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Perché il litio è dietro il golpe in Bolivia?

Mision Verdad, 6 dicembre 2019

Dal 2006, quando fu eletto presidente, il rapporto di Evo Morales con le élite transnazionali dedite all’estrazione mineraria e di idrocarburi fu controverso perché il suo governo cercò che queste risorse non solo andassero a vantaggio delle aziende ma anche della popolazione, producendo una dura risposta da parte di questi e molti conflitti che arrivarono ai tribunali. Nel 2014, fu stimato che i pagamenti pubblici e privati effettuati per la nazionalizzazione di settori chiave ammontassero ad almeno 1,9 miliardi di dollari (il PIL della Bolivia era allora di 28 miliardi di dollari). Sebbene il “processo di cambiamento” guidato da Morales abbia cercato di riordinare il modello estrattivo di minerali come argento, ferro, stagno e zinco, gli eventi precedenti al colpo di Stato indicano che altre risorse d’importanza emergente come litio e gas avevano preponderanza nella cospirazione contro la democrazia boliviana. La Costituzione politica della Bolivia nei suoi articoli 311 e 319 ordina di promuovere l’industrializzazione delle risorse naturali per superare povertà e dipendenza dall’esportazione di materie prime. In questo modo, il nuovo Stato Plurinazionale cercò di abbandonare la condizione estrattiva e rentier storicamente imposta ai Paesi periferici ed approfondire un modello economico produttivo.

Litio per una rivoluzione: industrializzazione e innovazione
Le principali riserve della Bolivia sono il litio, minerale ambito per la produzione di batterie ed essenziale per le auto elettriche. La Bolivia afferma di avere il 70% delle riserve mondiali di litio, in particolare nel Salar de Uyuni. La complessità di questa attività estrattiva e della sua lavorazione ha fatto sì che il Paese non potesse sviluppare da solo l’industria del litio e, pertanto, erano necessari capitale e competenze. Il Salar è a 3600 metri sul livello del mare e riceve forti piogge. Questo rende difficile usare l’evaporazione solare come nel deserto di Atacama in Cile o dell’Uomo morto in Argentina. In Bolivia sono necessarie soluzioni tecnicamente più complesse, il che significa che sono necessari maggiori investimenti. Dopo aver confermato a novembre di possedere la più grande riserva del pianeta del metallo, il governo Morales pianificò la costruzione di 41 impianti al litio, 14 per produrre batterie ed energia, 20 per gli input e 7 per i sottoprodotti, stimando entrate per 4450 milioni di euro dal 2030, dopo un investimento di 3900 milioni. Nell’ambito dell’approfondimento degli investimenti che avrebbero inquadrato la “rivoluzione energetica e mineraria”, il governo Morales annunciò che oltre ai 41 impianti al litio che aveva pianificato, prevedeva la costruzione di un impianto industriale in Cina. “Sono convinto che siamo una potenza”, disse il presidente. Un rapporto del consulente nordamericano SRK affermava l’esistenza in Bolivia di una riserva di 21 milioni di tonnellate di litio, un volume che rende il Paese il primo detentore di questo minerale nel mondo. Questo studio fu condotto nel Salar de Uyuni, considerato il più grande deserto di sale del mondo, con 10570 chilometri quadrati del minerale a 3600 metri di altitudine. Il consulente perforò pozzi di 50 metri per lo studio. La Bolivia inoltre firmò un accordo con la società cinese Xinjiang Tbea Group-Baocheng per la costruzione di otto impianti al litio a Coipasa e Pastos Grandes, regioni anch’esse ricche di metallo. A causa della politica di nazionalizzazione, il PIL del dipartimento di Potosí, dove viene prodotto circa l’80% dei minerali della Bolivia, è cresciuto del 5,5% dal 2005, un anno prima che Evo Morales accettasse la Presidenza, fino al 2017. Ciò accadde con alcuni episodi di elevata volatilità e picchi come il 24,25% nel 2008, secondo uno studio della Millennium Foundation. Senza le miniere, il PIL medio in quel periodo sarebbe sceso al 2,9%. Nel 2018, il PIL raggiunse il 4,1% e il settore minerario ne rappresentava circa un terzo. A Potosí, che rappresenta il 55%-60% del PIL, l’estrazione mineraria è il terzo settore produttivo e, quindi, nel Paese, e in particolare a Potosí, è strategica economicamente, ma anche di grande pressione politica.

Gas per la rivoluzione: nazionalizzazione e democratizzazione
Quest’anno Morales confermò la scoperta di un grande pozzo di gas che sarà esplorato con la transnazionale spagnola Repsol. Va notato che Repsol è una delle tre compagnie petrolifere, insieme a Shell e PAE, che si assunse l’impegno di investire 800 milioni di euro per trarne 4450 milioni da un pozzo boliviano (Inhiguazú) che si stima abbia una riserva di gas da 1,8 trilioni di piedi cubici (TCF). Per promuovere l’industria energetica nel mercato interno ed estero e “ridistribuire il reddito tra tutti i boliviani”, l’allora ministro degli idrocarburi Luis Sánchez dichiarò il 18 novembre, pochi giorni prima del colpo di Stato, che quest’anno “investiranno 1250 milioni di euro e le aziende lavoreranno sodo per esplorare, trovare riserve e aumentarne la produzione”, disse dopo un’ispezione, condotta col Presidente Morales del pozzo gasifero Caigua 15 D, situato nel sud del Paese. Da parte sua, Morales aggiunse che questa riserva “produrrà 60 milioni di piedi cubi ad aprile per il mercato nazionale ed estero” e annunciò che nel 2019 26 pozzi sarebbero stati perforati in 23 nuove aree e che il gas nazionale sarebbe arrivato in quella regione. Il governo confermò di aver trovato un “mare di gas” nella stessa regione, anche se questa volta a 7963 metri di profondità. Era il pozzo Boyuy-X2 , “il più profondo del Sud America”, disse Morales. Sebbene nell’aprile 2020 il volume della riserva sarà noto, Sánchez affermò che “questo è l’anno dell’esplorazione. Oggi abbiamo le riserve più importanti della storia, 10,7 TCF”, dopo aver dichiarato che l’affitto del dipartimento di Tarija (dove queste riserve furono trovate) fu di 4450 milioni di euro negli ultimi 13 anni.
Lo Stato plurinazionale riacquistò proprietà e controllo di una delle risorse più importanti della Bolivia, rendendo il settore degli idrocarburi il motore centrale dell’economia e del rivoluzionario processo di cambiamento. Nei primi otto anni (2006-2014), gli investimenti “raggiunsero una media annua di 1020 milioni di dollari, con un aumento del 175% rispetto alla media del periodo 2001-2005”, secondo il Piano di sviluppo economico e sociale 2016-2020. La nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia fu lanciata il 1 maggio 2006 con lo storico decreto supremo 28.701 “Eroi del Chaco”, facendo rivivere i Campi petroliferi fiscali boliviani (YPFB) come prima azienda del Paese e recuperando per il popolo della Bolivia la sua rendita, ottenendo la definizione di Diritto umano all’energia e ai servizi pubblici ed iniziato il percorso alla modernizzazione dell’attività economica del Paese attraverso fornitura via massiccia rete di gasdotti a prezzi economici e competitivi.
Altre informazioni:
La popolazione rifornita aumentava dal 3% nel 2006 al 50% nel 2019.
Dei 246 milioni di dollari investiti nel 2005 a 2111 milioni nel 2014, il salto fu del 758%.
Nel 2006 il consumo interno era di circa 4,3 milioni di mc al giorno; nel 2018 si espanse ad oltre 13 milioni di mc.
Per il 2019, i dati provvisori ufficiali indicavano investimenti per 3 miliardi all’anno. Il reddito da idrocarburi dello Stato aumentò da 670 milioni nel 2005 a 5,5 miliardi nel 2018.
Lo Stato Plurinazionale della Bolivia ottenne ricavi superiori a 37484 milioni di dollari a seguito della commercializzazione degli idrocarburi e delle attività svolte nel settore tra il 2006 e il 2019.
Tra il 1994 e il 2005, la rete dei gasdotti totalizzato circa 28221 connessioni residenziali. Dopo la nazionalizzazione e fino al 2015, la rete crebbe a 554291 connessioni. Lo scorso anno si chiuse con 563057 collegamenti.
Fino al 2015, oltre 2,8 milioni di persone aderirono alla rete del gas, l’accesso al servizio pubblico fu stimolato con una politica di sussidi che permise di coprire il 100% dei costi di installazione (1000 dollari nelle città e 1500 nelle aree rurali).
L’obiettivo della gassificazione del mercato interno, previsto per il 2019, era di beneficiare oltre 5 milioni di persone, aumentando la copertura del servizio nazionale, localizzato nel 2018 al 40% (4,3 milioni di persone), con un totale di 900 mila connessioni, al 50% alla fine di quest’anno, raggiungendo 1 milione di connessioni.
Un esempio: l’impianto del gas naturale liquefatto (GNL), situato nella città di Rio Grande, a 50 chilometri da Santa Cruz, richiese due anni e un investimento di 205 milioni di dollari, oltre ad altri 240 milioni per le reti del gas, stazioni di rigassificazione e stazioni GNL. Elaborando 12,8 milioni di piedi cubi al giorno di gas naturale (210 tonnellate), è operativo dal febbraio 2016 e consente l’accesso alla risorsa strategica a oltre 30 cittadine lontane dal sistema di trasporto nazionale.

La geostrategia regionale: triangolo del litio e diplomazia del gas
In alcuno dei casi ci sarebbe la consegna della gestione diretta delle risorse a società transnazionali o governi stranieri, la visione di Morales era inquadrata da alleanze strategiche in cui la Bolivia cercava un approccio multipolare e integrazionista. Prima delle elezioni presidenziali in Argentina, incontrò l’allora candidato del Frente de Todos, Alberto Fernández, a Santa Cruz de la Sierra. In questa riunione concordarono sulla necessità di “lavorare insieme” per riguadagnare l’integrazione tra i due Paesi, qualora Fernández vincesse le elezioni di ottobre. Il litio era una delle questioni centrali dell’eventuale integrazione bilaterale. Fernández chiese a Morales dei progressi della Bolivia nello sfruttamento delle risorse naturali, considerando che l’Argentina iniziava a considerare l’uso delle saline di Catamarca, Jujuy e Salta per lo stesso scopo. Una delle proposte era la possibilità per entrambi i Paesi di lavorare in modo integrato nel settore del litio. Un altro degli argomenti analizzati era l’integrazione energetica e il contratto sul gas tra Bolivia e Argentina. Un polo di sviluppo che andava oltre il semplice processo estrattivo fu pensato dai governi progressisti in America Latina, così che una nuova concezione d’integrazione regionale ponesse il principio di sovranità come diritto degli Stati e dei popoli quale elemento centrale alla gestione di territori e risorse naturali che ospitano.
Sulla strategia regionale per la gestione sovrana di tali risorse, dice Mónica Bruckmann: “La regione ha l’opportunità storica di smettere di essere esportatore di materie prime a basso o alcun valore aggiunto e di passare allo sviluppo di politiche di industrializzazione regionali che cercano di sfruttare le complementarità economiche esistenti per soddisfare le esigenze del mercato interno, promuovere il commercio intraregionale e aggiungere valore alle esportazioni extra-regionali. […] La gestione economica sovrana delle risorse naturali significa privilegiare lo sviluppo regionale, sfruttando le riserve e le eccedenze finanziarie per aggiungere valore alle materie prime che la regione produce e assistere all’espansione del mercato interno sudamericano. Significa anche identificare matrici industriali in base alla posizione strategica che la regione ha in relazione a importanti riserve dell’insieme di risorse naturali fondamentali per l’economia mondiale e dei suoi cicli di innovazione tecnologica”. La regione di confine tra Bolivia, Cile e Argentina rappresenta il 68% delle riserve mondiali di litio, la cui crescita nella domanda e nella produzione di dispositivi elettronici e auto elettriche causava una disputa che modificava il quadro geopolitico globale. Secondo lo studio “Il mercato globale del litio e l’asse asiatico. Dinamiche commerciali, industriali e tecnologiche (2001-2017)”, realizzato da Julián Zícari, Bruno Fornillo e Martina Gamba, la Bolivia possiede il 30% delle riserve mondiali di litio, seguita dal Cile col 21% ed Argentina col 17%. Secondo gli autori, il mercato del litio dimostra il modo in cui le relazioni di potere si modificavano a livello geopolitico negli ultimi due decenni, a partire dalle potenze economiche centrali del ventesimo secolo (Stati Uniti, Germania, Giappone, Francia) “Sono sempre più in ritardo ed eclissate dal forte dinamismo dell’Asia meridionale, in particolare della Cina”. Il Cile è la principale potenza esportatrice di litio, nel 2017 e nel 2018 esportò quasi 10 volte più di qualsiasi altro Paese al mondo (1642 milioni di dollari) e tra il 2001 e il 2017, dal 50% al 65% di tutto il litio globale proveniva da Antofagasta, vicino al deserto di Atacama, principale fornitore. L’Argentina passava da una quota nel mercato globale dell’1,18% nel 2002 al 19,54% del 2016, causando cambiamenti nella geopolitica del litio posizionandosi come secondo esportatore del minerale.
Da parte loro, le principali potenze industriali in Asia sono i Paesi dalle maggiori importazioni di litio nel 2017- 2018:
Cina: 723 milioni di dollari
Corea del Sud: 705 milioni di dollari
Giappone: 511 milioni di dollari
Belgio: 240 milioni di dollari
Stati Uniti: $ 209 milioni
La stabilità dell’approvvigionamento energetico è una variabile chiave per la sicurezza economica delle nazioni sudamericane. La Bolivia svolge un ruolo vitale data la particolare posizione geografica e le importanti riserve di gas. L’esecuzione di progetti energetici sul suo territorio diventa il vettoriale dell’interesse nazionale e dell’integrazione regionale.

YPFB
La Bolivia esporta gas in Paesi come Argentina e Brasile; a quest’ultimo, vende 25 milioni di metri cubi di gas al giorno, dopo che la domanda diminuì tra dicembre 2016 e gennaio 2017, poiché generò energia coi propri impianti idroelettrici. In termini di consumo globale, aumentato del 2,3% dal 2006 al 2016, le potenze aumentavano il consumo di gas naturale: la Cina aumentava del 13,7% mentre gli Stati Uniti del 2,5%, ad esempio. Ad agosto, il segretario generale dell’Unione internazionale del gas (IGU), Luis Bertrán, affermò che “la domanda globale aumenterà il consumo di gas naturale e tale scenario favorirà la Bolivia dato lo status di paese produttore”, aggiungendo che “l’industria del gas continuerà a crescere. Il prezzo si era ridotto a livello globale, ma nella regione non diminuì ed è una buona notizia per la Bolivia”. Lo disse durante il Secondo Forum internazionale su gas, petrolio e carburanti verdi nella città di Santa Cruz con la partecipazione di autorità e rappresentanti del settore di almeno 11 Paesi, 32 società del settore, sei organizzazioni internazionali, inoltre a quattro prestigiosi enti statali da tutto il mondo. Beltrán ha affermò che, sebbene la domanda di gas proveniente dagli Stati Uniti continuerà a crescere, fino al 2040 la Cina guiderà l’ascesa del consumo di energia seguito dai Paesi dell’Unione europea e notò gli investimenti della Bolivia per aumentare le infrastrutture e la partecipazione al commercializzazione del gas naturale. Inoltre ricordò che i depositi puri certificati nel Paese consentono una gestione indipendente della produzione di petrolio, consentendo di gestire un’attività distinta, un vantaggio che la Bolivia ha sui vicini. D’altra parte, il presidente della compagnia petrolifera boliviana Yacimiento Petrolificos Fiscales Bolivianos (YPFB), Oscar Barriga, annunciò la firma di un contratto per l’acquisto e vendita di gas da petrolio liquefatto (GPL) col distributore brasiliano Copagaz e riunioni con associazioni industriali di San Paolo. “Abbiamo avuto un accordo coll’associazione che riunisce tutte le industrie di San Paolo e l’associazione dell’industria della produzione del vetro che hanno interesse nella fornitura di gas. Domani continueremo col nostro programma e firmeremo documenti importanti”, aveva detto. Barriga.

Assalto al vertice boliviano: litio
Diversi analisti collegano il colpo di Stato contro Morales e il Movimento al Socialismo (MAS) alla disputa globale su questo minerale. Una delle analisi più importanti è l’intervista allo scienziato politico Nicolás Melendres dell’agenzia Sputnik. Melendres affermava che un fattore chiave del colpo di Stato contro Evo Morales era che “la situazione politica in Bolivia non può essere compresa senza un’analisi di ciò che è accaduto coi contratti di locazione del litio con la società tedesca Aci Systems, uno dei primi ordini del Comitato Civico di Potosí”. Va notato che i comitati civici di Potosí e Santa Cruz (finanziati dall’USAID) inasprirono la “resistenza” contro il trionfo di Morales nelle elezioni presidenziali del 20 ottobre e il primo continuaò con uno sciopero di un mese fino a che il governo annullò la partnership con la società tedesca ACI Systems (Acisa) per industrializzare il litio del Salar de Uyuni, come confermato il 4 novembre dal governatore del distretto Juan Carlos Cejas (MAS). La scusa dello sciopero era che si dubitava che i benefici economici dell’accordo sarebbero arrivati nell’area. È interessante notare che l’impatto delle proteste non fu contro progetti puramente estrattivi, ma contro progetti di industrializzazione che minimizzavano la dipendenza dello Stato plurinazionale dalla vendita di materie prime e consentivano l’aumento dell’attività produttiva del Paese. Il 17 ottobre, tre giorni prima delle elezioni che portarono al colpo di Stato, il governo ratificò l’accordo con Acisa investnedo 1,3 miliardi di dollari in un progetto che sarebbe culminato nella produzione locale di batterie agli ioni litio per auto. “La scelta di Acisa rappresenta la migliore alternativa tecnica ed economica a beneficio del Paese”, indicava un documento inviato dal Ministero dell’Energia al Comitato Civico di Potosí, aprendo solo la possibilità di piccoli adeguamenti. Per ridurre al minimo le violenze che crescevano contro seguaci, leader e familiari, il presidente decise di annullare l’accordo con Acisa il 3 novembre (una settimana prima del colpo di Stato) abrogando il decreto che aveva autorizzato la joint venture ad aprile 2018 tra i depositi di litio di proprietà dello stato boliviano (YLB) e la società tedesca. I tedeschi pensarono d’investire 1,3 miliardi di dollari nelle strutture, mentre la controparte boliviana averebbe dato 900 milioni. La produzione sarebbe iniziata nel 2022 e, secondo i primi calcoli effettuati da esperti tedeschi, il “reddito lordo” delle vendite annuali avrebbe raggiunto 1,2 miliardi di dollari. La rivista Diálogo, curata dal Southern Command of the United States, pubblicata il 7 novembre, tre giorni prima del colpo di Stato contro Evo Morales, un articolo intitolato “Le società cinesi sfrutteranno il litio boliviano” nella sezione “Minacce transnazionali”, suggeriva che l’accordo fosse stato firmato di recente, ma in realtà all’inizio del 2019. “I contratti furono firmati con la società tedesca e sull’industrializzazione con le società cinesi”, aveva detto Melendres, affermando che tali accordi rafforzavano la posizione di Pechino a principale controllore del mercato mondiale del litio e della Germania nella ricerca di autonomia energetica fuori dell’influenza degli Stati Uniti. Società cinesi come TBEA Group e China Machinery Engineering raggiunsero un accordo con YLB mentre il gruppo cinese Tianqui Lithium, che opera in Argentina, era sulla buona strada per raggiungere un accordo con YLB. Sia gli investimenti cinesi che la Bolivian Lithium Company sperimentavano nuovi modi per estrarre il litio e condividere i profitti. La politica di nazionalizzazione del governo Morales e la complessità geografica del Salar de Uyuni fecero sì che le compagnie minerarie transnazionali come Eramet (Francia), FMC (Stati Uniti) e Posco (Corea del Sud) non facessero alleanze con la Bolivia e scegliessero di operare in Argentina. Tesla e Pure Energy Minerals (Canada) mostrarono grande interesse ad avere una partecipazione diretta al litio boliviano, ma non raggiunsero un accordo con il governo perché qualsiasi sviluppo del litio doveva avvenire con la compagnia mineraria nazionale (COMIBOL) ed YLB quali partner comuni.
Il ruolo delle élite non è trascurabile nell’intera trama del colpo di Stato, non vanno nemmeno approfondire le motivazioni ideologiche del potere ma il metabolismo speculativo capitalista. Tre giorni dopo le elezioni in Bolivia, le azioni del miliardario americano Elon Musk “sono aumentate dopo due periodi di perdita alla borsa di New York”, disse Nicolás Melendres. “Non dobbiamo dimenticare che è un azionista della società Tesla che produce auto dalle batterie al litio”, aveva detto il politologo. Durante un colloquio coll’ex presidente dell’Ecuado Rafael Correa su RT, lo stesso Evo Morales dichiarò di essere sicuro che il suo progetto per sfruttare industrialmente il litio del Salar de Uyuni spiegasse la partecipazione dei capi della regione mineraria di Potosí al colpo di Stato. “Sono sicurissimo, perché un gruppo di capi civici di Potosí respinse il nostro piano sul litio, previsto per il 2025: 41 impianti, 14 dei quali chiaramente industrie del litio”, rivelava, aggiungendo che “l’anno prossimo era prevista la conclusione della grande industria del carbonato di litio; quest’anno erano pianificate 400 tonnellate dall’impianto pilota. Una tonnellata di carbonato di litio costa più di 10000 dollari. Idrossido di litio. E soprattutto di batterie al litio. Erano nel piano”.

L’ascesa del gas: Camacho in gioco
Per capire come il gas abbia influenzato il colpo di Stato contro Evo Morales, si dovrebbe tener conto del fatto che aggressioni e minacce contro i funzionari del governo costituzionale erano al comando del capo del Comitato Civico di Santa Cruz de la Sierra, Luis Fernando Camacho, i cui interessi famigliari furono colpiti dalla nazionalizzazione degli idrocarburi, che erano nelle mani di società transnazionali e private come la società Sergás. Va notato che nel 2003 lo Stato prese in prestito 250 milioni di dollari dall’International Finance Corporation (IFC), una sussidiaria di BM, IDB e CAF, che avrebbe agito da banca di investimento, anche quando Sergás possedeva l’84 % di partecipazione ai progetti sul gas. Sergás aveva il monopolio della distribuzione del gas a Santa Cruz e nelle città vicine Montero e Warnes dal 1989 al 2009. Concessione data nei processi di privatizzazione dei governi neoliberisti al padre di Fernando Camacho, José Luis Camacho. Nazionalizzando le risorse energetiche, Camacho sostenne azioni legali milionarie contro lo Stato per danni economici. Se Carlos Mesa avesse vinto, questi processi sarebbero stati organizzati a favore del clan Camacho a cui appartiene lo zio di Luis Fernando, Edgar Camacho, cui appartenevano i lavori per le reti del gas di Santa Cruz. Inoltre, l’industrializzazione della risorsa era affidata a Controgas, compagnia di Cristian Camacho, un cugino. Hugo Siles, politologo ed ex-ministro dell’Autonomia a Santa Cruz, dichiarò a RT che “Camacho fa parte di una famiglia benestante nell’area” e che “prima, ogni utente pagava tra 1000 e 1500 dollari per collegarsi alla rete del gas. Era una delle compagnie di famiglia. Oggi tutto ciò è gratuito grazie alla nazionalizzazione in cui il gas è una risorsa che i boliviani hanno recuperato per la propria economia”. Nei media boliviani fu detto che Luis Fernando Camacho e suo padre hanno un debito di 20 milioni di dollari con lo Stato perché la rete dei monopoli della famiglia Camacho addebitava il servizio di distribuzione ma i soldi non furono dati alle YPFB, né pagavano le tasse o contribuivano allo Stato. Nell’agosto 2019, Luis Fernando Camacho fu nominato dalla Commissione legislativa che indagava sui cosiddetti Panama Papers. Lì si afferma che il suo ruolo era d’intermediario per “aiutare persone ed aziende a nascondere le loro fortune in entità offshore, riciclare denaro e creare piani d’evasione fiscale”. Secondo tali informazioni, Camacho, da intermediario, creà tre società: Medis Overseas Corp., Navi International Holding e Positive Real Estate. Navi International, collega 29 di 108 persone e 67 di 360 aziende in Bolivia menzionate nei Panama Papers. L’affermava il rapporto della commissione legislativa che ha indagato sulla questione presentato nel settembre 2017. Quindi Camacho dichiarò che cercavano d’intimidirlo: “Non ho intenzione di stare zitto, continuerò a parlare”. Secondo il rapporto, la Bolivia perse almeno 1134 milioni di dollari a causa dell’evasione fiscale delle società che approfittavano dei paradisi fiscali tra il 2015 e il 2017, quindi le autorità esecutive e l’Assemblea legislativa plurinazionale (ALP) annunciarono l’approvazione di una legge per combattere la frode fiscale.
Da tali elementi sommati, si può concludere che le risorse energetiche della Bolivia sono al centro della disputa sulle materie prime della regione. Gli interessi corporativi nazionali e transnazionali spiccano sul litio, un minerale insanguinato dal colpo di Stato finanziato e promosso dagli affaristi della schiatta Camacho.

Traduzione di Alessandro Lattanzio