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Ecco perché lascio una esiziale setta di sinistra

Debatt 19 dicembre 2019

Per oltre vent’anni sono stato in una delle setta più subdole della Svezia, negli ultimi anni ero al vertice, ma ora me ne vado. Noi che abbiamo sollevato questioni cruciali come “che cosa ha fatto la sinistra di sbagliato se i lavoratori votano per gli SD”, venivamo trattati da eretici, definiti deviazionisti, scrive il comunista Nils Littorin. Questo è un articolo di Dibattito e l’autore presenta le sue opinioni nel testo.

Come osservò Karl Marx, ogni dramma storico si svolge due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa. Se il primo tentativo di costruire il socialismo, la grande rivoluzione russa dell’ottobre 1917, si concluse con una tragedia, si può dire che l’autoproclamato erede in Svezia, incarnato dal Partito Comunista, ex-KPML(r), divenne una farsa. Per oltre vent’anni sono stato im una delle setta più subdole della Svezia, negli ultimi anni al suo vertice. Ma ora me ne vado. Non ci sono i miei valori basati su giustizia, libertà e socialismo. No, lascio un partito la cui attività consiste principalmente in riunioni in seminterrati in cui dei vecchi soptavvissuti si siedono e si pugnalano alla schinea. L’età media è come nel PRO e la presenza di genere come nei SD.

Libreria Stella rossa
Riunione degli aderenti, riunione del direttivo, riunione del distretto, riunione del consiglio di partito, circoli delle librerie, circoli di studio, riunioni pubbliche e riunioni ristrette. Vi ho partecipato più di quanto possa ricordare. Il numero di riunioni è in netto contrasto col numero di voti alle elezioni. Stare nella libreria Stella Rossa ha un valore superiore che vivere la realtà esterna. L’identità da perdente è così radicata che i membri del partito nemmeno entrano nella partita sul futuro della Svezia. Sono felici di sedersi e commentare. Forse va perdonata la generazione del ’68 invecchiata ed incapace, non volendo, di essere alla testa delle lotte. Le riunioni prevedibili, i soliti incantesimi e la scusa che non andremo da nessuna parte sono diventati il ??mantra delle lamentele della sinistra. La nostra chiesa.

La migrazione nel deserto della politica dell’identità
Quando il vecchio presidente esce per incontri predicando sui soviet (e cos’altro?), come nella saga di Gösta Berling un sospiro di sollievo attraversa la congregazione: finalmente il prete è sul pulpito! Dimentichiamoci incendi, sparatorie e la presa sempre più stretta dei SD sulla classe operaia. Beviamo il vino rosso della casa e cantiamo gli inni che vinciamo comunque. La falce e il martello, citazioni di Lenin e striscioni logori con slogan degli anni ’70 appesi sin dalla fondazione del partito, dando subito un’impressione strana. Allo stesso tempo, il partito ha calpestato la politica nel deserto della politica d’identità della sinistra. Ci sono femminismo, LGBTQ, antirazzismo e una politica sull’immigrazione ultraliberale. Quando Greta Thunberg nella rivista Proletaeren viene salutata come il profeta del nostro tempo e i sindacati vengono derisi per non aver obbedito al suo “sciopero sul clima”, il passo verso il foglio parrocchiale non è lungo. Le parole alate del pioniere socialista August Palm sono appese al muro in ogni congresso: “La liberazione della classe operaia deve essere opera sua”. Quanto sembra falso quando le domande e le pretese della classe media si sono infiltrate anche in questo partito. Noi che non saremmo mai come gli altri?

Tabù mettere in discussione la politica della migrazione
Una giovane generazione di compagni se ne va con me. La consapevolezza che il comunismo del XX secolo è morto e che non manca a molti ci ha fatto ripensare alle vecchie verità. La politica, l’organizzazione e le modalità espressive vanno aggiornate al nuovo millennio. Apparentemente un pezzo troppo poco digeribile da ingoiare. Quando ponemmo domande cruciali come “che ha fatto la sinistra di sbagliato se i lavoratori votano per i SD”, fummo trattati da eretici, daviando dalla giusta dottrina. Il nostro interrogativo sulla catastrofica politica migratoria non fu accolto con una discussione intellettuale ma sospettato di razzismo. Marx disse che la rivoluzione diventa possibile solo quando la classe dominante non può più e la classe oppressa non vuole più vivere alla vecchia maniera. Per una sinistra che non può o non vuole essere in prima linea nel cambiamento, ma solo un’ultima dimostrazione, in quattro in tutto, può restarsene al museo.

Nils Littorin, ex-membro del Partito comunista svedese

Traduzione di Alessandro Lattanzio