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L’improvvisa devozione di Bolsonaro per la Cina

Raúl Zibechi, Sputnik, 19 novembre 2019

La realtà è un dado difficile da decifrare per le menti dogmatiche. Così difficile che il presidente Jair Bolsonaro ha impiegato un anno intero per capire che non gli conviene avviare una controversia con la Cina, suo principale partner commerciale. Un anno fa, durante la campagna elettorale, Bolsonaro dichiarò che la Cina intendeva acquistare il suo Paese e che si comportava come predatore che voleva dominare settori cruciali dell’economia brasiliana. Giorni fa, nell’ambito del vertice dei BRICS tenutosi a Brasilia, si ebbe un’inversione di tendenza nei suoi rapporti col Dragone: “Tratteremo i gesti del governo cinese con più rispetto e affetto”. Il suo ministro dell’Economia, Paulo Guedes, annunciò colloqui per creare una “zona di libero scambio” con la Cina. Per comprendere tale cambiamento nella diplomazia brasiliana, iniziando l’anno rafforzando i legami con Washington e finendolo abbracciando Pechino, vanno rivisti alcuni fatti che influenzavano il governo e il presidente stesso.
La suddetta svolta non riguarda solo le questioni diplomatiche, ma si concentra anche sul commercio, che le parti s’impegnavano a sviluppare “su un piano di parità”. Da parte sua, Xi Jinping notava l’importanza che la Cina attribuisce “all’influenza del Brasile in America Latina e nei Caraibi”, portando il presidente cinese a proporre un’alleanza globale strategica tra le due nazioni. Nell’incontro precedente al vertice BRICS tra Xi e Bolsonaro, affermò che “la Cina è sempre più parte del futuro del Brasile”, aggiungendo: “La Cina è il nostro principale partner commerciale e con tutto il mio team e le attività brasiliane, vogliamo non solo espandere, ma diversificare le nostre relazioni commerciali”. Entrambi i leader firmarono nove accordi in settori quali commercio, agricoltura e sicurezza. Bolsonaro visitò la Cina a fine ottobre segnando la prima parte della sua svolta. Era eccitato a causa dello scambio commerciale da quasi 100 miliardi di dollari, nel 2018, c’è un surplus di quasi 30 miliardi per il Brasile. Qualcosa che alcun altro Paese al mondo possiede. La verità è che dopo le visite, le compagnie petrolifere cinesi CNOOC e CNODC erano le uniche che partecipavano all’asta dei blocchi petroliferi dei giacimenti sottosale, con cui il governo pensava di ricevere nuovi fondi per risolvere una parte dei problemi. A mio avviso, questo è l’aspetto centrale che spiega la svolta brasiliana.

Le compagnie cinesi partecipano all’asta dei giacimenti petroliferi
All’inizio di novembre, Brasilia mise all’asta quattro blocchi petroliferi a 800 chilometri dalla costa, sotto uno strato di sale, quindi denominati sotto-sale. Quattordici compagnie s’iscrissero all’asta, tra cui le più importanti del mondo, ma le uniche presentatesi furono la Petrobras statale in consorzio con due società cinesi con partecipazione di minoranza. L’asta si tenne il 6 novembre e fu un fallimento in quanto destinata a raccogliere 106 miliardi di reais (26,500 miliardi di dollari), ma ne ricevette solo 70 miliardi (17,500 miliardi di dollari). Due delle aree nemmeno ricevettero proposte e le grandi multinazionali occidentali abbandonarono l’asta sebbene le riserve comprovate garantissero un successo commerciale. Mentre la BP inglese, la francese Total, le nordamericane Chevron ed Exxon Mobil, la malese Petronas e la anglo-olandese Shell si astennero, le società statali cinesi si fecero avanti mostrando a continuare ad investire in Brasile. Alcuni analisti stimavano che queste società sfuggissero a quello che chiamano “rischio Bolsonaro”, caratterizzato dall’instabilità del suo governo e mancanza di certezza che i contratti che sottoscriveranno saranno mantenuti in futuro. Il giornalista Josias de Souza a Folha de Sao Paulo, pensava che il governo fosse stato costretto a voltare le spalle ai discorsi ideologizzati del suo cancelliere ed ora “supplica i cinesi di acquistare aziende statali, aeroporti, ferrovie, porti e ogni iniziativa infrastrutturale”. De Souza diceva che vi sono 200 progetti sul tavolo. “Giorni fa il Brasile chiedeva una piccola partecipazione delle compagnie statali cinesi all’asta del petrolio quando le grandi compagnie petrolifere del mondo decisero di astenervisi”. Il 70% delle esportazioni del Brasile verso la Cina sono soia, minerale di ferro e petrolio, mentre acquista prodotti manifatturieri, tra cui piattaforme di sfruttamento petrolifero, motori, generatori e circuiti telefonici. Tale struttura commerciale bilaterale è un esempio di quali Paesi mantengono questa alleanza: una nazione industrializzata che offre tecnologie avanzate e una nazione deindustrializzata che riesce a malapena a vendere materie prime senza valore aggiunto.
La seconda questione che avvicina il Brasile alla Cina è la questione ambientale, poiché Pechino difende la sovranità di ogni Paese in materia. Ricordiamo che Paesi dell’Unione Europea come Francia e Germania rimproveravano il Brasile sugli incendi in Amazzonia. È una questione molto delicata per l’esercito brasiliano che sempre sospettava che i Paesi del nord intendano occupare la foresta per preservarla, con un atteggiamento neo-coloniale che non è disposto a tollerare. La dichiarazione finale del vertice BRICS non affrontò la delicata situazione della regione latinoamericana, ma la questione ambientale dal punto preferito da entrambi i governi. Pertanto, l’importanza della frase che segue va notata, chiarendo che altre nazioni e organizzazioni internazionali non interferiscano nell’ordine pubblico interno. “La cooperazione internazionale in questo campo deve rispettare la sovranità nazionale, i regolamenti legali e le disposizioni istituzionali e nazionali”, affermava la dichiarazione congiunta sul rispetto dell’ambiente.
È chiaro che il governo di Bolsonaro inizia a sentirsi più a suo agio con Xi Jinping che con le controparti occidentali. La somma del successo nel commercio estero e le coincidenze diplomatiche genera un clima di comprensione che un anno fa sembrava impossibile.

Raúl Zibechi, giornalista e ricercatore uruguaiano, specialista in movimenti sociali, scrive per Brecha in Uruguay, Gara nei Paesi Baschi e La Jornada in Messico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio