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Il terremoto distrugge la base dei terroristi del MKO in Albania

Balkans Post

Il 26 novembre, alle 3:54 ora, l’Albania nordoccidentale fu colpita da un forte terremoto di magnitudo 6,4 con epicentro a nord-ovest della capitale Tirana. L’intensità massima percepita fu VIII (grave) della scala d’intensità Mercalli modificata. Il tremore fu avvertito in tutto il Paese e in luoghi come Taranto e Belgrado, 370 chilometri a nord-est dell’epicentro. Fu il più forte terremoto a colpire l’Albania in quarant’anni. Ci furono centinaia di scosse di assestamento, di cui quattro maggiori di magnitudine 5. Dopo il terribile terremoto, il governo albanese dichiarò una giornata di lutto nazionale e lo stato di emergenza nelle regioni di Durazzo e Tirana. Il terremoto aveva raso al suolo diversi edifici nella città portuale di Durazzo e nei villaggi circostanti, intrappolando dozzine di persone. Danni materiali e vittime furono segnalati anche a Tirana. I Paesi limitrofi e l’Unione Europea reagivano inviando squadre di soccorso e aiuti finanziari. Per più di 36 ore, squadre di emergenza civili, polizia, esercito e squadre di soccorso specializzate di altri Paesi scavavano tra le rovine di edifici crollati in cerca dei sopravvissuti. Le autorità affermavano di aver salvato 45 persone. Secondo gli ultimi dati ufficiali, almeno 48 persone erano rimaste uccise nel terremoto, 790 ferite e oltre 20 disperse. Questi numeri sono tutt’altro che completi, soprattutto considerando l’occultamento ufficiale delle vittime straniere.

Vittime straniere non segnalate
Mentre i cittadini albanesi che vivono a Tirana e Durazzo, a 30 e 15 km dall’epicentro, ebbero fortuna ad evitare il disastro, i membri della People’s Mojahedin Organization of Iran (PMOI) alias National Council of Resistance of Iran (NCR) non ne ebbero. Di stanza a soli 5 km dall’epicentro del terremoto, nonché a meno di un chilometro dall’epicentro della potente scossa di assestamento di magnitudine 5,3, gli abitanti delle caserme mal costruite della base di Ashraf-3 vissero un vero orrore. E il tutto quasi non fu segnalato. In piedi con un collega all’ingresso dell’ospedale di Tirana in cerca di nuove informazioni e tragiche esperienze personali, fummo sorpresi nel vedere una colonna di autoveicoli di emergenza guidati da un’auto della polizia, che suonava e gridava “sgombrate la strada!” Chiedendoci chi fosse così importante a che i civili dovessero togliersi di mezzo, comprese donne ferite e bambini che piangevano, seguimmo la colonna fino a quando non si fermò e chiedemmo educatamente all’agente di polizia dei pazienti VIP. “Niente telecamere, tornate indietro”, ignorò le nostre domande e cercò di allontanarci. In disparte, ma a una discreta distanza, vedemmo paramedici trasportare rapidamente feriti su barelle, almeno due dozzine. Alcuni erano coperti di lenzuola insanguinate, probabilmente mezzo mortu, mentre altri ululavano in un linguaggio incomprensibile. Gli stranieri, quindi dal trattamento speciale, pensai. Ma chi? Troppi per i pochi membri di un’ambasciata, troppo ben trattati per dei turisti, mi chiesi. Vista l’evidente segretezza e le severe misure di polizia, decidemmo di cambiare approccio. Invece di chiedere dettagli sensibili col badge della stampa, schivammo gli sbirri e ci avvicinammo a un giovane paramedico: “Ci hanno mandato qui, siamo traduttori, dove dovremmo andare?” Gli chiesi fiducioso di me stesso. “Quindi parli iraniano”, rispose. “Certo che parlo persiano o iraniano, come dici in modo inesatto”, gli insegnai le differenze e ripetei la domanda sulla direzione. “Secondo piano”, spiegò mostrandoci dove andare e se ne andò rapidamente. Per me, le cose subito iniziarono ad avere un senso. Pochi in Albania sanno che esiste una base vicino a Tirana con 4000 membri del controverso gruppo di opposizione iraniano, sfollato nel 2016 dall’Iraq su richiesta del governo nordamericano. Noi giornalisti ne sappiamo un po’ di più. Il loro complesso è assai sorvegliato e i residenti sono rigorosamente controllati, senza alcun contatto col mondo esterno. Diversi fuggitivi della base raccontarono storie scioccanti, e i giornalisti albanesi che ne riferirono dovettero affrontare enormi pressioni e molestie. Quindi, tale disastrosa situazione si rivelava una miniera d’oro, un’opportunità unica per scoprire cosa è successo. E cosa succedeva prima.
Ripetendo lo stesso approccio, mi presentai come traduttore ed entrai nell’ospedale. Fortunatamente, essendo impegnati in tutto quel caos, nessuno del personale pose ulteriori domande o chiese documenti, né sapeva il persiano. Nemmeno io. Pertanto, speravo di trovare chi parlasse un inglese sufficientemente vivace e amichevole tra le vittime, e lo trovai. Teymur, un magro uomo dai baffi sui cinquantanni parlava inglese male e lentamente, ma chiaramente.

“Non è giusto, siamo stati rasi al suolo, ma non Teheran”
“Iniziò a tremare mentre dormivo nel dormitorio con molti altri”, iniziò Teymur. “All’inizio il letto tremò e vidi molti svegliarsi, poi le finestre e il soffitto crollarono. I compagni nei nostri dormitori adiacenti urlarono, alcuni gridando che eravamo sotto attacco. Alla fine, la struttura crollò e un pilastro mi cadde sulle gambe. Non riesco a sentirle. Nella penombra vidi cadere grossi pezzi, alcuni furono schiacciati, morti istantaneamente. Tutto ciò accadde in meno di un minuto. Subito ci fu molta polvere e non riuscivo più a vedere, gridavo aiuto. Mi sembrava Mersad”. Più tardi, su internet scoprì che Mersad era il nome dell’operazione del 1988 con cui l’esercito iraniano distrusse le loro truppe in un canyon. Chiesi di valutare il numero di morti e i danni alla base, Teymur disse: “All’alba fui tirato fuori dalle macerie. Ci allinearono sulla strada e aspettammo i veicoli di emergenza. Sentì che alcuni furono portati a Durazzo, altri a Tirana. Vidi feriti gravi e morti, forse dozzine. Non so esattamente: prima tra le rovine chiamavo e su venti compagni in dormitorio, solo tre mi risposero, ma so benissimo che le caserme furono distrutte, alcune rase al suolo, altre gravemente danneggiate. La maggior parte del personale della base dormiva, il resto era al computer in una sala, svolgeva il turno di notte online di otto ore. Ci furono vittime lì, il soffitto era caduto rovinando il nostro duro lavoro. Semplicemente non è giusto!” Era sorprendente che Teymur parlasse con calma di morti e feriti, ma iniziò a rabbrividire come un bambino per la sala computer. Sembrava più turbato dalle perdite delle infrastruttura che dalle vittime umane. Gli chiesi perché la sala computer fosse così importanti. “Siamo arrivati in Albania tre anni fa e da allora ci prepariamo a una nuova vita. Ci fu detto che i nostri cari alleati sauditi e israeliani avevano investito molti soldi sulle nostre base e infrastruttura, che qui eravamo al sicuro. Ci fu detto che abbiamo il pieno sostegno del governo degli Stati Uniti e di tutti i loro alleati, Bolton ci ha persino promesso di festeggiare presto insieme a Teheran. Un anno fa ottenemmo nuove apparecchiature informatiche e per mesi lavorammo duramente, promuovendo i diritti umani e la democrazia Solo dieci giorni fa, abbiamo visto il popolo iraniano per le strade e gli edifici di Teheran in fiamme, abbiamo pensato che i nostri sogni fossero diventati realtà. Ma oggi, niente rivoluzione, niente sale, niente computer. Tutto è andato perduto!”

“Ha a che fare con l’Iran”
La voce sollevata di Teymur suscitò la reazione del suo collega nel letto accanto, cantando qualcosa come “segna questo, segna quello”. Chiesi i tradurre dal persiano, Teymur spiegò che stava maledicendo l’Iran e il suo governo. “Perché”, chiesi. “Ha a che fare con l’Iran, senza dubbio, lo sappiamo tutti”, affermò Teymur. Ero piuttosto abbagliato e gli chiesi se voleva dire che l’Iran aveva causato il terremoto. “Sì, sì! Com’è possibile che un terremoto ci colpisca direttamente? Ci fu detto che l’epicentro del terremoto era molto, molto vicino alla nostra base, che non c’era stato un terremoto così forte da decenni! È una coincidenza? Proprio nelle prime ore del mattino, quando tutti i compagni sono nella base, nella caserma? Qualcuno pianificò il maggior numero di vittime possibile! Com’è possibile che un terremoto ci colpisca solo cinque giorni dopo la repressione della nostra rivoluzione in Iran? Questa è pura vendetta! Sono sicuro che ci siano le mani iraniane. In effetti, la polizia albanese già annunciò di aver scoperto agenti iraniani che pianificavano attacchi contro di noi solo un mese fa. Forse i loro agenti hanno seppellito e attivato potenti bombe, forse usano alte frequenze via satellite per provocare terremoti, leggo che è possibile. L’Iran non dovrebbe possedere una tecnologia così avanzata, spero che nostro fratello Trump aumenti le sanzioni contro la rete di ricerca o risponda con la forza”, aveva detto Teymur.
Proprio quando la sua storia diventava interessante, la nostra conversazione fu interrotta da una guardia che bussò alla porta. “Chi ti ha dato il permesso di intervistare le vittime? Se non hai un permesso esci”, urlò la guardia minacciando di prendere le nostre attrezzature. “Se pubblichi qualcosa sui media senza permesso, ti faremo causa e te ne pentirai”, alla fine ci minacciò il corpulento patrono dei presunti combattenti per la democrazia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio