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La storia oscura dei golpisti di Santa Cruz

Mision Verdad 18 novembre 2019

Il Comitato Pro Santa Cruz (CPSC) e l’Unione della gioventù Crunhena (UJC), agglutinatori affaristici del dipartimento di Santa Cruz de la Sierra in Bolivia, sono le piattaforme utilizzate da Luis Fernando Camacho per definire il profilo delle prime rivolte, quindi amplificandole in sedizioni contro l’istituzionalità del governo boliviano. La regione più bellicosa degli ultimi giorni di confronto è il territorio dell’élite di Santa Cruz, famosa per aver tracciato una linea di demarcazione tra loro e il resto del Paese, emarginando soprattutto la popolazione degli altopiani.

Una rapida visione delle origini del potere crucenhista
Il dominio dell’est del Paese si concentrava in una dozzina di famiglie dalle origini “bianche, creole e discendenza europea”, che accumularono fortune nell’era coloniale, in particolare coll’attività agricola e lo sfruttamento della gomma. Tuttavia, persero influenza nello Stato boliviano per alcuni anni, quando l’economia passò ad ovest coll’ascesa dell’estrazione di stagno. Un gruppo di accademici della Federazione delle Università locali prese quindi la decisione di formare, nell’ottobre 1950, il CPCS. Fu descritto come organizzazione “essenzialmente non partigiana” che avrebbe adempiuto al ruolo di “governo morale”, eufemismo per nascondere quel potere politico costituito scomparso, in modo che tale figura esercitasse pressioni, da allora in poi, a favore dei piani dell’oligarchia crucenhista in Bolivia, scavalcando le esigenze di altri dipartimenti del Paese. Tra le principali pretese del comitato c’era il controllo dell’autostrada Cochabamba-Santa Cruz, del trasporto ferroviario e dello sviluppo dei servizi pubblici. Sette anni dopo, Carlos Valverde Barbery (capo della falange socialista boliviana) formò l’UJC, il braccio armato di tale comitato, insieme ad altri giovani crucenhisti. Valverde dichiarò che l’iniziativa nasceva dalla necessità di sostenere gli obiettivi “perché la lotta fino allora diveniva una guerra di comunicati”. Cosa esattamente non riuscirono ad energizzare in quel momento? In Bolivia fu emanata una legge sulle royalties petrolifere (1938) che dettava la distribuzione dell’11% degli utili alle regioni produttrici. Santa Cruz chiedeva che questa legge fosse rispettata. La Gulf Oil Co., società di idrocarburi nordamericana, impose al governo di Hernán Siles Zuazo la consegna del settore con un comodo contratto per gli Stati Uniti: l’89% della quota corrisposta alla transnazionale mentre lo Stato boliviano ipotecava l’11 %. I capi élitari e il presidente, del Movimento Nazionale Rivoluzionario (MNR), discussero su chi avrebbe amministrato quella esigua parte boliviana. La disputa portò alla cosiddetta “rivoluzione del 1958”, con cui Washington ebbe contrastti.
Nel suo libro Distruzione delle nazioni: l’arma globale degli Stati Uniti sviluppata in Bolivia (2016), Juan Carlos Zambrana notava che la Casa Bianca voleva il controllo della Bolivia, garantito dala subordinazione del governo Siles, ma fece anche avanzare la costruzione di una rappresentazione politica d’estrema destra che lo sostituì, basandosi sui latenti sentimenti separatisti e razzisti di Santa Cruz. La regione secessionista aveva l’UJC come strumento di azione diretta contro il governo centrale. Giovani furono quindi fatti entrare nell’organizzazione politica CPSC. Fu così inaugurato il gruppo paramilitare, strettamente legato al Comitato, che in seguito svolse altri compiti operativi contribuendo alle tensioni tra Stato e Santa Cruz, ridefinitosi coll’arrivo di Morales alla presidenza. Alla fine, alla confusione s’impose la forza dei crucenhi, assegnandogli il totale dei canoni ottenuti dalle licenze della Gulf Oil Co. Denaro e ritorno dell’influenza trasformarono la città nel centro economico del Paese. La cosa essenziale di tale intricato evento è che i capi crucenhisti crearono la narrazione secondo cui il colpevole dello scontro era il MNR e, fondamentalmente, i collas (gli indigeni) dall’identità culturale che minava il progresso dei Cambas (bianchi). Da quel momento la lotta separatista fu usata dagli Stati Uniti per coprire il resto dei suoi piani neoliberisti ed interferenze in Bolivia.

Il Comitato e l’Unione dei giovani in formato cospirativo
L’ascesa di Evo Morales al potere politico nel 2006 portò profonde riforme agli interessi nazionali del Paese, partecipando al progetto di integrazione regionale guidato dal governo venezuelano, insieme a Argentina e Brasile. Allo stesso modo, il nuovo Stato Plurinazionale entrò in contatto con le potenze emergenti del blocco eurasiatico. Ciò evidenziò la svolta radicale dai precedenti governi che gelosamente custodivano le concessioni statunitensi nella struttura statale. Visto in questo modo, è facile capire la rinascita della causa secessionista di Santa Cruz, coperta da una storica rivendicazione di autonomia, per ottenere il crollo del governo che Evo Morales aveva appena installato, sempre guidata da CPSC e l’UJC. Questo era l’obiettivo che cercavano nelle violenza del 2008, in cui colpivano i boliviani mentre invitavano altri comitati civici a Tarija, Beni e Pando a tuffarsi nel caos e nell’anarchia. Nelle province orientali della cosiddetta “mezzaluna” boliviana, dove le organizzazioni di Santa Cruz capitalizzarono più forza politica, fecero esplodere le violenze che avrebbero dovuto mirare la difesa di Morales, neutralizzati dai movimenti indigeni e popolari. Si duede la possibilità di effettuare un attacco contro il gasdotto nella città di Yacuiba (Tarija), che esporta gas in Brasile e Argentina. Il ritorno delle royalties sul petrolio fu il racconto nascosto dal tentativo di sabotare la nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi e le cooperazioni energetiche coi Paesi vicini che miravano a liberare la Bolivia da dannose relazioni commerciali con le multinazionali occidentali. L’evento si è concluse con l’espulsione dell’ambasciatore nordamericano Philip Goldberg per le sue comprovate cospirazioni.

Il tentativo di assassinio del 2009 e collegamento col colpo di Stato
Un anno dopo le cospirazioni secessioniste, si apprese da un’operazione della polizia boliviana che l’oligarchia di Santa Cruz cercò di assassinare Evo Morales. L’ex-presidente del Comitato Pro Santa Cruz, Branko Marinkovi?, formava un gruppo di sicari che progettava anche di minacciare la vita del Vicepresidente Álvaro García Linera. Il 16 aprile 2009, l’unità tattica di risoluzione delle crisi della polizia boliviana giunse all’hotel Las Américas di Santa Cruz, dove affrontò la cellula paramilitare. Lì furono uccisi il capo del gruppo, il boliviano-ungherese Eduardo Rózsa Flores e i mercenari europei Michael Dwyer (irlandese) e Árpád Magyarosi (rumeno-ungherese). “Tutto iniziò nel settembre 2008. Quando a Santa Cruz, Tarija, Pando, Beni e Chuquisaca scoppiarono grandi violenze per provocare la caduta del presidente Evo Morales”, affermava il giornalista messicano Orio Malló, in un articolo pubblicato su Jornada de Oriente. Lì, ricostruì i dettagli del fallito colpo di Stato civile e militare e l’assassinio sventato, collegandosi all’operazione di cambio di regime effettuata oggi. Rózsa, nato a Santa Cruz, partecipò al conflitto jugoslavo dalla parte croata. Ritornò nella città boliviana dopo gli eventi del 2008 chiamato da Marinkovi? per “organizzare le difese” del dipartimento. Prima di lasciare l’Ungheria, disse alla televisione locale che viaggiava per “dichiarare l’indipendenza e creare un nuovo Paese” e rivelò di avere logistica garantita dagli organizzatori dell’assassinio e che le armi sarebbero state contrabbandate dal Brasile. A proposito, Oriol Malló ricordò il momento in cui Camacho assunse la presidenza del Comitato Pro Santa Cruz a febbraio di quest’anno. Durante la cerimonia lo spagnolo onorò il golpista latitante Branko Marinkovi?, assente dalla cerimonia, e proclamò la continuazione dell’agenda irregolare contro il governo di Evo Morales. Persino il tentativo di assassinare Evo Morales fu deciso, come denunciato dal presidente stesso una volta arrivato nelle terre messicane. L’asilo in Messico fu il risultato della minaccia dai gruppi paramilitari che ebbero offerti 50 mila dollari per svolgere tale compito. I gruppi di attacco emersi a Santa Cruz per trasferirsi in altre regioni del Paese seguirono le violenze di classe del Comitato e dell’Unione dei giovani crucenhisti. Entrambe le piattaforme compirono azioni di destabilizzazione sistematiche per anni nei conflitti su piccola scala.
Le settimane di “disobbedienza civica” ripulirono l’assedio contro le istituzioni statali, consentendogli di avanzare gli sforzi paramilitari aumentando la pressione sulle autorità boliviane: barricate, incendi di municipi, rapimenti e violenze contro personaggi pubblici. Alla “mezzaluna” orientale, che testò il modello delle violenze nel 2008, altri comitati civici si unirono in diversi dipartimenti, rivelando l’interesse nel coprire aree dalle risorse strategiche, come Oruro e Potosí, che hanno riserve di litio stimate a un milione di tonnellate, le più grandi al mondo. Le violente proteste improvvisamente indussero il governo boliviano a realizzare un progetto per sfruttare il Salar de Uyuni, in associazione con la società tedesca ACISA, requisito del Comitato Civico di Potosí al fine di ridurre le tensioni. Sebbene la società mista venisse annullata, le strade continuavano a bruciare. Una volta terminato il colpo di Stato, polizia e i seguaci del discorso di Santa Cruz continuarono a bruciare la wiphala, bandiera della diversità indigena rivendicata da Evo Morales. Il presidente del Comitato Pro Santa Cruz si affrettò a fingere di aver respinto le azioni. Nonostante lo sforzo, è impossibile nascondere che tale atto sintetizzi i valori storici del crucenhismo, prendere il potere per distruggere i simboli plurinazionali sollevati per anni dal governo del MAS. L’obiettivo mira a eliminare ogni traccia di coesione tra movimenti indigeni che possa danneggiare il ripristino del logoro modello neoliberista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio