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Siria, Washington e i curdi

Tim Anderson,  AHTribune, 31 dicembre 2019

Con la sconfitta di SIIL e Nusra, lo smascheramento dei “caschi bianchi” e le varie acrobazie sulle armi chimiche e il crollo del “Rojava”, Washington esaurisce rapidamente le opzioni in Siria. La Siria vince, ma la grande potenza non si è ancora arresa. Sapendo che perde, agisce ancora per prolungare il gioco finale e punire il popolo siriano.
Siamo seduti nel comando militare congiunto di Arima (Siria settentrionale, ad ovest di Manbij) con tre colonnelli dell’Esercito arabo siriano (EAS) e due “koval” (compagni) delle SDF in uniforme. Ci sono anche dei russi, ma non entrano nella nostra conversazione. Eppure anche nella chiacchierata amichevole, mentre aspettiamo il permesso di viaggiare a Manbij e Ayn al-Arab (Kobane), alcune tensioni sono evidenti. Condividendo caffè e cibo, sia gli ufficiali dell’EAS che i compagni delle SDF riconoscono che combattono e muoiono insieme contro l’esercito turco invasore e le sue milizie per procura. Il fronte è a pochi chilometri di distanza. Quando chiedo quali differenze ci siano tra SIIL, Nusra ed “Esercito libero”, tutti rispondono in modo derisorio. “Non c’è differenza, è questione di soldi, i combattenti vanno avanti e indietro a seconda della paga”. “Qualche differenza tra i gruppi per numero di stranieri?” Suggerisco. “Nessuna”, ripetono. Il compagno B delle SDF mi fa vedere un recente video dei combattenti dell'”Esercito libero” a Tal Abiad, a nord-est, che protestano contro le condizioni e chiedono il ritorno ad Idlib controllata da HTS/Nusra. Ma sappiamo tutti che combattono per una causa diversa. Gli ufficiali dell’EAS combattono per una Siria libera e unita, mentre i compagni delle SDF sognano ancora un “Kurdistan” indipendente ritagliando parti da Turchia, Siria ed Iraq contemporaneamente. I curdi separatisti collaboravano con le forze di occupazione statunitensi nel perseguimento del loro “Rojava” (Kurdistan occidentale), anche se Washington non sostenne mai il progetto. Molti siriani li vedono come traditori. Ma l’EAS è paziente, ha a che fare con un nemico alla volta e al momento il nemico nella Siria settentrionale è Erdogan.
Il sogno di “Rojava” è effettivamente morto. Come dimostrano sia Afrin (a marzo 2018) che Manbij (a ottobre 2019), che alcuna milizia curda potè difendere da Ankara, che vede correttamente qualsiasi “Rojava” come trampolino di lancio per un gioco più grande su una grande fetta di Turchia. La protezione delle forze di occupazione statunitensi non potrò durare sempre. Inoltre, i gruppi curdi non avevano rivendicazioni storiche esclusive su alcuna parte della Siria settentrionale. Molti altri vi vivono. In gran parte della Siria settentrionale i curdi sono una piccola minoranza. Nonostante queste tensioni, nella stanza rimane una relazione stretta, persino affettuosa. I colonnelli dell’ESA sono uomini anziani, sui 40 e 50 anni, mentre i compagni delle SDF sono più giovani, sui 30 anni. Il Colonnello H offre più caffè al compagno A mentre il compagno B racconta delle conquiste curde. “Abbiamo perso 850 martiri liberando Manbij” dice, e “2000 a Kobane”. E tutti quelli che sono nelle vostre prigioni? chiede uno dei colonnelli. “Sono riformati”, risponde il compagno B. Ciò che il compagno B non dice sulla “liberazione” di Manbij è che (1) la battaglia del 2016 fu effettivamente la consegna della città da un agente nordamericano (SIIL) a un altro (SDF), e (2) c’erano pochi curdi in quella città per lo più araba. Dopo le grandi battaglie, molti dalle aree circostanti fuggirono in città, aumentandone la popolazione. Una stima recente indica che la sua popolazione è di 700000 abitanti, di cui l’80% arabo (Najjar 2019). Del resto ci sono altre minoranze non arabe, tra cui assiri, circassi e armeni. Non c’è una vera base sociale per un regime curdo separatista a Manbij. Eppure, anche dopo la partenza delle forze di occupazione statunitensi da questa parte della Siria settentrionale, e anche se la presenza siriana e russa limita le ambizioni turche, alle SDF fu permesso mantenere la precedente amministrazione nella città e nella regione.
La natura bizzarra e insostenibile di questo regime fu resa evidente quando Nihad Rumyah, collega giornalista siriano, chiese a uno dei colonnelli di mostrarci dove eravamo. Il Colonnello A lancia felicemente una mappa militare, con posizionamenti di truppe nemiche e amiche. La prima cosa evidente è che sei unità corazzate siriane proteggevano Manbij, a nord. In secondo luogo, anche se le forze siriane ripresero il controllo di oltre 200 km di confine settentrionale, era deprimente vedere quanta parte della Siria settentrionale rimane occupata da Erdogan e camerati. L’immagine sembrava ancora più cupa quando in seguito parlammo con un consigliere di Manbij e il suo amico avvocato. Si lamentavano dei molti detenuti e torturati sotto il regime delle SDF. Dissero che a Manbij c’erano solo due villaggi curdi. Tuttavia, sembrò che fosse in atto la transizione. A novembre-dicembre furono issate bandiere siriane e russe sulle precedenti posizioni delle SDF ad Hasaqah, Ayn al-Arab, Jarablus e Tal Jamah (Syrian Observer 2019; Semenov 2019; SOHR 2019), con suggerimenti che l’SDF fossero coinvolte nei negoziati con Damasco “per raggiungere soluzioni conclusive”. Tuttavia, il leader delle SDF Mazlum Abadi affermò che il gruppo voleva “l’unità siriana … [con] autoamministrazione decentralizzata”, e mantenere la milizia delle SDF (Syrian Observer 2019). È improbabile che Damasco accetti tali termini.
La richiesta di una patria curda in Siria non è una mossa indigena che rivendica il ritorno di terre ancestrali. Né il dibattito sui curdi come migranti storici (a Yildiz 2005) o abitanti di lunga data (Hennerbichler 2012: 77-78) risolve la questione. Mentre le lingue curde sono di origine iraniana e la storia ne attraversa Mesopotamia (Iraq) e impero ottomano, i curdi sicuramente sono parte della popolazione nativa siriana. Tuttavia, gli 1,5 milioni cge la Siria ospita è il gruppo più piccolo della regione, con circa 20 milioni in Turchia (Gürbüz 2016: 31) e altri 6-8 milioni ciascuno in Iran e Iraq. L’idea del “Rojava” in Siria fu compromessa in tre modi. Innanzitutto, i gruppi curdi nella Siria settentrionale e nord-orientale sono solo uno dei numerosi gruppi (tra assiri, circassi, armeni e arabi) e in alcune aree sono piccole minoranze. In secondo luogo, il movimento separatista curdo in Siria fu eccessivamente determinato da politica e migrazione della Turchia. Il “Rojava” fu visto come il trampolino di lancio per un più ampio “Kurdistan” guidato dal nord. In terzo luogo, l’intervento della potenza imperialista sollevò le aspettative separatiste e danneggiò le relazioni curde con altri gruppi siriani. Nella lunga storia della Siria, rifugio tradizionale dele minoranze, ci fiurono molti curdi, compresi personaggi famosi, che non accettarono il sogno separatista. Due di loro sono sepolti nella moschea Ummayade di Damasco: il sovrano del XII secolo Saladino e lo studioso coranico Shayq Muhamad al-Buti (assassinato da Jabhat al-Nusra nel 2013). Molti siriani di origine curda abbracciarono l’idea di un’identità ampia. Prima del conflitto del 2011 Tejel (2009: 39-46) classificava le identità curde siriane come comprendenti nazionalisti arabi, nazionalisti curdi e comunisti, coi leader curdi siriani Husni Zayim e Adib al-Shishaqli che sostennero una “Grande Siria” non settaria.
L’influenza curda turca iniziò all’inizio del XX secolo, quando la cultura curda fu repressa dallo Stato turco post-ottomano. I curdi turchi si rifugiarono per la prima volta in Siria, anche a Damasco, dopo la fallita ribellione del 1925. L’idea stessa di un partito curdo siriano apparve per la prima volta nel 1956 al rifugiato turco Osman Sabri; e un altro rifugiato turco Nuredîn Zaza ne divenne presidente (al Kati 2019: 45, 47). Ci furono varie divisioni negli anni successivi. Il Partito dell’Unione Democratica (PYD) emerse negli anni ’80 come filiale del Kurdistan Workers Party (PKK), fedele al leader Abdallah Oecalan, che nel 1996 riconobbe che “la maggior parte dei curdi della Siria erano rifugiati e migranti dalla Turchia e avrebbero tratto beneficio ritornandovi” (Allsop 2014: 231). Molte affermazioni sui curdi “apolidi” in Siria vanno lette alla luce di questo afflusso turco. Tuttavia, Oecalan andò via nel 1998, coll’accordo di Adana tra Siria e Turchia (al Kati 2019: 49-52). Le grandi potenze, consapevoli del ruolo potenzialmente divisivo dei curdi separatisti, li usarono per decenni per dividere e indebolire i governi arabi. Gli alleati regionali degli statunitensi Israele e Iran (pre-1979) si unirono, con lo scià che nel 1962 ordinò alla sua polizia segreta SAVAK di finanziare l’insurrezione curda nell’Iraq settentrionale, in modo da minare Baghdad. Gli israeliani vi si unirono due anni dopo. La CIA offrì ulteriore aiuto ai curdi guidati da Barzani nel 1972. Un risultato fu che l’Iraq non poté unirsi alla resistenza araba contro l’espansione israeliana nel 1967 e 1973 perché gran parte delle sue forze armate erano dispiegate nel nord dell’Iraq (Gibson 2019). La guerra guidata dagli Stati Uniti in Siria nel 2011 presentò nuove opportunità separatiste. Le Unità di protezione delle popolazioni (YPG) furono riattivate nel 2012, inizialmente col sostegno di Damasco in modo che i siriani del nord potessero combattere lo SIIL. Tuttavia, l’occupazione statunitense di parte della Siria settentrionale e orientale alla fine del 2015 portò alla riorganizzazione di molte YPG nelle “Syrian Democratic Forces” (SDF) sponsorizzate dagli Stati Uniti (Martin 2018: 96). Queste a volte venivano definite forze del “Rojava”, mentre altre volte la componente curda veniva minimizzata. Secondo un rapporto militare nordamericano nel 2017, le SDF a Manbij era solo al 40% curde (Townsend in Humud, Blanchard e Nikitin 2017: 12), affrontando l’imbarazzante realtà che Manbij aveva una popolazione curda molto piccola. Alla fine del 2016 il colonnello nordamericano John Dorrian stimò i curdi complessivamente di più, affermando che le SDF “è composta da circa 45000 combattenti, di cui oltre 13000 arabi” (USDOD 2016). Molti di questi ultimi provengono da frammenti della precedente milizia per procura degli statunitensi in Siria.
Il colonnello siriano Maliq di Aleppo mi confermò che la maggior parte dei membri delle SDF erano sempre curdi, con molti provenienti da Iraq e Turchia. Le dimensioni dei contingenti non curdi e stranieri variavano in base alla paga. Un rapporto dell’International Center for the Study of Radicalization and Political Violence (ICSR) di Londra riconobbe che le forze di YPG e SDF erano rimaste sostanzialmente rami del PKK turco (Holland-McCowan 2017: 10). Il fallimento del referendum separatista del settembre 2017 in Iraq inferse un duro colpo al progetto regionale. KDP e PUK misero da parte la loro rivalità per tenere il referendum sull’indipendenza (avendo già ottenuto lo status federale) anche se non era autorizzato da Baghdad. La proposta avrebbe ottenuto l’approvazione del 92%, ma fu immediatamente respinta dal governo e dall’esercito iracheni, che scacciarono i Peshmerga da Qirquq in poche ore (Gabreldar 2018; ICG 2019). Per la prima volta da decenni, l’esercito iracheno prese il controllo della regione nord-orientale. Baghdad mostrava una volontà politica che mancava da molti anni. In Siria, le forze statunitensi non fecero nulla per fermare la pulizia etnica dei non curdi da parte delle PG nelle aree che rivendicavano. Nell’ottobre 2015, il gruppo filo-occidentale Amnesty International accusò le YPG (poco prima che gli Stati Uniti li rinominassero “forze democratiche siriane”) di sfrattare con la forza arabi e turcomanni dalle aree che avevano preso dopo aver scacciato lo SIIL. Amnesty produsse prove per mostrare casi di deportazione, demolizione e confisca di proprietà civili, che costituivano crimini di guerra (AI 2015). Accuse simili arrivavano dal governo turco (Pamuk e Bektas 2015) ma anche da rifugiati che affermavano che “i combattenti delle YPG hanno espulso arabi e turcomanni dalle loro case e bruciato i loro documenti personali” (Sehmer 2015; Al Masri 2015). Tuttavia, dopo che le forze statunitensi patrocinarono direttamente le SDF alla fine del 2015, una commissione delle Nazioni Unite, presieduta congiuntamente dal diplomatico nordamericano Karen Koning e da AbuZayd, continuò la ricerca per attribuire la maggior parte degli abusi delle forze governative siriane. La Commissione accusò YPG/SDF di deportare le comunità “[ma solo] al fine di eliminare le aree minate dallo SIIL”, e di coscrizione forzata, ma “non trovò prove a sostegno delle affermazioni che le YPG o SDF abbiano mai preso di mira le comunità arabe per motivi etnici, né che le autorità cantonali delle YPG abbiano sistematicamente cercato di modificare la composizione demografica dei territori” (IICISAR 2017: 111 e 93). Ciononostante, nel 2018 erano in corso rapporti sulla pulizia etnica dei cristiani assiri dalle aree occupate da USA-SDF nella Siria settentrionale. Fu riferito che giovani nella zona di Qamishli furono arrestati e arruolati con la forza nella milizia curda, insieme al furto di proprietà da parte delle stesse milizie (Abed 2018). Nel 2019 fu riferito che le SDF chiusero più di 2000 scuole arabe nella regione di Hasaqa (Syria Times 2019) e uccisero, ferito e imprigionato gli sfollati che cercavano di fuggire dal campo profughi di al-Hul a sud-est di Hasaqa (FNA 2019). Tuttavia, una volta che le forze statunitensi crearono e adottarono le “SDF” guidate dai curdi, Amnesty International e i media occidentali smorzarono le loro critiche.
Washington nel 2012 guardò favorevolmente al piano dello SIIL per un “principato salafita”, così da indebolire Damasco (DIA 2012). Nel settembre 2016 la forza aerea degli Stati Uniti fu utilizzata per attaccare e uccidere più di 120 soldati siriani sul Monte Tharda dietro l’aeroporto di Dayr al-Zur, per aiutare gli sforzi (falliti) del gruppo terroristico di prendere il controllo e minacciare la città (Anderson 2017). Ma quando Russia, Siria e Iraq spazzarono via tali cloni sauditi, le forze statunitensi semplicemente salvato i loro capi e sostituirono lo SIIL con le ‘SDF’ guidate dai curdi (Anderson 2019: Capitoli 5 e 7), ancora una volta per minare e indebolire Damasco. Ma le forze di occupazione statunitensi non attesero nel sponsorizzare il piano sfortunato del Rojava. Nell’ottobre 2019 il presidente Trump ordinò il parziale ritiro dal nord della Siria. L’ex-diplomatico nordamericano Robert Ford avvertì nel 2017 che gli Stati Uniti avrebbero abbandonato le SDF (O’Connor 2017). Quindi, private della protezione militare degli Stati Uniti e della principale fonte di armi e fondi, le SDF furono costrette a creare rapidamente iuna nuova alleanza con Damasco e Russia, per impedirne l’annientamento da parte delle forze di Erdogan. Il capo turco vide le YPG/SDF guidate da Oecalan come trampolino di lancio per il suo grande piano sulla Turchia (Demircan 2019).
I liberali occidentali lamentavano che gli Stati Uniti “tradivano” gli alleati curdi; ma riponevano troppa fiducia nei miti romantici. Unver (2016), ad esempio, presentò i curdi separatisti come destinatari di opportunità non volute nella “guerra civile” della Siria in un “le frontiere sono mobili”, come se la grande potenza non usansse ancora una volta la “carta curda” per dividere e indebolire Iraq e Siria. Schmidinger (2018: 13, 16-17) cercò di spacciare la diversità storica della Siria come argomento per la divisione settaria del “Rojava”, anziché per lo Stato unitario inclusivo. Ma, come fu detto molte volte prima, le potenze imperialiste non hanno mai alleati, ma solo interessi. Il leader della Resistenza libanese Hassan Nasrallah disse ai separatisti curdi nel febbraio 2018: “Alla fine lavoreranno secondo i loro interessi, vi abbandoneranno e vi venderanno al mercato degli schiavi”. Nel frattempo, con la benedizione di Washington, Erdogan persiste col suo piano di controllare gran parte della Siria settentrionale, coll’obiettivo di sistemare molti rifugiati in Turchia sotto il regime della Fratellanza Musulmana e controllato dalla milizia islamista. Il maggior-generale siriano in pensione Muhamad Abas Muhamad mi disse che il capo turco non aveva rinunciato all’ambizione di diventare un moderno “califfo” dei musulmani e lavorava a colonizzare le menti siriane con continui slogan islamisti.
Tuttavia, coll’aiuto degli alleati, la Siria vince la guerra. SIIL e Nusra sono praticamente sconfitti, le acrobazie dei “caschi bianchi” e delle armi chimiche furono smascherate e il mito del Rojava è collassato. Ma una guerra economica guidata da Washington ora prende di mira tutti i Paesi indipendenti della regione, aggravando occupazione e terrorismo. Il direttore del dipartimento politico dell’Esercito arabo siriano, Generale Hassan Hassan, ci dice che gli Stati Uniti “hanno il potere di distruggere il mondo molte volte, ma non possono trasformare tale potere in potenza”. Ecco perché le guerre statunitensi falliscono in tutta la regione. Mentre andiamo verso un mondo multipolare, dice, non ci siamo ancora. “La Siria deve ancora affrontare il regime unipolare”. Erdogan, SIIL, Israele e SDF sono tutti “marionette” di tale ordine mondiale in via di estinzione. Autorizzato dagli Stati Uniti, Erdogan vuole ancora creare una regione per i Fratelli Musulmani nel nord ed est della Siria. Questo è un ordine morente e “amcor più pericoloso”, dice il Generale Hassan. “Lo Stato profondo degli Stati Uniti sa che la sua unipolarità decade, ma questo non veniva ancora annunciato. Il nuovo sistema mondiale è nato, ma non è ancora stato riconosciuto. Gli Stati Uniti vogliono prolungare il conflitto il più possibile e punire il popolo siriano”. In tale fase di transizione assistiamo alla collaborazione tra EAS e SDF, la straordinaria anomalia di Manbij gestita dalle SDF e l’esperimento in corso di “Kobane”, la città di confine controllata dalle SDF che i siriani chiamano Ayn al.Arab. Viaggiando dalle zone rurali di Aleppo alle zone rurali di Raqqa sull’autostrada M4, attraversiamo il fiume Furat (Eufrate), un’immensa distesa di acqua dolce semi-arginata che appare particolarmente dolce tra due deserti. Girando a nord arriviamo ad Ayn al-Arab, al confine turco, in meno di un’ora. Sebbene le bande di Erdogan attaccassero Ayn al-Isa, più all’interno della Siria dall’M4, non vi era alcun segno di combattimento vicino ad Ayn al-Arab. Il Maggior-Generale Abbas afferma che Erdogan punta ad incursioni dirette, che possano essere successivamente ampliate. Questa piccola città di forse 45000 abitanti fu evacuata durante i primi combattimenti e mostrava ancora segni di distruzione, specialmente sui lati orientale e settentrionale. Meno di un decimo di Manbij ora si dice che abbia in maggioranza curdi e i compagni delle SDF sembravano ben organizzati. Siamo portati nel loro piccolo quartier generale, un edificio a tre piani, per attendere ulteriori controlli e la scorta per una delle loro scuole e uno dei loro ospedali. Nella scuola secondaria, come nel quartier generale, sembravano diffidenti nei confronti di uno straniero accompagnato da un colonnello dell’EAS e da un giornalista siriano. Ciò finì quando chiese del loro curriculum e dei bambini, che chiaramente avevano subito un grave trauma. Il preside affermò che sviluppavano programmi per aiutare gli studenti ad affrontare le esperienze di guerra. La minaccia non è finita, in quanto le truppe di Erdogan, comprese le bande islamiste, erano a pochi chilometri a nord. Il curriculum nazionalista curdo fu sospeso col sistema centralizzato basato sull’arabo impostato a Damasco. Il preside spiega che il loro programma avviene per il 60% in lingua curda, il 20% in arabo e il 20% in inglese. Per i bambini arabi il programma era al 60% arabo, 20% curdo e 20% inglese. Parlavano di quattro “nazionalità” a Kobane: curdo, arabo, yazidi e cristiano. È così che la vedevano. Anche la gestione del piccolo ospedale era fortemente nazionalista curda. Chiedo dove ottengano il lsostegno e menzionano nordamericani e certe ONG internazionali. Certo, non c’era nulla da Ankara. “E Damasco?”, Chiedo. “Niente e non vogliamo nulla”, dice uno dei dirigenti. Ciò sarebbe vero per questo ospedale. Tuttavia i colleghi siriani affermano che la maggior parte dei centri sanitari nelle aree controllate dalle SDF ricevono ancora finanziamenti e forniture da Damasco. Quindi non solo la loro sicurezza è garantita dallo Stato siriano, ma lo sono anche la maggior parte dei servizi sociali. Resta da vedere quanta autonomia curda rimarrà con un accordo politico finale. La federazione non fa parte dei colloqui, è chiaro che Damasco lo vede come modo per smembrare e indebolire il Paese. Mentre EAS e SDF combattono assieme le bande di Erdogan, Damasco invitava i leader arabi nel nord e nord-est che avevano collaborato con la forza di occupazione degli Stati Uniti e le SDF, a tornare nell’Esercito arabo siriano. Dall’altro lato, il comandante generale delle SDF Mazloum Abdi si oppone all’adesione delle SDF nell’EAS (Van Wilgenburg 2019) e desidera mantenere il più possibile l’amministrazione locale (Syrian Observer 2019). La continua presenza e sponsorizzazione degli Stati Uniti delle unità SDF ad Hasqka, Qamishli e Dayr al-Zur (Ahval 2019), serve a mantenere le illusioni sull’autonomia.
Sui media russi c’è del pessimismo sulla riconciliazione tra SDF e Damasco. Un osservatore suggerisce che “la Russia alla fine costringerà la maggior parte (se non tutte) delle forze turche a lasciare la Siria… [ma Damasco] e i curdi siriani hanno obiettivi politici e militari opposti che non potranno essere facilmente riconciliati” (Stein 2019). Tuttavia, Damasco ha alcune altre carte. YPG/PKK/SDF accrebbero l’influenza con la sponsorizzazione degli Stati Uniti e, mentre questa diminuisce, è probabile che riemergano altre voci nel nord, anche curde, soprattutto col processo costituzionale a Ginevra. Il Maggior-Generale Abas osserva che ora ci sono dozzine di partiti curdi nel nord-est (Syria Times 2018). Data l’intransigenza delle SDF dipendenti dagli Stati Uniti, si dice che la Russia recluti giovani curdi siriani per un gruppo rivale (Duvar 2019), che probabilmente verrà incorporato nell’EAS. Dal mio punto di vista, ci sarà probabilmente un certo adattamento delle richieste nazionaliste curde a livello amministrativo e locale, ma accanto agli sforzi per garantire che ciò non privilegi i curdi sugli altri gruppi siriani. Ciò dovrebbe apparire nella costituzione modificata. Il vecchio ordine mondiale muore e il nuovo ancora deve nascere. In questo mondo in transizione, Washington persiste con la sua guerra perduta per dividere e punire il popolo siriano.

Note:
Abed, Sarah (2018) ‘Milizia curda nella Siria nord-orientale si rivolge a rapimento, coscrizione, tattiche simili all’ISIS‘, MintPress, 12 febbraio
Ahval (2019) ‘Comandante curdo siriano annuncia accordo SDF con la Russia‘, 2 dicembre
AI (2015) ‘Siria: ‘Non avevamo un posto dove andare’- Deportazione e demolizioni nel nord della Siria‘, Amnesty International, Londra, ottobre
al-Masri, Abdulrahman (2015) “Esiste una” pulizia etnica sistematica “da parte dei curdi nella Siria nordorientale?“, Middle East Monitor, 21 giugno
Allsop, Harriet (2014) I curdi della Siria: partiti politici e identità in Medio Oriente, IB Tauris, New York
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Chomani, Kamal (2019) ‘La disputa sul petrolio riaccende le tensioni di Baghdad-Erbil‘, al Monitor, 29 maggio
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Duvar (2019) ‘La Russia cerca di costruire forze locali curde per sostituire SDF‘, 24 dicembre
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Traduzione di Alessandro Lattanzio