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La rigenerazione del terrorismo islamico

David Macilwain, AHTribune 2 dicembre 2019

In quasi tutte le occasioni in cui le potenze occidentali rivendicano un attentato o altri eventi il cui esito sembra favorire i loro interessi, appaiono incoerenze o coincidenze che suggeriscono interferenze malvagie dello Stato. I documenti d’identità trovati nel veicolo dell’attentatore, o la rivelazione successiva che fosse già noto alla polizia. Ma per ogni singolo incidente, raramente accade che tali “regali” dimostrino un’influenza malvagia o un’azione segreta dello Stato, anche se cumulativamente la “cospirazione” da parte di tali organizzazioni appare inoppugnabile e non sorprende chi di noi è da questo lato della divisione. Come fu già osservato , tuttavia, le agenzie che appaiono responsabili della sceneggiata e del coordinamento di tali “provocazioni” o “false flag” scoprivano di potersela cavare con qualsiasi cosa presentata in modo appropriato dai media mainstream. Il pubblico è stato addestrato a rispondere a materiale diversivo ed emotivo proprio come il cane di Pavlov, aggirando qualsiasi curiosità intellettuale che li avrebbe visti porre domande basoalri, come “perché dovrebbe farlo?” Ma come si suol dire, non puoi ingannare tutti per tutto il tempo, e prima o poi ci saranno abbastanza persone che non saranno ingannate alzarsi in piedi e volgere il fascio di menzogne e fabbricazioni divenuto il modus operandi della dirigenza imperiale. Sulla base di ciò che abbiamo già visto e sentito sull’ultimo “attentato” al London Bridge, sarebbe il momento per un paio di indicazioni critiche; l’assassinio non necessario dell’aggressore e momento e luogo dell’attacco. Mentre potevamo chiedere all’ormai defunto Usman Khan “perché l’avrebbe fatto?”, appariva una domanda che molti già si ponevano mentre emerge la storia della sua presunta riabilitazione da aspirante terrorista. Potrebbero anche chiedersi “come è riuscito a farlo?”, dato il suo monitoraggio elettronico e la sua nota presenza a una conferenza sulla riabilitazione dei prigionieri, prima della sua inattesa furia coi coltelli. Ma tali domande vengono poste ogni volta che si verifica un attentato, senza avere le risposte soddisfacenti. Le risposte, di esperti e autorità, vengono date, ma non sono mai soddisfacenti; il terrorista “radicalizzato”, influenzato da un imam estremista e promettendo fedeltà allo Stato islamico, era andato a combattere in Siria. In questo bizzarro caso tali domande furono poste nove anni fa, quando Khan fu incarcerato per aver pianificato un attacco terroristico a Londra; ora la domanda che si pone è come si sia “radicalizzato”, senza mai mostrarlo dalla sua scarcerazione un anno fa. Ma si tratta ancora la domanda sbagliata. Invece dovrebbe essere su chi diede ad Usman l’idea che correre agotando un paio di coltelli da cucina in una località turistica di Londra aiutasse la causa del fondamentalismo islamista in Medio Oriente? Non sarebbe questa che il governo del Regno Unito cerca per giustificare il continuo intervento illegittimo ed occupazione dell’Iraq, proprio in un momento critico in cui altri pretesti malvagi collassano?
Si consideri ad esempio come l’intera narrativa della “lotta allo Stato islamico” avrebbe potuto essere mantenuta se gli attentati nel Regno Unito non fossero avvenuti: gli attentati di Manchester e Borough Market più di recente. Non è necessario sottolineare che gli autori di tali attacchi erano ben noti alle autorità antiterrorismo e persino vi collaboravano. Potremmo anche chiederci, se fossimo più cinici su motivi e azioni dello Stato inglese nella sua “Guerra al terrore”, perché un sostenitore dello “Stato islamico” morderebbe la mano che lo nutre, con armi e propaganda, e che beneficiava dell’uso dello SIIL come pretesto per invasione ed occupazione dei giacimenti di petrolio e gas della Siria. Come base dell’illegittima campagna della coalizione NATO in Medio Oriente, giustificata come prevenzione degli attentati in occidente, con cui è improbabile si possa rispondere a tale domanda! Ma fate una domanda a un soldato siriano mentre lui e i suoi compagni affrontano molteplici attacchi missilistici degli estremisti di al-Qaida sostenuti da stranieri, con giubbotti suicidi e autobombe, e potreste sapere la verità. Non aspettatevi simpatia per le vittime di tale “contraccolpo”. Ma torniamo ai due punti critici menzionati e alla nostra domanda, posta al poliziotto che sparò a un Usman Khan morto: “perché farlo?” Perché, quando Khan era già disarmato a terra, era necessario ucciderlo? Perché era necessario che uno degli uomini che lo tenevano a terra venisse tolto di mezzo per poter sparare a Khan? Il video inserito in questo articolo, che mostra i minuti prima che Khan venisse ucciso, è particolarmente rivelatore. Una volta che Khan fu bloccato dagli inseguitori civili, non ci fu un dramma, ma l’inferno scoppiò non appena arrivò la polizia.
Questa domanda fu posta anche da quei coraggiosi che inseguirono l’attentatore dopo le sue coltellate nella sala conferenze. Risposero coll’affermazione che Khan indossava un giubbotto suicida, finto, e ciò era peggio che non convincente; se la polizia pensava che fosse finto, come quelli indossati dagli aggressori al Borough Market, la sua risposta è disonesta, ma difficilmente avrebbero potuto pensare diversamente; l’idea che i partecipanti a una conferenza sulla riabilitazione dei prigionieri che includeva assassini e terroristi portassero giubbotti suicidi è assurda! E abbiamo solo la parola di un presunto testimone e della polizia che Khan effettivamente indossasse un giubbotto del genere, finto o meno, ma senza alcuna prova, come Khan che urlava che avrebbe fatto esplodere il giubbotto se la polizia gli avesse sparato. Invece siamo costretti a concludere che la polizia era determinata a sparare a Khan per ucciderlo, non perché fosse un pericolo per il pubblico, che l’aveva sopraffatto, ma perché era un pericolo per essa. I morti non parlano e quest’uomo chiaramente non parlerà. Considerato da solo e in isolamento dalle circostanze prevalenti nel Regno Unito in questo momento, che a dir poco “estenuano”, questo potrebbe essere considerato un caso di “giustizia sommaria”. Non sarebbe la prima volta che la polizia cerchi i evitare un lungo processo in cui un assassino potrebbe sfuggire alla giustizia con dei cavilli. Quindi se “la polizia”, che sicuramente sapeva esattamente con chi aveva a che fare ben prima che corresse sul ponte, non voleva che il pubblico sentisse ciò che Khan aveva da dire, che cosa avrebbe potuto dirre esattamente? Che avesse legami con lo Stato islamico, nonostante fosse stato attentamente monitorato dalla sua scarcerazione dalla prigione di Belmarsh un anno fa? Che li aveva ingannati pensando che fosse rinsavito? Nulla di ciò è probabile, dato che entro 48 ore si seppe di Usman Khan e della storia del suo processo e condanna.
Cos’altro possiamo concludere se non che Khan era il mezzo per raggiungere un fine adatto alla dirigenza del Regno Unito e delle sue agenzie e che in qualche modo fu manipolato e istituito per esibirsi in tale provocazione? Non è che ciò non sia mai accaduto prima, coinvolgendo stessi organizzazioni ed individui che ora pronosticano la resurrezione della minaccia terroristica, insieme ai media obbedienti. In un altro articolo del Daily Mail si dice: “Fu ipotizzato che l’attentato fosse la vendetta per la morte del capo dello SIIL Abu Baqr al-Baghdadi”. Presumibilmente qualcuno che credette alla bufala del bombardamento nordamericano di una casa in Siria senza capire che Baghdadi aveva il destino segnato; come il dottor Who, doveva rigenerarsi, quindi doveva morire prima e subito! Ancora una volta si ha la sensazione che gli eventi siano “orchestrati” dalle potenze imperialiste per adottare l’agenda della NATO e dei Cinque Occhi, nonché le agende politiche dei loro governi. È un’idea paranoica, ma la paranoia non è fantasi; cos’altro potremmo temere da capi e governi che ora sappiamo aver cospirato coll’OPCW per fabbricare prove che permettessero attacchi terroristici in Siria e disinformazione letale nel mondo?

Traduzione di Alessandro Lattanzio