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Bolivia: la transizione verso la “soluzione finale”

Rafael Bautista, Internationalist 360º 28 novembre 2019

L’inganno golpista della facciata della “transizione” descrive, ordinatamente, le delusioni politiche e intellettuali, specialmente a sinistra; le scuse del governo di “transizione” ne definiscono il suicidio storico. La sinistra d’opposizione (al governo MAS) optò non solo per l’opportunismo, ma anche la perdita assoluta del suo senso storico, realizzando fedelmente l’obiettivo imperialista finale: denigrare e demolire definitivamente gli orizzonti popolari. L’attuale criminalizzazione e persecuzione degli indigeni ha come obiettivo ultimo l’abolizione dell’orizzonte politico da loro proposto: vivere bene, decolonizzazione e Stato plurinazionale. La sinistra d’opposizione denunciò così tanto la destra del governo di Evo che non si accorse mai della propria destra. Denunciò la presunta dittatura e “dominio masista” al punto da non riconoscere più la vera dittatura e il dominio del suprematismo bianco nella versione creolo-meticcia. Accusarono il caudillo indiano mentre non riconoscevano la legittimità che davano al signore della guerra (Carlos Mesa) e all’inquisitore “macho” (Fernando Camacho). Gli abiti della nazionalizzazione furono così lacerati che ora dicono che non c’era nazionalizzazione, che non ha nulla da dire sull’annunciata sistematica alienazione del litio e di tutte le nostre risorse strategiche. Mentre protestavano liberamente su assenza di libertà di espressione nella presunta dittatura, ora dimenticavano tali pretese, quando tutti i diritti vengono violati, e i giornalisti minacciati, perseguitati, imprigionati ed espulsi, e i media internazionali messi fuorilegge.
Questo lascito funzionale all’Impero ne sigillava la morte. Critica tutto ma non s’impegna mai nell’autocritica o almeno a purificarsi dalla propria miseria storica, che porta come una maledizione: offrire alla destra, su un piatto d’argento, il proprio rimpiazzo. Il trotskismo fu esemplare in questo senso, ripetendo sempre il proprio anatema genetico aprendo le porte al fascismo. Pertanto, non sorprende che la moderazione estremista sia il virus introdotto nella lotta popolare per correggerne le opzioni. Ciò è accaduto concedendo disaccordo e dissenso antigovernativo a beneficio del fascismo potenziato che subito assaltava la democrazia in nome della democrazia. Tale destra fu anche promossa negli ambienti accademici e, da lì, protetta da critiche a-critiche (sempre più inclini alla pura critica), dedicandosi diligentemente a minare tutto in modo che nulla rimanesse e dando così il miglior argomento per legittimare l’odio fascista scatenato contro l’indio. L’accademismo si vantava della sua “critica”, ma fornendo gli argomenti necessari per la reazione. Attraverso la mediazione accademica, alla destra fascista fu fornita l'”illustrazione” del suo oscurantismo come proposta intellettuale; tale mediazione persino sponsorizzò e legittimò il colpo di Stato fascista realizzando la “transizione”, lo smantellamento sistematico non solo delle istituzioni che sostenevano di difendere, ma anche la propria sovranità nazionale.
L’istituzione di un regime di fatto, il decreto che conferisce all’esercito “licenza d’uccidere”, la liberazione dell’esportazione, la privatizzazione annunciata di società strategiche, il massacro revanscista bianca, la ricreazione del corpo diplomatico, la revisione delle relazioni internazionali, la ripresa delle relazioni cogli Stati Uniti, ecc., non sono attributi di un “governo di transizione”. Questa svolta definitiva sarà l’orientamento del nuovo ordine imposto che sarà stabilito col vero broglio che si pianifica nominando Salvador Romero, dettato da Carlos Mesa, a membro del Supremo Tribunale elettorale. A poco a poco, la pianificazione del colpo di Stato viene smascherata. Applicando diligentemente la logica fascista, criminalizzavano la protesta popolare, santificando la “kristalnacht” razzista scatenata dalla “gioventù crucenhista”, “cochala”, “la resistencia pacenha”, ecc. Oggi perseguitano i leader popolari, etichettati “masisti , “Accusandoli di essere sediziosi e terroristi; ma non dicono nulla delle orde di giovani e universitari naziste che hanno bruciato, distrutto, irritato e persino quasi bruciato vivi le autorità del precedente governo; per non parlare del fatto che l’attuale rettore dell’MSAA aveva acquistato un’assicurazione antincendio giorni prima dell’incendio della propria casa, o che i 64 autobus pumakatari che furono bruciati erano in disuso e ritirati in un cimitero di rottami. Ora riscuoteranno sicuramente in modo succinto l’assicurazione da un’operazione pianificata che rivela la perversità di alcuni che hanno seminato il caos per ottenere ricchezze da un Paese in fiamme. La società urbana inghiottiva la storia delle “orde” venute per distruggere tutto, per giustificare la repressione dell’esercito. Tali “orde” erano, infatti, quelle che sostenevano Camacho, Pumari e il golpe, ora benedetti come “difensori della democrazia” dal regime di fatto.
I mobilitati nello stabilimento di Senkata posero il blocco per cinque giorni, senza polizia o esercito, e non gli venne mai in mente di dare fuoco ai serbatoi di gas; ma l’accusa di terrorismo fu sufficiente per la gente di La Paz per chiamare esercito e polizia “eroi”, che fecero 9 morti e dozzine di feriti. Ancora una volta, come nell’ottobre 2003, La Paz veniva rifornito di carburante macchiato dal sangue di chi è dedito alla difesa delle nostre risorse. Ambientalisti ingenui (che non comprendono la geopolitica del discorso ambientale e la lotta dei capitali che operano da nuove nicchie di accumulazione) furono cooptati dalla politica di “riforestazione” della Chiquitanía, che avvierà l’estensione definitiva della frontiera agricola transgenica della soia, a beneficio esclusivo del capitale agroindustriale di Santa Cruz che, dai suoi ingranaggi, è controllato dal capitale brasiliano e finanziato dalla Monsanto. Il rogo premeditato della Chiquitanía servì a mobilitare la gioventù urbana attorno alla domanda di “aiuti internazionali”; grazie a tale mediazione, da Jujuy in Argentina, tutto il materiale logistico e i dollari necessari con cui furono acquistati gruppi paramilitari, sicari guarembisti travestiti da “gioventù democratica”, comitati civici e apparati coercitivi dello Stato. Tutto era pianificato, ma la sinistra, persino quella accademica, era così immersa nel proprio rifiuto patologico del “falso presidente indio” che non vide nulla. E continua ad essere cieca su ciò che verrà.
La destra ha già il suo programma governativo scritto a Washington, i cui portavoce saranno Camacho e Pumari: la “federalizzazione” del Paese, che significa sua frattura, cioè balcanizzazione; in modo che le nostre risorse strategiche non saranno mai più patrimonio nazionale. La cosa peggiore: lo smembramento dello spirito plurinazionale e l’imposizione di una nuova riconquista che diffonderà il “caos creativo” nella regione. La Bolivia è l’inizio del colpo di Stato geoeconomico del dollaro nel continente sudamericano. Ecco in cosa consiste la “soluzione finale”, dalla Germania nazista alla dottrina del “core and the gap” di Pentagono e CIA: scatenare il caos indefinito mentre la nuova fisionomia precipita il mondo nell’inferno. La cosa triste è che, quando finiremo come Siria, Iraq, Afghanistan o Libia, non rimarrà nessuno ad indicare agli sciocchi “critici” della sinistra quanto profondamente si sbagliassero.

Rafael Bautista S., La Paz, Chuquiago Marka, Bolivia, 27 novembre 2019

Traduzione di Alessandro Lattanzio