commercio internazionale. Le sempre più pesanti sanzioni statunitensi su queste e altre nazioni che hanno abbandonato il dollaro, che negli ultimi anni venivano accompagnate da guerre commerciali e interventi palesemente illegali, distruggono la reputazione globale di Washington e accelerano l’allontanamento mondiale dalla valuta nordamericana. È probabile che ad un certo punto di questo decennio, la valuta nordamericana perderà abbastanza peso globale da causare un grave danno all’economia del paese. Chris Hedges osservava che: “Il dollaro, a causa del debito pubblico astronomico ora a 21 trilioni, un debito che aumenterà coi tagli fiscali di Trump che costano al Tesoro degli Stati Uniti 1,5 trilioni nel prossimo decennio, è sempre meno affidabile. Il rapporto debito/PIL è ora superiore al 100 percento, un lampeggiante rosso per gli economisti. Il nostro enorme deficit commerciale dipende dalla vendita di buoni del tesoro all’estero. Una volta che tali obbligazioni diminuiranno di valore e non saranno più considerate investimento stabile, il dollaro subirà una grande svalutazione. Ci sono segnali che questo processo è in corso. Le riserve delle banche centrali detengono meno dollari rispetto al 2004. Ci sono meno pagamenti via SWIFT?, “lo scambio per i trasferimenti di fondi interbancari?, in dollari rispetto al 2015. La metà del commercio internazionale viene fatturata in dollari, sebbene la quota statunitense del commercio internazionale sia solo del 10 percento”. Quando il sistema finanziario del Paese si deraglierà, il dollaro sarà ancora meno stabile, spingendo ulteriori sforzi internazionali ad andare verso altre valute, una bellicosità più motivata economicamente da Washington e così via. La realtà secondo cui l’economia nordamericana non sarà solo vulnerabile internamente al prossimo incidente, ma non avrà neanche il sostegno delle altre grandi superpotenze, è evidente dalle relazioni tese degli USA con la Cina. A differenza dell’ultima volta, la Cina non salverà l’economia degli Stati Uniti nella prossima recessione. Gli Stati Uniti saranno presto più deboli economicamente e isolati globalmente di quanto non siano mai stati da quando esistono come impero. E lo dico pensando alla Grande Depressione, perché il collasso economico che affronteremo consisterà in qualcosa di più dei tradizionali fattori finanziari. Sarà anche legato al crollo del clima.

Cosa renderà irreversibile il danno causato dallo schianto: il cambiamento climatico in corso
Qui la mia analisi si amplia ancora più. Nella sua fase imperialista, il capitalismo non ha solo ampliato il potere corporativo che ha strangolato la capacità dell’economia di funzionare in modo sostenibile. Ha sfruttato troppo il mondo naturale perché la civiltà continui a esistere su scala tradizionale. Oltre il 70% delle emissioni di carbonio sono prodotte dalle prime 100 maggiori società e l’esercito degli Stati Uniti è il più grande inquinatore del mondo. Tali istituzioni, perpetuate dall’imperialismo nordamericano e dai suoi bombardamenti, campagne di droni, occupazioni e proliferazione globale del neoliberismo, hanno portato il pianeta a un punto di frattura ecologico e climatico. L’attuale consenso si basa in gran parte sul fatto che le temperature globali probabilmente si surriscalderanno di circa tre gradi Celsius entro il 2100. Ciò renderà gli oceani almeno un metro più alti spostando oltre 700 milioni di persone con le inondazioni. In uno scenario del genere, anche molte regioni aride del mondo diventeranno invivibili, provocando una migrazione di massa senza precedenti, poiché il mondo è afflitto da conflitti e carenza di risorse. Solo nei prossimi dieci anni questo processo sarà già molto avanti, con oltre 120 milioni di persone in più che si stima saranno messe in povertà entro il 2030 a causa dei cambiamenti climatici. Questo numero dà un’idea approssimativa della quantità di incendi, inondazioni, guasti agricoli, tempeste, guasti delle infrastrutture e carenze idriche che si verificheranno entro il 2030 togliendo a queste persone il proprio sostentamento. Eppure non è nemmeno inevitabile che queste persone subiscano tale privazione. In tal caso, sarà il risultato di un sistema che privilegia sicurezza e benessere dei ricchi su quelli delle classi inferiori. Il rapporto dell’ONU dello scorso anno, secondo cui ciò accadrà a 120 milioni di persone, presuppone che queste vittime del disastro saranno trascurate dal capitalismo, creando ciò che il rapporto descrive come situazione da “apartheid climatico”. A tal proposito, il capitalismo aggraverà la propria crisi durante e dopo il prossimo crollo economico. Alla metà del 2020, quando è probabile che il disastro economico sarà in pieno vigore, le persone alle prese con pignoramenti di casa, disoccupazione e debiti inesigibili sperimenteranno anche le versioni acuite delle catastrofi naturali dell’ultimo decennio. Negli Stati Uniti, gli uragani martelleranno le coste orientali e meridionali, gli incendi devasteranno l’ovest e la siccità si intensificherà in tutto il centro-ovest del continente. La destabilizzazione del clima avrà ovviamente un impatto sul resto del mondo, forse in modo più grave con futuri incendi in Brasile e Australia, allarmanti per i due Paesi che hanno abbracciato in modo aggressivo il neoliberismo. A differenza dei Paesi socialisti come la Cina, il mondo capitalista sarà colpito più duramente mentre i cambiamenti climatici continuano, perché il capitalismo abbandona i più poveri nelle situazioni di crisi. Le crisi legate al clima che i poveri negli Stati Uniti da soli hanno recentemente affrontato mostrano quanto il disastro economico renderà ancor più difficile la loro situazione. Tra il declino rapido degli standard di vita e una nuova ondata di austerità, i poveri non potranno probabilmente trovare nutrimento e riparo all’indomani di una tempesta. Sarà più difficile per le classi inferiori nel sud-ovest permettersi l’acqua. I californiani che avranno la luce regolarmente tagliata nei prossimi anni a causa dell’esacerbazione dei rischi di incendio della rete elettrica, non potranno facilmente gestire i danni finanziari di tali incidenti. Dati i costi dei recenti uragani, decine o addirittura centinaia di miliardi di dollari andranno persi ogni anno per i danni causati dai cambiamenti climatici, rendendo la depressione imminente ancora più grave. In definitiva, il cambiamento climatico provocherà una contrazione irreversibile dei mercati e del commercio riducendo la quantità di spazio abitabile e l’agricoltura affidabile.
I mercati capitalisti entrano nel complesso in un’era di rapido declino e la loro possibile ripresa sarà ancor più difficile col socialismo che otterrà grande potere economico inquesto secolo. La Belt Road Initiative cinese riorienta il centro dei mercati globali e un’ondata di rivolte anticapitaliste è iniziata nel mondo. La caduta dell’impero nordamericano farà precipitare il declino del potere di contrattazione borghese globale, mettendo infine la principale leva economica nelle forze socialiste come il Partito Comunista Cinese. Nel mondo degli affari, i capitalisti cercano di adattare i loro sforzi per trarre profitti in un futuro instabile. “Gli investitori chiedono sempre più alle aziende di rivelare i passi che prendono per prepararsi a un pianeta più caldo”, riportava un articolo del Wall Street Journal questa settimana. “Il rischio climatico è il rischio d’investimento”, dichiarava Laurence Fink, amministratore delegato di BlackRock Inc., il più grande gestore patrimoniale del mondo, nella sua lettera annuale all’inizio di questo mese”. Nel mondo politico, le attuali ansie della classe dominante comportano minacce più allarmanti del “rischio d’investimento”. La stabilità a breve termine della società capitalista è in questione. Il sistema ha consumato troppa umanità e natura, quindi ora il sistema si mangia da sé. Sorveglianza di massa, censura, polizia militarizzata, erosione delle libertà civili e militarizzazione delle frontiere sono il modo con cui il nucleo imperialista affronta gli eventi destabilizzanti degli ultimi due decenni. Quando le cose inizieranno davvero a disfarsi, tali strumenti per mantenere il controllo saranno messi alla prova.

Traduzione di Alessandro Lattanzio