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Dove vanno gli USA in Iraq?

Muhamad al-Waili, Iraqi Thoughts, 19 gennaio 2020

L’assassinio statunitense di Qasim Sulaymani e Abu Mahdi Al-Muhandis vicino l’aeroporto internazionale di Baghdad scatenava una crisi globale con pericolose conseguenze sulla sicurezza locale, regionale e internazionale. Si pone la domanda su come interpretare la mossa degli Stati Uniti e quali conseguenze avrà sulla situazione in Iraq? Il presidente Donald Trump dichiarava di aver deciso di assassinare Qasim Sulaymani su pressione di membri del GOP che svolgono un ruolo influente nel processo dell’impeachment al senato d. Tuttavia, gli Stati Uniti devono aver saputo che tale decisione avrà ripercussioni significative e, quindi, non si sarebbero impegnati alla leggera in una mossa che avrebbe sconvolto l’equilibrio nella guerra fredda che stava attuano contro l’Iran nella regione. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti sanno che la morte di una figura popolare come Sulaymani non significherà la fine dell’IRGC, né gli impedirà di perseguire l’obiettivo annunciato di scacciare gli Stati Uniti dalla regione. Gli Stati Uniti conoscono anche fin troppo bene la capacità militare dell’Iran e la logica suggerisce che non rischierebbero di essere colpiti dai missili iraniani per non screditarsi di fronte al mondo, considerando che questo non eviterebbe alle superpotenze Cina e Russia di approfittarne. Tuttavia, gli Stati Uniti l’hanno fatto. Certamente, la vendetta sembra aver giocato un ruolo vitale nella decisione. Dopotutto, Suleimani era un comandante di spicco nella Guardia Rivoluzionaria dell’Iran e tutti concordano sul fatto che era la mente degli sforzi anti-statunitensi nella regione. Tuttavia, attuando l’assassinio di Qasim Sulaymani a Baghdad e rischiando l’enorme contraccolpo, sapendo che tale azione è poco efficace a livello strategico ed è più una risposta rabbiosa per contrastare la pressione massiccia e ben calcolata dall’Iran per scacciare gli Stati Uniti gradualmente della regione, suggerisce che gli USA esauriscono lo spazio di manovra cercando disperatamente una via d’uscita. Molti ritengono che abbiano peggiorato le cose per gli Stati Uniti e il mondo.
Ciò significa per il governo iracheno che gli Stati Uniti non giocheranno a bilanciarsi, come facevano governando la situazione in Iraq, quando si tratta dell’Iran. Di conseguenza, gli iracheni osservavano come, con tale atto, l’equilibrio accuratamente calibrato che mantenevano da anni per evitare di scivolare in un incombente conflitto regionale, sia stato spezzato. Le ultime due settimane mostravano gli Stati Uniti attivamente disposti a confrontarsi con l’Iran e gli alleati dell’Iran in Iraq. Mentre il bombardamento del quartier generale di Qataib Hizbollah ad Anbar potrebbe essere stato l’annuncio dell’avvio di tale nuova fase, l’assassinio di Suleimani e al-Muhandis ne mostrava la portata. Oggi Trump minaccia apertamente sanzioni agli iracheni se chiedono agli Stati Uniti di ritirare le loro forze dall’Iraq. In risposta alla richiesta del Primo Ministro Adil Abd al-Mahdi di incontrare le delegazioni statunitensi per discutere il ritiro delle truppe come richiesto dal parlamento iracheno, il dipartimento di Stato rispose di essere disposto a negoziare la partnership con l’Iraq, ma non il ritiro delle sue truppe. Tali posizioni indicano la disperazione degli Stati Uniti nel rimanere in Iraq. Non solo mostra disinteresse per la volontà del popolo iracheno e per il fatto che gli Stati Uniti hanno causato, con loro suo embargo negli anni ’90, la morte di mezzo milione di bambini iracheni. Ancora più importante, è esauriente sul motivo per cui gli Stati Uniti sono ancora in Iraq, e la ragione principale non è combattere lo SIIL. Soprattutto con Trump presidente, l’approccio nordamericano in Iraq appare “o con me contro l’Iran, oppure …” al contrario di “amici degli Stati Uniti e amici dell’Iran”, o qualsiasi altra versione neutra che era comune nella politica irachena prima dell’attacco degli Stati Uniti. Indipendentemente da giustificazioni e motivi degli Stati Uniti, la loro mossa irrita ottenendo la disapprovazione di molti in Iraq che chiedono forti reazioni, che così arrivavano.
Gli iracheni ricordano ancora Sulaymani come il primo a rispondere alla loro richiesta di aiuto quando gli Stati Uniti guardavano lo SIIL avanzare su Baghdad ed Irbil e meditando se volevano esservi interessati o meno. Con la diplomazia pubblica, fu coinvolto religiosamente, come nessun funzionario nordamericano poteva imitare, e attraverso la sua vasta rete di leader politici, l’influenza di Sulaymani non aveva eguali nella regione. Su al-Muhandis, gli iracheni erano abituati a vederlo in prima linea a combattere lo SIIL insieme agli altri comandanti militari iracheni, sebbene fosse il vicecomandante delle Forze di mobilitazione popolari. Ed ebbe un’influenza significativa nell’élite politica e su amici e nemici che lo rispettavano. A parte la popolarità, Sulaymani era un comandante militare straniero che, secondo il Primo Ministro iracheno, era in missione diplomatica in Iraq. Al-Muhandis, d’altra parte, era, oltre un politico, un ufficiale delle forze armate irachene che riceveva Sulaymani. Gli Stati Uniti, eliminando entrambi sul suolo iracheno, indicavano agli iracheni il totale disprezzo per il diritto internazionale e gli accordi e indifferenza verso la sovranità dell’Iraq. Anche a livello culturale, attaccare un ospite, amico o nemico, è visto come vergognoso, specialmente quando la missione dell’ospite era presumibilmente per impedire nella regione altri conflitti. Assassinare un ospite da parte di terzi è ancora più problematico e uccidere un funzionario iracheno soprattutto indica un comportamento infido nella cultura prevalentemente tribale dell’Iraq. Pertanto, mentre gli iracheni sono divisi su molte questioni, anche il futuro della presenza nordamericana in Iraq, si sono uniti nel condannare la severa violazione e mancanza di rispetto della sovranità irachena e il disprezzo degli Stati Uniti nei confronti della già fragile situazione nel Paese. Il Primo Ministro ad interim, il Presidente e il Presidente del Parlamento usarono un linguaggio forte nel condannare l’azione, considerando entrambi gli uomini “martiri” ed “eroi della liberazione.” I leader della maggior parte dei partiti politici dell’Iraq si univano alla condanna.
Le azioni statunitensi hanno anche spinto risposte a Najaf. Pochi l’avranno notato, ma il Marjyia non solo espresse malcontento con un linguaggio netto, ma anche concluse, per la prima volta, il sermone del venerdì con una preghiera che gli sciiti usano prima di entrare in guerra. Ciò non ha precedenti in quanto la Marjyia non fece nulla del genere anche dopo aver annunciato la famosa fatwa per combattere loSIIL. Migliaia di persone parteciparono al funerale di Sulaymani e Muhandis, trasformandosi in manifestazioni contro gli Stati Uniti, riempiendo le strade di Qadhamiya, Najaf e Qarbala con bandiere iraniane sventolate insieme a quelle irachene. Il grande Ayatollah Sistani inviò una lettera di condoglianze all’Ayatollah Khamenei, e i media spiegavano come suo figlio e due rappresentanti pregarono durante il funerale. Altri due Grandi Ayatollah parteciparono personalmente alla cerimonia, cosa rara a Najaf. In Iran, a centinaia di migliaia parteciparono alla cerimonia organizzata per Sulaymani e Muhandis a Mashhad, Teheran e Qom cogli iraniani, questa volta sventolare bandiere irachene insieme a bandiere iraniane. L’Ayatollah Khamenei e praticamente tutta la leadership iraniana pregarono al funerale di Sulaymani e Muhandis. Dopo aver visto i massicci funerali, l’élite politica irachena avrà capito l’amara verità che se qualcuno di loro fosse morto, non sarebbero stati pianti come questi due uomini. Una delle ragioni è che al centro della crisi globale, l’Iraq subisce tumulti e viene controllato nel momento in cui una leadership è decisamente richiesta. La speranza dell’Iraq in questo momento è scarsa quanto prospettiva e capacità di manovra dei suoi leader, questa volta per salvare il Paese da una crisi politica e non solo per raggiungere le proprie ambizioni politiche. In futuro, l’influenza straniera va presa sul serio e trattata in modo più approfondito.
La politica di “droni e sanzioni” che gli Stati Uniti perseguono oggi in Iraq non farà che rafforzare ulteriormente l’idea che non siano un partner degno di fiducia e, indipendentemente dalle posizioni dell’élite politica in Iraq, tali azioni gli faranno guadagnare solo altra inimicizia dagli iracheni che hanno già sofferto le loro politiche sprezzanti in passato. Cosa molto importante, l’avvertimento nel tono del Marjyia non va preso alla leggera dai capi statunitensi

Traduzione di Alessandro Lattanzio