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Ognuno ha i suoi “diritti umani”!

Bruno Guigue, 14 dicembre 2019

Nel suo lavoro intitolato La trappola di Tucidide, l’accademico Graham Allison si chiede come gli Stati Uniti potranno controllare l’ascesa della Cina. Non facendogli la guerra contro, riconosce l’autore, perché la potenza militare cinese è dissuasiva e, in caso di scontro, i danni causati ad entrambi sarebbero insopportabile. Nemmeno sul piano economico, perché qui, crede Graham Allison, i cinesi hanno già detronizzato l’ex-potenza planetaria e ci sono tutte le ragioni per credere che confermeranno il vantaggio in futuro. Quindi gli Stati Uniti dovrebbero rassegnarsi alla vittoria del nuovo avversario sistemico nel momento in cui Mike Pompeo, il capo della diplomazia nordamericana, designa il Partito comunista cinese come il “principale nemico” del suo Paese? Graham Allison risponde negativamente. Se non ci si può aspettare nulla da un conflitto armato perché sarebbe un suicidio, o da una competizione economica persa in anticipo, rimane tuttavia un’area in cui Washington può compensare la sua inferiorità, dice, ed è quella dei “diritti umani”. Come in passato contro l’Unione Sovietica, la litania dei “diritti umani” è il carburante ideologico della nuova guerra fredda. Se si crede ai capi nordamericani e a come tale discorso viene spacciato dalla servile stampa occidentale, i cinesi avrebbero commesso orrori innominabili contro la propria popolazione. Nello Xinjiang, una regione autonoma nella Cina nord-occidentale, si dice che “milioni” di uiguri siano rinchiusi e torturati nei campi di concentramento. Tuttavia, tale grottesca accusa è stata smentita da Pechino e decine di Paesi musulmani che salutano la politica preventiva e repressiva della Cina contro il terrorismo importato Made in CIA. Ad Hong Kong, durante le manifestazioni che hanno scosso l’ex-colonia inglese, la stampa occidentale profetizzò un bagno di sangue simile al “massacro” di Piazza Tiananmen. Nonostante le provocazioni degli estremisti apertamente sostenuti dagli Stati Uniti, le attività della polizia di Hong Kong si contraddistinsero al contrario per la moderazione, offrendo un netto contrasto alle violenze scatenate in Francia nello stesso momento contro i gilet gialli, con decine di migliaia di arresti, 200 feriti gravi, di cui 25 mutilati, sopportando l’impronta della nostra bella “democrazia” e di cui non esiste equivalente in Cina, Paese sempre descritto dall’occidente come “dittatura totalitaria”.
La propaganda inventa così un mondo immaginario in cui la coscienza occidentale, priva di ogni impurità, credendo che denunciare le turpitudini commesse da altri, scacci dei fantasmi. Eccelle nell’arte di fabbricare fatti inesistenti, anticipare eventi improbabili e sostituire con la fantasy la realtà. Ed ogni volta, con ogni menzogna, tale propaganda brandisce i “diritti umani” come Mosè brandiva le Tavole della Legge. E ogni volta, l’occidente fattosi forte col moralismo infligge punizioni e ricompense, come se fosse il depositario universale di tali “diritti umani” che coincidono immediatamente coi propri interessi. Ci si chiede, tuttavia, per quali motivi un Paese come gli Stati Uniti sarebbe giustificato nel giudicare le politiche interne di altri Paesi sulla base di principi umanistici. Fondato da coloni schiavisti e genocidi che si credevano il popolo eletto, questo Stato brilla sempre nella propria breve storia della capacità di violare i diritti di uomini dei non nordamericani e dei non bianchi, anche se ciò significò massacrare intere popolazioni quando non erano ricettivi col messaggio salvifico. Come altro, la dottrina dei diritti umani è inutile se si scopre che la sua applicazione giustifica gli orrori. E se i diritti umani sono “universali e imprescrivibili”, che li ha sempre in bocca ha solo dimostrato di non esserli. In ogni caso, è legittimo chiedersi perché la dottrina dei diritti umani sia uno strumento della propaganda così conveniente. Si potrebbe rispondere, ovviamente, con la tesi della perversione. Se la dottrina giustifica ciò che sembra condannare, è perché i potenti l’hanno “deviata” dal suo senso originale. La dottrina sarebbe pura, ovviamente, ma il suo uso impuro. Questo è ciò che dice Rousseau sulle leggi. Idealmente, sono espressione della volontà generale, prendendo di mira l’interesse comune. Ma “in realtà, dice, le leggi sono utili per chi possiede e dannose per chi non ha nulla”. Perché nel mondo reale sono i potenti che fanno le leggi, e in una società ingiusta, le leggi non possono essere giuste. Lo stesso ragionamento non può essere fatto sui diritti umani. Non possiamo semplicemente dire, ad esempio, che i diritti umani sono grandi, ma gli Stati Uniti li tolgono dal vero significato, usandoli per giustificare interferenze negli affari di altre nazioni e coprire il proprio imperialismo con la veste dell’umanesimo. Naturalmente tale proposizione è vera: sì, gli Stati Uniti strumentalizzano la dottrina dei diritti umani. Ma non basta fare questa osservazione. Perché se tale strumentalizzazione è possibile, è perché c’è qualcosa nella dottrina dei diritti umani che vi si presta. Per cogliere tale relazione, si deve guardare alla famosa “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789. Nell’articolo 1 si afferma che “gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”. Quindi l’articolo 2 specifica che “i diritti umani naturali e imprescindibili sono libertà, proprietà, sicurezza e resistenza all’oppressione”. Si noterà immediatamente che l’uguaglianza non è parte esplicita dei diritti umani, che la proprietà viene immediatamente dopo la libertà e che la sicurezza, che garantisce libertà e proprietà, occupa il terzo posto. Noteremo anche la definizione di libertà, nell’articolo 4, come “il potere di fare qualsiasi cosa che non danneggi i diritti degli altri”. Ora, come dice Marx, tale libertà è quella dell'”uomo considerato come una monade isolata, ritirata in se stessa”. Puramente individuale, questa libertà ha dei limiti “contrassegnati dalla legge, così come il limite di due campi è determinato da un palo”. Logicamente, tale libertà dell’individuo fiorisce dalla proprietà, e da questo il diritto di “godere della sua fortuna e disporne a suo piacimento, senza preoccuparsi degli altri uomini, indipendentemente dalla società”. Fondamentalmente, conclude Marx, “alcuno dei presunti diritti umani va oltre l’uomo egoista, l’uomo come membro della società borghese, vale a dire individuo distinto dalla comunità, ritirato in se stesso, preoccupato solo del proprio interesse personale che obbedisce all’arbitrarietà privata. L’uomo è lungi dall’essere considerato un essere generico; al contrario, la stessa vita generica, la società, appare come un quadro esterno all’individuo, come una limitazione della sua indipendenza originale”. (Sulla questione ebraica, 1843).
In altre parole, i diritti affermati dalla dichiarazione del 1789 sono astratti che non corrispondono ad alcuna realtà concreta se non all’esercizio dei proprietari del loro diritto di proprietà e alla solenne garanzia offertagli dalla società borghese. Per quanto proclami il carattere universale e imprescindibile della “libertà”, ad esempio, restano solo parole. Distinta dal quadro sociale in grado di dargli contenuto, tale presunta universalità è astratta e non concreta. Se si vuol prendere sul serio la libertà, va resa un diritto concreto, non astratto. E affinché acceda a questa realtà concreta, per avere un contenuto, deve essere pensata diversamente che come libertà dell’individuo. Abbiamo dovuto fare questa breve deviazione nell’analisi teorica per comprendere il vero significato dell’ideologia dei diritti umani. Il testo del 1789 è un manifesto la cui funzione è rendere legittimo il passaggio di potere, in tutte le sue forme, alla nascente borghesia. Intendeva giustificare la frattura con la società feudale e le sue gerarchie ereditarie. Ma afferma solo l’uguaglianza dei diritti per giustificare la disparità di ricchezze. Il suo redattore principale, padre Sieyès, inventò la famosa distinzione tra “cittadini attivi” e “cittadini passivi”: solo i primi, poiché proprietari, erano chiamati a votare perché erano “i veri azionisti di grande impresa sociale”. Quando sentiamo che alcuni Stati invocano i diritti umani per stigmatizzare i nemici, non è inutile ricordare che nella dichiarazione dei diritti la prima rivendicazione è solo quella dei diritti della borghesia. Nei dibattiti parlamentari, Robespierre già denunciò il carattere di classe del testo futuro: “Ha moltiplicato gli articoli per garantire la massima libertà nell’esercizio della proprietà e non ha detto una sola parola per determinare la legittimità; affinché la vostra dichiarazione appaia fatta non per gli uomini, ma per i ricchi, i monopolisti, gli aggiotatori e i tiranni”. Si comprende meglio, quindi, che la compassione umanitaria delle nostre meravigliose “democrazie” è a geometria variabile. Gli Stati Uniti non hanno mai espresso riserve sul suo amico, il dittatore cubano Fulgencio Batista, e sulla sua repressione, ma scatenò la propria propaganda contro Cuba il giorno in cui il governo rivoluzionario di Fidel Castro decise di nazionalizzare le attività delle società nordamericane sul suolo nazionale. Per Washington, la “libertà” è il diritto delle proprie società di raccogliere i profitti dallo sfruttamento economico di un piccolo Paese caraibico per sempre. Chiaramente, la “libertà” non è il diritto di una nazione di difendere la propria sovranità e promuovere il proprio sviluppo.
Se i capi degli Stati Uniti oggi cercano di destabilizzare la Cina, non è perché ci sono “milioni di uiguri” nei campi di concentramento. Sanno benissimo che è una favola grottesca, analoga all’attacco delle motovedette del Vietnam del Nord, alle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn, alle incubatrici di Kuwait-City, alle immaginarie uccisioni di Gheddafi e ai crimini chimici di Bashar al-Assad. Il diritto dell’uomo prodotto dalla CIA è una formidabile fabbrica di menzogne che occupa incessantemente il quantum cerebrale disponibile degli spettatori occidentali, per giustificare le predazioni coll’aiuto delle ONG, troppo felici di mettere le loro palle di neve in questa valanga di calunnie che discende sui Paesi che osano resistere all’egemonia occidentale. Se Washington vuole combattere la Cina, non è perché i cinesi sono oppressi da un’abominevole dittatura e sognano segretamente di conoscere la felicità del vivere nel modo americano, con sparatorie nelle scuole, discriminazione razziale, mafie di ogni genere e cucina insipida. È semplicemente perché questo Paese è conforme alla propria sovranità, è dotato di un sistema efficiente, e che i suoi leader ne hanno fatto la prima potenza planetaria e che le prospettive di profitto dell’oligarchia finanziaria, il cui quartier generale si trova a Wall Street, in queste condizioni tende seriamente a diminuire allo stesso ritmo della speranza, degli Stati Uniti, di preservare un’egemonia manifestamente traballante. Non sorprende, ovviamente, ma il fatto che i cinesi abbiano tolto 700 milioni di persone dalla povertà in 20 anni è di scarso interesse per le belle anime dei diritti umani occidentali. Un geniale teorico del neoliberismo, Friedrich Hayek credeva che i diritti sociali sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 fossero un abominio. Questi diritti alla vita, al lavoro, alla salute o all’istruzione, tuttavia, hanno il doppio merito di essere veramente universali per definizione e di corrispondere a possibilità concrete non appena gli Stati ne danno contenuto. Contrariamente alla Dichiarazione del 1789, quella del 1948 riflette in effetti la lotta di potere tra borghesia e classi popolari derivante dal patto sociale siglato con la Liberazione e favorito dal crollo del liberalismo. Alla luce dei risultati, alcuni Paesi sembrano aver preso sul serio i diritti sociali proclamati nel 1948. Questi paesi non sono liberali, ed è perciò che hanno istituito, a beneficio di molti, un sistema sanitario funzionante. Nonostante il blocco, Cuba ha creato un sistema sanitario premiato dall’OMS e l’aspettativa di vita a Cuba (80 anni) ha superato quella degli Stati Uniti (79 anni). Nell’ultima valutazione dei sistemi educativi internazionali (PISA), che ha coinvolto un campione di 600000 studenti delle scuole superiori in 50 Paesi nel 2018, la Repubblica popolare cinese è arrivata prima con Singapore. Questi risultati ottenuti oggi da un Paese che aveva l’80% di analfabeti nel 1949, dovrebbero far pensare chi è interessato all’effettiva trasformazione dei diritti formali in diritti reali. Ma i diritti umani ordinari, quelli delle ONG, si occupano solo dei diritti individuali e abbandonano i diritti collettivi. La compassione per l’umanità sofferente è selettiva. Si mobilitano solo per le minoranze o singoli individui, agendo caso per caso scegliendo chi si ritiene degno di attenzione. Vogliono combattere la discriminazione e non lo sfruttamento, l’esclusione e non la povertà, la privazione della libertà inflitta a pochi e non la miseria imposta a molti. Conoscono solo persone con diritti e si preoccupano poco se ci sono ricchi e poveri tra loro. L’unica lotta che conta ai loro occhi mira ad allineare individui astratti a uno standard limitato alle sole libertà formali.
In realtà, i diritti umani ordinari nascondono il fatto che le libertà è efficace solo se i diritti collettivi sono garantiti da determinate strutture sociali. Tendono a mascherare il fatto che i diritti sono reali se gli individui sono adeguatamente nutriti, ospitati, educati e curati, e queste condizioni sono a loro volta soddisfatte solo se lo Stato prende le cose nelle proprie mani e le rende sostenibili. In breve, queste belle anime dimenticano semplicemente che gli individui non sono altro senza la società e che i diritti di cui viene richiesta l’applicazione non sono nulla se la società, deliberatamente, non fornisce contenuti concreti invece di affidarsi alle gloriose leggi del mercato elogiate dal liberalismo adulterato. Coltivando tale oblio e partecipando a tale occultamento, le ONG intrise di umanitarismo riassumono la sofferenza dell’umanità in un insieme indistinto di individui astratti e atomizzati, il cui destino è interessante solo se mostra vera o immaginaria violazione dei loro diritti individuali, preferibilmente in un Paese esotico che sia nel mirino di Washington. Questo è senza dubbio il motivo per cui il principale evento sociologico planetario degli ultimi due decenni, vale a dire l’eradicazione della povertà nella Repubblica popolare cinese, li interessa assai meno degli immaginari campi di concentramento dello Xinjiang e dei bidoni di spazzatura rovesciati da giovinastri nella metropolitana di Hong Kong.

Traduzione di Alessandro Lattanzio