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L’emersione dell’Iran sintomo di grandi cambiamenti regionali

James Oneill, New Eastern Outlook 02.01.2020

L’Iran ha una storia lunga e orgogliosa. È una delle civiltà più antiche del mondo. Oggi è una delle nazioni più grandi del mondo con oltre 83 milioni di abitanti ad ottobre 2019. Come tale è la 20° nazione più grande del mondo per popolazione. Negli ultimi decenni ha subito una serie di sfide politiche, non ultime le interferenze straniere. Nel 1953 il governo secolare del Presidente Mossadegh fu rovesciato da un colpo di stato organizzato dalla CIA, la cui verità fu ammessa dalla CIA solo nell’agosto 2013. Non fu il primo, e tutt’altro che ultimo, colpo di Stato. In seguito alla fine di Mossadegh il popolo iraniano subì il regime filo-occidentale dello scià. A sua volta fu rovesciato dalla rivoluzione islamica del 1979. Probabilmente è giusto dire che l’ostilità di lunga data, e ancora esistente, degli Stati Uniti verso l’Iran risale agli eventi del 1979.
L’altro fattore principale che influenza l’atteggiamento degli Stati Uniti verso l’Iran è l’ostilità implacabile d’Israele. È una delle ironie della moderna storia del Medio Oriente che il più grande accusatore del presunto programma di armi nucleari dell’Iran sia lo stato d’Israele. Ironico perché Israele è l’unica potenza nucleare riconosciuta in Medio Oriente, rifiuta di firmare il trattato di non proliferazione nucleare o consentire l’ispezione indipendente delle sue strutture nucleari. Israele ha anche un record spaventoso, non limitato alle molteplici invasioni dei vicini (e occupazioni prolungate), la sfida al diritto internazionale e molteplici risoluzioni dell’assemblea generale delle Nazioni Unite sulla continua occupazione del territorio siriano dalla guerra del 1967, e non da ultimo il trattamento dei cittadini palestinesi. Israele si oppose con forza all’accordo nucleare del 2015 firmato dal cosiddetto “5+1” (ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania e l’Unione europea, in realtà 7+1.) L’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama descrisse l’accordo come “intesa storica”.
Questo sulle parole e buone intenzioni. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non perse tempo ad annunciare il disaccordo dall’accordo sul nucleare. Gli Stati Uniti formalmente si ritirarono dall’accordo nel maggio 2018. L’unica nazione d’accordo era Israele. Gli Stati Uniti quindi reintrodussero le sanzioni contro l’Iran. Il fatto che tali sanzioni non abbiano status nel diritto internazionale non disturba gli statunitensi. Ancora un’ulteriore prova della verità dell’osservazione del Presidente Putin secondo cui “gli americani non sanno raggiungere un accordo”. Una conseguenza sarà che le altre nazioni, coi nordcoreani attualmente esempio eccezionale, non hanno alcun incentivo a stipulare un accordo nucleare cogli statunitensi. In una parola, la loro firma su qualsiasi cosa non può essere considerata attendibile. Le nuove sanzioni nordamericane indubbiamente causavano notevoli difficoltà agli iraniani. La capacità di resistere alla pressione non fu aiutata dall’atteggiamento degli europei. Nonostante siano anche firmatari dell’accordo del 2015, il loro atteggiamento nei confronti della ripresa delle normali relazioni con l’Iran era, nella migliore delle ipotesi, equivoco. La cautela non è priva di ragioni. A parte la sprezzante indifferenza per l’adesione ai trattati internazionali, gli Stati Uniti hanno anche mostrato volontà di punire i loro “alleati” europei per la temerarietà di perseverare in alcuni rapporti, sebbene equivoci, coll’Iran.
Fortunatamente, l’Iran non è privo di opzioni. Bruciati dall’esperienza della malafede ed equivoci degli Stati Uniti ed alleati dell’Europa occidentale, gli iraniani hanno attivamente cercato opzioni commerciali altrove. Una delle più importanti è diventare osservatore della Shanghai Cooperation Organization (SCO) nel 2005. L’allora Presidente Mahmoud Ahmadinejad espresse il desiderio dell’Iran di aderire a pieno titolo già dal vertice di Shanghai del giugno 2006. La Cina era riluttante a questo passo, principalmente a causa delle sanzioni delle Nazioni Unite allora in vigore cui la Cina partecipò con la sua adesione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nel 2015 tale barriera fu rimossa. Il Presidente Xi Jin Ping visitò Teheran nel gennaio 2016. In quella visita Xi annunciò il sostegno della Cina all’Iran all’adesione a pieno titolo nella SCO. Tale sostegno, in linea di principio, non si è ancora materializzato con misure specifiche, ma il significato non va sottovalutato.
La SCO ha attualmente otto Stati aderenti a pieno titolo, che rappresentano il 40% della popolazione mondiale coll’adesione di India e Pakistan nel 2017. Ci sono altri Stati regionali che hanno espresso interesse ad acquisire la piena adesione, uno in particolare è l’Afghanistan. Vi sono altri sei Stati classificati partner del dialogo tra cui, sempre di importanza geopolitica, la Turchia. Nel 2015 Egitto e Siria chiesero lo status di osservatore e altri, tra cui Ucraina e Arabia Saudita, chiesero lo status di osservatore o piena adesione. La SCO è un esempio dei grandi cambiamenti in atto per le nazioni che sarebbero generalmente considerate “eurasiatiche”, ma le cui attività, in particolare nella cooperazione economica e geopolitica, sono quasi del tutto assenti dai reportage dei media occidentali. Vi sono altri sviluppi regionali che coinvolgono l’Iran. È un componente chiave del corridoio del trasporto nord-orientale d’ispirazione indiana (NTSC) che collega l’India alla Russia attraverso Iran e Azerbaigian. Altri Paesi della regione hanno espresso interesse a collegarsi a questo sistema. Ancora una volta, tuttavia, le sanzioni degli Stati Uniti furono applicate con un altro tentativo di contrastare qualsiasi sviluppo che possa avvantaggiare Iran e Russia. Alcuni Paesi soccomberanno senza dubbio alla pressione illegale degli Stati Uniti, ma la tendenza è inconfondibile. Altri due recenti sviluppi rafforzano questo punto. Nel novembre 2019 l’Iran firmò un accordo con Russia e Kazakistan, quest’ultimo grande Paese con diversi confini internazionali, tra cui con la Cina. Russia e Kazakistan firmarono l’accordo con l’Iran come aderenti dell’Unione economica eurasiatica (UEE) con cui anche l’Iran firmò un accordo nell’ottobre 2019.
Anche se è improbabile che l’Iran aderisca ala UEE, gli accordi firmati sono significativi a vari livelli, non da ultimo rappresentando il crescente avvicinamento dei Paesi eurasiatici che mettono gli interessi nazionali e regionali davanti a qualsiasi adesione alle sanzioni degli Stati Uniti chiaramente motivati dal loro desiderio di rimanere una forza nella regione eurasiatica. Quei giorni volgono rapidamente al termine.
L’altro sviluppo con enormi ramificazioni sono le esercitazioni navali congiunte nel Golfo di Oman e nell’Oceano Indiano che coinvolgono, per la prima volta, Cina, Russia e Iran. Queste esercitazioni si svolsero dal 27 al 30 dicembre 2019. Dal punto di vista dell’autore rappresentano l’espressione più chiara di Russia e Cina secondo cui agli Stati Uniti (e al loro alleato israeliano) non sarà consentito attaccare l’Iran. Questo esercitazione segue un incidente all’inizio del 2019 quando gli iraniani abbatterono un aereo spia degli Stati Uniti sulle loro acque territoriali. La reazione iniziale di Trump fu di annunciare la rappresaglia contro l’Iran. Fu dissuaso da Putin e Xi. Anche se poco noto all’epoca, quell’incidente segnò un cambiamento radicale nella regione. Dimostrò la volontà di Russia e Cina di sostenere l’Iran. Altrettanto significativamente stabilì che l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti nella regione aveva raggiunto la fine. Questo sviluppo del riemergere dell’Iran come partner significativo delle due grandi potenze orientali è uno sviluppo che va salutato. Simboleggia ulteriori prove del riallineamento del potere mondiale a Oriente. Vista la storia degli ultimi 300 anni, questo è un passo che va accolto con favore.

James O’Neill, barrister at Law australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio