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Come opera il terrorismo di Stato in Bolivia

Mision Verdad 3 dicembre 2019

Dopo alcuni giorni a raccogliere informazioni a El Alto, la delegazione assegnata dalla Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) per la Bolivia, presieduta da Pablo Abrao, affermava che “non ci sono garanzie” per condurre un’indagine imparziale sui massacri di novembre perpetrati da forze armate e polizia partecipi al colpo di Stato contro Evo Morales. Le vittime dei massacri di Senkata (El Alto) e Sacaba (Cochabamba) testimoniavano gli eventi all’IACHR, che essendo l’ala sui diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), è paradossale alzi una voce in solidarietà con chi subiva di più dal cambio di regime. Il relatore dell’IACHR per i diritti umani, Francisco José Eguiguren, dichiarò in un’intervista alla CNN che l’ente proporrà “he vada istituito un gruppo interdisciplinare e internazionale di esperti”, che indaghi “gli eventi accaduti dopo le dimissioni del Presidente Morales e l’annullamento elettorale, che causavano almeno due massacri chiaramente verificati, uno a El Alto e l’altro a Cochabamba”. Tale iniziativa fu sostenuta dal deposto Morales, che dall’esilio in Messico denunciava persecuzione e repressione politica del governo de facto guidato dall’autoproclamata senatrice Jeanine Áñez. D’altra parte, un’altra delegazione argentina confermava le violazioni dei diritti umani in Bolivia, un’inchiesta silurata in modo aggressivo sia dai chi sosteneva l’attuale governo di fatto, sia dallo stesso “ministro” Arturo Murillo. La delegazione argentina confermava, raccogliendo informazioni, testimonianze e dati di prima mano, che “crimini contro l’umanità” furono commessi in Bolivia dopo la nomina di Ánhez. Pagina 12 riportava: “La delegazione ha parlato di “violazioni sistematiche dei diritti umani” dopo aver confermato crimini come “sparizione forzata di persone”,”situazioni di tortura in spazi pubblici”, “stupri e crimini sessuali” e “mancanza di garanzie procedurali degli arrestati”, tra i crimini che spiegano “la situazione di terrore” che vi trovavano. “La delegazione affermava di avere prove del “supporto esplicito” di Paesi stranieri al colpo di Stato che rovesciò Evo Morales. “Abbiamo testimonianze su molteplici contatti di funzionari stranieri con attori chiave del colpo di Stato, in particolare Fernando Camacho”, dettagliando il particolare contesto che innescava le violazioni dei diritti umani. “‘Abbiamo verificato che il sistema repressivo istituito dal governo di fatto ha causato decine di morti, centinaia di detenzioni arbitrarie, migliaia di feriti, innumerevoli casi di torture, stupri e altri crimini contro l’integrità fisica, psichica e sessuale delle vittime, uomini, donne, bambini, anziani e aderenti a gruppi”, affermava. “Il gruppo interdisciplinare ha posto particolare enfasi sui “massacri coordinati contro la popolazione civile”, riferendosi in particolare alla repressione a Senkata, quando i militari spararono contro un impianto di rifornimento. In totale, la delegazione argentina riferiva di 11 reati in violazione dei diritti fondamentali riconosciuti dal diritto internazionale. È chiaro che la caratterizzazione del massacro si applica, secondo l’opinione dell’IACHR e del suddetto gruppo indipendente, a quanto accaduto a metà novembre nel colpo di Stato in Bolivia.

I fatti
Il 15 novembre, l’autoproclamata Jeanine Áñez firmava un decreto che autorizza i militari a utilizzare “tutti i mezzi disponibili” per neutralizzare le manifestazioni di massa contro il colpo di Stato. L’articolo 3 del cosiddetto decreto supremo 4078 stabilisce: “Il personale delle forze armate che partecipa alle operazioni per il ripristino dell’ordine interno e della stabilità pubblica è esente da responsabilità penale quando nell’esercizio delle sue funzioni costituzionali, agisce per legittima difesa o stato di necessità e proporzionalità, conformemente agli articoli 11 e 12 del codice penale. Legge 1760 e codice di procedura penale”. L’articolo che segue afferma che i militari “devono inquadrare le loro azioni come stabilito nel Manuale dell’uso della forza approvato dal decreto supremo 27977 del 14 gennaio 2005, potendo fare uso di tutti i mezzi disponibili, proporzionali al rischio di quelli operativi”. Tale decreto del governo di fatto creava il quadro “legale” per le due peggiori repressioni in Bolivia verificatosi dopo la deposizione di Evo Morales. Fu lo stesso giorno, 15 novembre, quando nove (9) persone furono uccise da forze armate e polizia ad El Alto, coltivatori di coca dei villaggi originari che marciavano a Sacaba (Cochabamba) diretti a La Paz contro il degrado anticostituzionale della Wiphala, la bandiera rappresentativa dello Stato plurinazionale, e contro il colpo di Stato e la repressione. I feriti furono 122. I dati definitivi provenivano dall’ufficio del Mediatore. Le testimonianze parlano del terrore vissuto da sopravvissuti e feriti, che erano disarmati davanti la polizia militare che sparò a man salva protetta da un decreto fortemente criticato dalle vittime. La maggior parte di esse faceva parte della struttura sindacale del Coordinamento delle Sei Federazioni del Tropico di Cochabamba. Il giorno successivo, 16 novembre, un altro manifestante fu ucciso a Sacaba. Il 19 novembre, a Senkata (El Alto), di fronte all’impianto di alimentazione del campo petrolifero boliviano, la repressione della polizia militare uccise sette persone. 60 rimasero feriti, tutti da proiettili. Diveniva virale un video registrato sul sito in cui un medico denunciava il massacro mentre aiutava i feriti, che fu successivamente arrestato ingiustamente dal governo di Ánhez a causa dell’audiovisivo, una rappresaglia giudiziaria. Il dottore chiese aiuto e disse “ci uccidono come cani”. Il giorno successivo, nell’ambito della stessa repressione nello stabilimento, dato che l’ordine ufficiale era riprendere il flusso di carburanti verso La Paz, morì una persona, uccisa dall’apparato militare-poliziesco. Il 22 novembre, un’altra vittima fu massacrata. Rapporti e autopsie suggeriscono che la morte in entrambi i massacri fu causata da proiettili su testa e busto, mostrando più che abbastanza la licenza di uccidere. È possibile affermare che l’operazione ebbe “successo”, perché neutralizzò la resistenza dei manifestanti anti-golpe con la forza del sangue e del fango.
Dall’inizio del conflitto boliviano, l’Ufficio del Mediatore riferiva che ci furono 34 morti, 832 feriti e 54 arrestati. L’ultima vittima della repressione a El Alto fu il 27 novembre. 10 persone furono uccise dal massacro di Senkata. Ánhez ritirava il decreto n. 4078 il 28 novembre, affermando che il suo governo aveva raggiunto la “pace desiderata” in Bolivia. Con tale cessazione dell’immunità della repressione ufficiale, culminò l’operazione per occultare i massacri, iniziando col verbo dell’apparato golpista amplificato dai media alleati del cambio di regime. Una testimonianza di Senkata dichiarava: “Ci uccidono e non c’è un media boliviano”.

