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Strategia russa contro le armi turche e fantasie degli USA sul Mediterraneo

John Helmer, Mosca, 12 dicembre 2019

Nel grande gioco di chi venderà gas all’Europa e nel gioco nordamericano di impedire alla Russia di farlo, la Turchia ora dichiarava la propria partecipazione erigendo una barriera di carta sul Mar Mediterraneo dalle coste turche a quelle libiche, preparandosi a spostare le forze armate in posizione per farla rispettare. Questo è un bluff e una bravata. Il documento fu firmato a Istanbul il 27 novembre tra governo turco e governo di accordo nazionale (GNA), una delle parti della guerra civile libica. Leggasi qui il loro memorandum d’intesa e la nuova mappa turca del Mediterraneo. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan seguiva questa settimana con due extra. Il 9 dicembre aveva detto: “I ciprioti greci, Egitto, Grecia ed Israele non possono stabilire un gasdotto senza il consenso della Turchia”. Quindi: “Se la Libia dovesse fare la richiesta, invieremo un numero sufficiente di truppe. Dopo la firma dell’accordo di sicurezza, non ci sono ostacoli”. Non importa che al momento il GNA stia perdendo la guerra libica. Il bluff turco non funzionerà contro la Russia, che sostiene il più potente rivale del GNA, l’Esercito nazionale libico (LNA). Né la Turchia punta alla Russia; entrambi hanno interesse comune nel preservare il nuovo gasdotto per l’esportazione del gas TurkStream nell’Europa meridionale attraverso la Turchia, e nel battere la concorrenza. La bravata turca è rivolto a Stati Uniti, Grecia, Cipro ed Egitto, sfidandoli a provare le loro forze navali ed aeree a respingere i turchi nel confine terrestre; a trivellare gas sul fondo del mare che la Turchia rivendica; e far passare i gasdotti attraverso la barriera con cui i turchi mirano a fermarli. Per il momento, Erdogan pensa che nordamericani, greci, ciprioti ed egiziani non oseranno colpire. Finora ha avuto ragione.
Al di là delle generalità, la strategia russa nel Mediterraneo non è apertamente discussa dai media russi né dai gruppi di riflessione finanziati dallo Stato. In condizioni di guerra e sanzioni statunitensi, questo è inevitabile. La Turchia è un alleato contro le sanzioni, quindi il coinvolgimento nella lotta contro i russi in Siria e Libia è un argomento particolarmente delicato per il Cremlino. La stampa araba e nordamericana è meno inibita, riferendo di un impegno militare russo in Libia, inclusi tecnici, forze speciali, armi, intelligence ed elettronica sul campo di battaglia. I politici russi sulla Libia, che parlano per la cronaca, sono Mikhail Bogdanov, Viceministro degli Esteri per il Medio Oriente e il Nord Africa; e Lev Dengov, capo del gruppo di contatto russo per la sistemazione intra-libica. Il Viceammiraglio Igor Kostjukov, capo del Direttorato generale dell’intelligence (GRU) dello Stato Maggiore dallo scorso dicembre, dirige intelligence e tattica. Il coordinamento delle operazioni civili e militari è testato da diversi anni da Stato Maggiore, Ministero degli Esteri e Consiglio di sicurezza sui fronti siriano e ucraino; Kostjukov diresse i servizi segreti militari in Siria; fu sanzionato due volte dagli Stati Uniti per accuse di operazioni informatiche nelle elezioni statunitensi. Il Presidente Vladimir Putin riconosceva di aver discusso della Libia col presidente Erdogan ormai da diversi mesi, da agosto. Erdogan proponeva di sfidare il supporto russo all LNA e al suo comandante Qalifa Haftar il mese prossimo, quando lui e Putin inaugureranno il gasdotto TurkStream. “Spero che i russi non lascino che Haftar diventi un’altra Siria”, dichiarò Erdogan che telefonava a Putin per discutere nuovamente di Siria e Libia. “I presidenti hanno espresso preoccupazione per gli scontri armati intorno a Tripoli”, riferiva il comunicato del Cremlino. “Un rapido cessate il fuoco e la ripresa dei colloqui di pace intra-libici contribuirebbero alla normalizzazione della situazione”. Ad ottobre, in un’intervista a media arabi, Putin fu esplicito nel condannare le operazioni statunitensi e della NATO in Libia, incluso l’omicidio di Gheddafi, come un “inganno”: “Sulla Libia, il caos causato dalle operazioni militari ancora prevale”, aveva detto Putin. “Ma in questo caso, i nostri partner occidentali ci hanno ingannato, usando un termine vernacolare (non so come questo verrebbe tradotto). La Russia votò per la corrispondente risoluzione del Consiglio di sicurezza. Dopo tutto, cosa diceva tale risoluzione se letta attentamente? La risoluzione proibiva a Gheddafi di usare l’aviazione contro i ribelli. Ma non c’era nulla nel permettere un qualsiasi attacco aereo sul territorio libico. Ma è quello che realmente successe. Quindi, in sostanza, ciò che accadde fu eludere il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. E siamo tutti consapevoli di ciò che successe dopo. C’è ancora caos e confusione; un flusso di migranti attraversa la Libia per l’Europa. Gheddafi l’aveva sempre avvertito, affermò di aver impedito ai migranti africani di recarsi in Europa. Non appena questo “muro” è scomparso, iniziarono a riversarsi in Europa. E ora hanno ciò di cui furono avvertiti. Ma questo probabilmente non è nemmeno il problema principale. Ancora più importante, destabilizzano l’intera regione del Medio Oriente”.
Il 6 dicembre a Roma col suo omologo italiano, al Ministro degli Esteri Sergei Lavrov fu chiesto come vede “il trattato tra Turchia e Libia sul confine marittimo e la logistica, comprese le forniture militari?” Distinse tra bluff turco su carta ed escalation militare sul terreno. Ma non menzionò la Turchia. “La situazione in Libia è molto difficile perché ci sono troppi gruppi coinvolti, e vengono poste troppe domande su chi sia il più legittimo. Abbiamo la decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, come ho già detto, dovrebbe essere onorata. A questo proposito, ad esempio, il parlamento della Libia legittimamente riconosciuto a Tobruq ha espresso disaccordo col documento firmato che lei ha citato. Anche i vicini della Libia hanno espresso preoccupazione. Non possiamo non considerarlo. Ovviamente, qualsiasi passo compiuto sul campo e sulla carta dovrebbe tener conto della natura estremamente delicata della situazione e contribuire nel miglior modo possibile a garantire che tutti i coinvolti nella crisi libica agiscano insieme, seduti a un tavolo. Ciò include anche l’Unione Africana, che viene immeritatamente messa da parte quando si tratta della questione libica”. Un articolo greco di Theodore Karyotis pubblicava una serie di mappe turche, a partire dagli anni ’70, illustrando la progressiva espansione delle rivendicazioni turche verso la zona economica esclusiva (ZEE) ad ovest e sud delle acque territoriali delle isole greche dell’Egeo e del Mediterraneo.
Erdogan pubblicò questa mappa del Mavi Vatan (“Patria Blu”) in una conferenza all’Università della Difesa Nazionale ad Istanbul, per altri dettagli, leggasi qui.

Le affermazioni della Turchia sono “comiche”, scrisse Karyotis, “perché con la posizione che le isole non hanno una ZEE/piattaforma continentale, i turchi dovrebbero far sapere al presidente Trump che la Turchia non riconosce la ZEE delle Hawaii, delle isole in Alaska al confine con la Russia e la demarcazione illegale degli Stati Uniti con Cuba e Bahamas. Infine, non dimentichiamo che per Tayyip Erdogan isole come Irlanda, Regno Unito, Sicilia, Groenlandia, Australia e così via, non hanno una ZEE!” Non così comico, secondo una dichiarazione rilasciata dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Tramite un portavoce dichiarò neutralità nei confronti di Ankara: “Il segretariato dell’ONU non deve prendere posizione o commentare questioni relative a sovranità, diritti sovrani o giurisdizione degli Stati membri sui i loro spazi marittimi”. Un articolo di Marios Evriviades, ex-diplomatico cipriota e consigliere presidenziale, ora professore universitario, è critico nei confronti di questa passività di fronte a ciò che chiama “propaganda cartografica” della Turchia. La Turchia ha coste relativamente corte, notava Evriviades, classificandosi al 20° posto nella classifica internazionale. Pertanto, la Turchia ha una pretesa relativamente più piccola di una zona economica esclusiva (ZEE), significativamente inferiore alla Grecia le cui coste sono le più lunghe del Mediterraneo, quasi il doppio della Turchia: 13726 chilometri rispetto a 7200. Ma questo sulla carta, non sul terreno, sottolinea Evriviades, fortemente critico sull’incapacità dei governi greci di contestare le affermazioni turche. “Con una mezza verità, i turchi aspirano a metà della Grecia, le isole greche. E le mezze verità sono molto peggio delle bugie. Sono il fattore fondamentale e cruciale della propaganda… I turchi non fanno mai riferimento alle loro “coste” nel Mediterraneo. Dicono sempre di avere le più grandi “coste continentali” del Mediterraneo sostenendo, di conseguenza, che “hanno diritto” alla “parte del leone” della ZEE del Mediterraneo, a danno delle vicine Grecia e Cipro. Con questa “battuta” orientale i turchi cercano di cancellare metà della Grecia… La sovranità territoriale greca nelle isole greche, dicono i turchi, non esiste… Non hanno una piattaforma continentale. Non hanno una ZEE. Non hanno niente. Rodi, Karpathos, Kasos, Kastellorizo e così via. E ora (dopo la mappa turco-libica), sappiamo nemmeno Creta. Per i turchi, le isole greche non esistono”. Evriviades era critico nei confronti dell’incapacità della Grecia di resistere alle affermazioni della Turchia su carta e forza militare. “Soprattutto sulla questione delle frontiere marittime e della ZEE, Atene ne ha inseguito la coda per decenni nella convinzione che l’aggressione turca evaporerà magicamente”. La politica greca e cipriota, secondo Evriviades, dovrebbe essere quella di chiamare il bluff turco. Che ciò non accada, va attribuito al ruolo degli Stati Uniti, dell’amministrazione Obama e dell’amministrazione Trump a sostegno dei turchi nella strategia di contrasto alla Russia. Evriviades pubblicava una mappa dell’Ufficio delle risorse energetiche del dipartimento di Stato, intitolata “Infrastrutture energetiche scelte nel Mediterraneo orientale”. Fu declassificato dalla richiesta di libertà di informazione di un quotidiano statunitense. Secondo Evriviades, “tutti i gasdotti energetici portano in Turchia. Poiché esiste la mappa della ZEE di Cipro, essa appare sulla mappa nordamericana anche se la grafica della mappa filo-turca si sovrappone alle rivendicazioni turche. Ma solo perché non esiste una mappa dello sfidante greco, l’intera area viene presentata come rivendicazione turca. Oggi gli statunitensi aggiungevano le affermazioni turche a tal fine… In Libia, la prossima carta ufficiale nordamericana includerà anche le loro”.
I funzionari statunitensi sono espliciti su questa mappa redatta per illustrare la loro strategia d’attacco alle esportazioni di energia della Russia . “Contrastare l’influenza strisciante della Russia sulle risorse energetiche nella regione”, dicono i funzionari, “potrebbe certamente essere un’implicazione” coll’incoraggiamento degli Stati Uniti alla risoluzione delle controversie sulla demarcazione marittima a favore dei tradizionali alleati statunitensi, israeliani e turchi. “La mappa delinea il petrolio e il gas rinvenuti tra le coste di Cipro, Egitto, Israele e Libano nel corso dell’ultimo decennio e traccia i potenziali percorsi di esportazione che potrebbero in definitiva facilitare la vendita di gas regionale all’UE”. È un scelta politica palesemente ovvia che supporta gli interessi statunitensi e regionali. Non c’è un grave aspetto negativo, m richiede attenzione ai dettagli, e in due anni ci fu un tentativo di reinventare la ruota, che prese tempo”, riportava sul quotidiano Amos Hochstein, coordinatore del dipartimento di Stato per gli affari energetici internazionali nell’amministrazione Obama. Tale strategia è un pio desiderio, secondo Simon Henderson, ex.reporter del Financial Times ora nel think tank israeliano a Washington. “L’idea che l’energia del Mediterraneo orientale possa avere un impatto sul bilancio energetico europeo in modo tale da intaccare la quota di mercato russa, è una fantasia, la sete europea di gas è così grande e la capacità della Russia di fornire quel gas è così grande, che è un sogno sfrenato persino sperare di poter realizzarlo, date le riserve limitate scoperte finora. Sperare che si possa trovare gas non è lo stesso che trovare gas”.
Fantasia o meno, la politica pubblica russa è di mantenere l’equidistanza da tutte le fazioni libiche, ad eccezione degli islamisti. Saraj del GNA, ad esempio, partecipava ufficialmente alle riunioni del vertice Russia-Africa a Sochi di ottobre. Putin disse a Saraj incontrandolo: “Le auguriamo un rapido ripristino di pace, legge e ordine, sono sicuro che il desiderio di un accordo tra tutte le parti in conflitto dovrebbe portare al ripristino dello Stato libico. Contribuiremo tutti a tale processo”. Allo stesso tempo, molto più ampio della partecipazione russa in Libia è l’interesse russo a difendersi dai piani nordamericani nel Mediterraneo orientale. Erdogan serve a tale scopo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio