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Attacco al petrolio saudita e proteste coreografate nei Paesi vicini all’Iran

Nauman Sadiq, Global Research, 18 dicembre 2019

Dopo la posa di mine magnetiche su petroliere al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti a maggio, il successivo abbattimento del drone spia degli Stati Uniti nel Golfo Persico e l’attacco sfacciato alla centrale petrolifera di Abuqayq e al giacimento petrolifero di Qurays nella provincia orientale dell’Arabia Saudita il 14 settembre, le proteste coreografate scoppiavano in Libano e Iraq ad ottobre. La giornalista libanese-statunitense Rania Khalek documentava per The Grey Zone [1] che le forze politiche sostenute dagli USA guidano la “rivoluzione colorata” in Libano, dove il gruppo di resistenza appoggiato dall’Iran Hezbollah fa parte del governo di coalizione. Allo stesso modo, l’Iraq subiva l’occupazione nordamericana dal 2003 al 2011 ed è noto per avere simpatizzanti degli statunitensi nel nord occupata dai curdi e nella maggioranza sciita a sud del Paese, dove operano le major petrolifere statunitensi che dispensano generosità tra i capi di una miriade di clan e confraternite. A differenza di Libano e Iraq, tuttavia l’Iran non era immune da manifestazioni politiche sostenute da stranieri, nonostante non abbia alcun collaborazionista imperialista sul campo, oltre al gruppo marginale dei Mujahideen-e-Khalq (MEK) finanziato da Stati Uniti, Francia e Israele.
La causa delle proteste in Iran del 15 novembre fu il forte aumento dei prezzi della benzina dal governo Rouhani, soprannominato “sabotaggio” dal leader supremo Ali Khamenei. La regione più colpita fu la provincia del Khuzestan, nel sud-ovest dell’Iran, che ospita una grande minoranza araba sunnita nota per avere rimostranze contro Teheran e suscettibile alle infiltrazioni dei tirapiedi degli imperialisti. Sulla recente escalation nel Golfo Persico, anche se i ribelli huthi dello Yemen rivendicavano l’attacco complesso del 14 settembre con droni e missili da crociera all’impianto petrolifero di Abuqayq e al giacimento petrolifero di Qurays nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, con droni UAV-X dalla portata di 1500 chilometri, Washington rigettava la possibilità. Invece, accusavano Teheran di aver sferrato l’attacco dal territorio iraniano, il che è improbabile perché l’Iran non lascerebbe mai dietro di sé prove che l’implichino, poiché il Golfo Persico strategicamente vitale è monitorato 24 ore su 24 da satelliti e aerei di sorveglianza statunitensi. I sospetti più probabili erano le milizie appoggiate dall’Iran in Iraq perché il complesso attacco con droni e missili da crociera fu attutato dal nord. Citando i funzionari dell’intelligence irachena, David Hearst riferì [2] per il Middle East Eye il giorno dopo l’attacco del 14 settembre che droni e missili furono lanciati dalla milizia Hashd al-Shabi dalle basi nel sud dell’Iraq. Sebbene Washington abbia inventato “un’intelligence credibile”, l’attacco fu lanciato direttamente dall’Iran sud-occidentale, ciò che dà credito al rapporto che fu inscenato dall’Iraq meridionale è il fatto che diversi testimoni oculari riferirono di aver visto droni attraversare lo spazio aereo kuwaitiano, entrando da nord e colpendo obiettivi a sud, nell’est dell’Arabia Saudita. Inoltre, nelle settimane precedenti l’attacco, Washington accusò la milizia Hashd al-Shabi di aver sferrato un altro attacco all’Arabia Saudita orientale rivendicato dai ribelli huthi perché la provincia saudita, ricca di petrolio, è più vicina al confine iracheno che non la fortezza huthi a Sada, Yemen. Inoltre, nelle settimane precedenti l’attacco, le milizie appoggiate dall’Iran accusarono Stati Uniti e Israele ad agosto per aver compiuto attacchi aerei sulle loro basi in Iraq colpendo i depositi di razzi recentemente forniti alle milizie dall’Iran. Va notato che 5000 truppe nordamericane e numerosi velivoli sono ancora dispiegati in Iraq, quindi il probabile colpevole degli attacchi alle milizie sostenute dall’Iran in Iraq erano gli Stati Uniti, non Israele.
Coprendo gli attacchi aerei israeliani, Washington condusse diversi attacchi aerei su obiettivi in Siria e Iraq attribuendoli ad Israele, che spesso compie attacchi aerei e missilistici contro agenti iraniani e milizia di Hezbollah in Siria e Libano, sebbene Israele non abbia mai condotto un attacco aereo in Iraq perché avrebbe dovuto violare lo spazio aereo giordano. Oltre agli attacchi aerei sui depositi delle milizie appoggiate dall’Iran in Iraq, si sospetta che le forze aeree statunitensi avessero attaccato la base militare di recente costruzione Imam Ali nella Siria orientale, al valico di frontiera Buqamal-Qaim che ospitava agenti iraniani della Forza Quds. Oltre a piazzare mine sulle petroliere degli Emirati Arabi Uniti e abbattere il drone-spia Global Hawk, l’attacco del 14 settembre alla centrale petrolifera di Abuqayq e al giacimento petrolifero di Qurays fu il terzo grande attacco nel Golfo Persico contro gli interessi di Washington e suoi clienti regionali. Il fatto che gli Emirati Arabi Uniti avvertissero su imminenti attacchi fu dimostrato dal fatto che settimane prima ritirava le forze dello Yemen che combattevano contro i ribelli huthi e le schierava ai confini territoriali degli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, uno scherzo puerile come piazzare mine su petroliere può essere trascurato, ma le principali provocazioni come abbattere un aereo-spia da 200 milioni di dollari e attaccare con droni e missili l’impianto petrolifero di Abuqayq paralizzando la raffinazione del petrolio per settimane, avrebbero serie ripercussioni.
L’attacco del 14 settembre alla centrale petrolifera di Abuqayq nell’Arabia Saudita orientale fu l’apocalisse per l’industria petrolifera globale perché tratta cinque milioni di barili di petrolio greggio al giorno, più della metà della produzione totale di petrolio dell’Arabia Saudita. L’attacco sovversivo provocava nervosismi in tutti i mercati globali e il prezzo del petrolio aumentava del 20%, il picco più alto dalla prima guerra del Golfo, quando Sadam Husayn invase il Quwait nel 1990, sebbene il prezzo del petrolio fosse calato pochi giorni dopo che le nazioni industrializzate rilasciarono le loro riserve petrolifere strategiche. Al fine di comprendere il peso del petrolio del Golfo Persico nel mondo industrializzato affamato di energia, ecco alcune statistiche dell’OPEC: L’Arabia Saudita ha le riserve di greggio più grandi al mondo comprovate di 265 miliardi di barili e la sua produzione giornaliera di petrolio è 10 milioni di barili; Iran e Iraq hanno riserve da 150 miliardi di barili e capacità di produrre 5 milioni di barili al giorno ciascuno; mentre Emirati Arabi Uniti e Quwayt hanno riserve da 100 miliardi di barili e producono 3 milioni di barili al giorno ciascuno; quindi, tutti gli Stati litorali del Golfo Persico insieme detengono 788 miliardi di barili, più della metà delle riserve petrolifere provate del mondo da 1477 miliardi di barili. Non sorprende che 35000 truppe nordamericane siano schierate nelle basi militari e nelle portaerei nel Golfo Persico in conformità con la dottrina Carter del 1980, che afferma: “Lasciate che la nostra posizione sia assolutamente chiara: un tentativo di qualsiasi forza esterna di controllare della regione del Golfo Persico sarà considerato attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America che sarà respinto con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare”.
Va ricordato che oltre a schierare diverse migliaia di truppe nordamericane, ulteriori squadroni di aeromobili e batterie di missili Patriot in Arabia Saudita all’indomani dell’attacco di Abuqayq, diversi falchi interventisti a Washington invocarono la Dottrina Carter per attacchi di rappresaglia contro l’Iran. L’unica grazia salvifica dell’Iran è la sua forza militare, la posizione geostrategica nel Golfo Persico e la retorica della resistenza contro l’imperialismo nordamericano che fa appello ai sentimenti delle masse del Medio Oriente, saldamente unite col governo rivoluzionario, tuttavia Teheran prudentemente evitava d’intensificare ulteriormente il conflitto coi regimi clienti di Washington nella regione, a seguito delle dimostrazioni coreografate in Libano e Iraq ad ottobre.

Nauman Sadiq è un avvocato, editorialista e analista geopolitico di Islamabad, focalizzato sulla politica delle regioni Af-Pak e Medio Oriente, sul neocolonialismo e petro-imperialismo. Collabora regolarmente con Global Research .

Note:
[1] I partiti sostenuti dagli USA si sono infiltrati nelle proteste del Libano
[2] I droni iraniani lanciati dall’Iraq effettuavano attacchi contro gli impianti petroliferi sauditi
[3] La milizia appoggiata dall’Iran accusa Stati Uniti e Israele degli attacchi alle basi in Iraq

Traduzione di Alessandro Lattanzio