Copertura mediatica del crimine
Ciò che i media proiettano oggi al sole è che Morales era un “dittatore” che “voleva fare un golpe”, un’opinione condivisa dagli editorialisti di Infobae e da una certa “sinistra”. I cosiddetti capi della “società civile”, in particolare i ricchi affaristi di Santa Cruz (centro economico boliviano), insieme a “giovani studenti” e “gente comune” raggiunsero un climax favorevole alla “ripresa della democrazia”. Le narrazioni sul cambio di regime non differiscono molto dal manuale sul golpe controllato da OSA e governo degli Stati Uniti. La stessa autoproclamata Ánhez ringraziò la CNN “per la copertura di ciò che è accaduto in Bolivia”, confessione che mostra il ruolo attivo dei media nella costruzione di significato e percezione degli eventi. Tale copertura non sorprende, dando voce solo ai carnefici, e non alle vittime. Nell’ambito del massacro di Senkata, le forze armate giustificarono l’intervento sin dall’inizio con una dichiarazione che faceva riferimento al Manuale dell’uso della forza nei conflitti interni, firmato nel 2005 da Carlos Mesa, allora presidente, forse nel senso dell’impunità fornita dal decreto n. 4078, non necessaria in questo caso perché si trattava di “servizio pubblico strategico”: il flusso di carburante doveva essere ripristinato come doveva avvenire. “Esortiamo a mantenere la razionalità per evitare danni irreversibili a persone, proprietà pubblica e privata”: la sanguinosa repressione era giustificata quindi, con un neo-linguaggio che parlava di “razionalità” e “danno irreversibile” quando le vittime erano oggetto dei massacri. In effetti, le morti furono giustificate dall’esercito come necessarie per “evitare un male maggiore” citando un rapporto tecnico. Nei media ripeterono che, se non fosse stata contenuta l’avanzata di “agitatori e atti vandalici”, si sarebbe potuta generare un’esplosione a catena dopo l’ipotetico incendio dei contenitori centrali del gas, che avrebbe potuto causare migliaia di morti. Gli stessi media, boliviani ed internazionali, parlarono di “scontri”tra forze di polizia e militari e manifestanti disarmati, per ovviare alla scomoda parola “repressione” (se sarò così, di nuovo, in Venezuela, Cuba o Nicaragua, i termini saranno invertiti). Tali argomenti non resistono alla minima analisi dei fatti, come dimostravano Ufficio del Mediatore, IACHR e la delegazione argentina. Il silenzio dei media e dei social media su ciò che è accaduto a Sacaba e Senkata è la ciliegina sulla torta dei massacri, catalizzando lo shock della popolazione causato dagli eventi assimilati da morti violente. La paura dell’omicidio senza impunità trascende il discorso ufficiale e mediatico sulla psiche di chiunque cerchi di mobilitarsi nel contesto del conflitto post-golpe. L’espulsione di TeleSur e RT in Bolivia faceva parte di tale scudo narrativo nella copertura criminale del governo di fatto, sotto la bandiera della censura. Ecco perché il relatore IACHR in Bolivia insisteva: “Anche se le informazioni ufficiali parlano di morti in scontri tra civili, crediamo che sia necessaria un’indagine internazionale perché non troviamo garanzie interne per un’indagine imparziale e ferma”.

Ragioni per un massacro
I massacri furono generalmente chiamati “irrazionali”, perché per innescarne c’è l’innesco ma non la causa. Tuttavia, l’analisi porta a concludere che Sacaba e Senkata erano voluti, almeno questo chiarivano testimonianze e relazioni sugli eventi. Pochi giorni dopo la repressione a Cochabamba, Evo Morales denunciò i golpisti che volevano imporre lo “stato d’assedio” in Bolivia. Le vittime e i loro parenti denunciavano sui media alternativi che riuscirono a coprire le pertinenti testimonianze della repressione di continuo, che “ci uccidono”, “ci sparano come animali”, chiedendo giustizia. Descrivono in dettaglio come i militari sparavano dagli elicotteri, come la polizia circondò i manifestanti per poi usare le armi da fuoco. Questo recinto a terra e aria era l’espressione più vivida dei massacri, un’immagine che tracciava il compimento dello “stato d’assedio” nel Paese andino-amazzonico. A questo si univa la carta bianca per la “pacificazione” di Ánhez, il cui obiettivo repressivo illumina la forme della struttura di potere in Bolivia al momento. Un nuovo modello di controinsurrezione, in cui ogni dissidente o seguace del Movimento Al Socialismo (MAS) è sospettato di sedizione e terrorismo, scommetterà sui massacri di Cochabamba e El Alto. L’omicidio impunito per motivi di controllo sociale, ordinamento del campo politico e diffusione della paura sulla psiche collettiva della popolazione sono il passo che conferma l’insediamento dello stato d’assedio in Bolivia, dove non esistono garanzie in un contesto costituzionale che porti giustizia alle vittime, laddove il cambio di regime viene effettuato col sangue. In tal senso, il compito non è lasciare che i massacri di Sacaba e Senkata siano dimenticati, perché rappresentano in buona misura la radiografia dell’attuale repressione in Bolivia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio