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Il golpe statunitense in Bolivia

L’analista internazionale Alfredo Jalife Rahme rivelò con alcune settimane cosa sarebbe successo nel Paese vicino
Conclusion, 12 novembre 2019

L’analista internazionale Alfredo Jalife Rahme pubblicò il testo sul sito Behind Back Doors in cui dettaglia con nomi e cognomi degli interessati furono spiegati con alcune settimane prima in Bolivia.

Le mani degli Stati Uniti contro la Bolivia
8 ottobre 2019
Dal territorio degli Stati Uniti si sviluppa gradualmente il golpe contro il Presidente Evo Morales, che si svolgerà presumibilmente dopo le elezioni, tra la fine del 2019 e marzo 2020. I suoi agenti principali sono politici boliviani come Gonzalo Sánchez de Lozada, Manfred Reyes Villa, Mario Cossio e Carlos Sánchez Berzain, tutti residenti negli Stati Uniti. Coordinano le azioni in Bolivia coi capi dell’associazione d’opposizione “Coordinatore militare nazionale”, composto da ex-ufficiali dell’esercito boliviano, tra cui il generale Rumberto Siles, i colonnelli Julius Maldonado, Oscar Pacello e Carlos Calderón. Si coordinano anche coi capi dell’opposizione boliviana Waldo Albarracín, presidente della Confederazione Nazionale Democratica (CONADE), Jaime Antonio Alarcón Daza, presidente del Comitato Civico di La Paz, Jorge Quiroga, ex-presidente della Bolivia, Juan Carlos Rivero, Rolando Villena, ex-difensore civico e Samuel Doria Medina del National Unity Party, tutti responsabili dei fondi inviati dagli Stati Uniti per tale operazione, oltre a garantire le azioni previste per creare una crisi sociale per sconvolgere il Paese prima del 20 ottobre, data elettorale. Tale piano è già in corso e prevede disposizioni per altri agenti, come frattura e divisione nell’esercito e nella polizia nazionale boliviani, facendo ribellare tali forze contro il Presidente Evo Morales. Inoltre, prevede la manipolazione di settori strategici della società boliviana, come universitari, medici, disabili ed ambientalisti, per la destabilizzazione del Paese. Gran parte dei fondi sono già sul territorio boliviano, avendo il sostegno delle ambasciate accreditate nel Paese e della Chiesa evangelica, utilizzata dal governo degli Stati Uniti come copertura poiché non dovrebbe essere direttamente coinvolto in tali interferenze. Funzionari del dipartimento di Stato accreditati nel paese, come Mariane Scott e Rolf A. Olson, incontrarono funzionari diplomatici di Brasile, Argentina e Paraguay per organizzare e pianificare azioni di destabilizzazione contro il governo boliviano, oltre a consegnare fondi statunitensi all’opposizione boliviana.
Il piano è in tre fasi:
1- FASE PREPARATORIA (già eseguita): scopo è preparare e organizzare il campo per le fasi successive. Si svolse tra aprile e luglio 2019, dove si stabilirono le alleanze politiche per formare un solo fronte d’opposizione, con riunioni di coordinamento e azioni che verranno svolte nelle fasi 2 e 3, decidendo le campagne di discredito contro il governo, utilizzando la struttura dei media comprendendo stampa dell’opposizione, media ad hoc, attivisti dei social media, nonché la realizzazione di reclami formali alle organizzazioni internazionali. La strategia nei social network e delle false notizie era guidata dal cittadino boliviano Raúl Reyes Rivero, uno dei principali attivisti della mobilitazione dell’opposizione. Presentava azioni e piani di piattaforme democratiche e comitati civili contro il governo, per rovesciare il Presidente Evo Morales. L’ex-presidente ed oppositore Jorge Quiroga è responsabile della ricerca di sostegno e dichiarazioni dalle istituzioni regionali e internazionali come OAS, Unione Europea ed altri, per delegittimare la vittoria elettorale di Evo, dichiararla incostituzionale e rispondere coll’intervento internazionale in Bolivia .
2- FASE INTENSIVA (in funzione): l’obiettivo è generare convulsioni e instabilità sociale nel Paese. Entrò in vigore a luglio e prevedeva di concludersi nell’ottobre 2019. Consisteva nello stabilire una crisi sociale nel Paese attraverso manifestazioni pubbliche violente e pacifiche, barricate e scioperi, usando comitati civici e il movimento 21F , studenti universitari, medici e società civile. Juan Flores, presidente del comitato civico di Cochabamba, è il consigliere politico di Carlos Sánchez Berzain e Manfred Reyes Villa in Bolivia e ha la responsabilità nel generare l’incontro sociale nazionale, collegando ai comitati civili e affiliati ufficiali di esercito e polizia. Insieme al colonnello in pensione Oscar Pacello, manipolano sottilmente l’intenzione di generare una svolta che generi violenza e sconvolgimenti sociali. L’idea è paralizzare il Paese il 10 ottobre 2019, rovinando le elezioni nazionali. In tal modo, da quella data in poi, radunare la popolazione boliviana per affrontare il governo e destabilizzare così il processo elettorale. Prima di tale data, intendono continuare a coinvolgere diversi settori della società in tali mobilitazioni. Si prevede che proteste e manifestazioni avranno pieno successo il 20 settembre (a livello nazionale), 26 settembre (a La Paz) e 4 ottobre (a Santa Cruz e La Paz). Un altro obiettivo di tale fase era frammentare le istituzioni statali armate, principalmente polizia nazionale ed esercito. Con tale obiettivo, si aspettava il reclutamento di alti ufficiali dell’esercito, a sostegno del colpo di Stato e per assumere la presidenza del Paese con una coalizione civile- militare, già formata, nel periodo di transizione. È noto che esisteva già un gruppo di ufficiali reclutati, persone molto vicine al presidente Evo, che dalle loro posizioni consentissero il compimento delle azioni esaminate nel piano, usando la disinformazione sul presidente.
3- FASE FINALE (non eseguita): proclamazione della frode elettorale e imposizione di un governo parallelo. Si ritiene che si svolgerà al termine delle elezioni presidenziali. Valutazioni e previsioni fatte dal dipartimento di Stato UA e altre agenzie sui probabili risultati delle elezioni presidenziali del prossimo 20 ottobre, è che il Presidente Evo Morales vincerà le elezioni. Alla luce di tale scenario, l’ambasciata degli Stati Uniti aveva segretamente creato condizioni oggettive e soggettive per l’annuncio dei brogli. Perfino Mariane Scott s’incontrava, per la prima volta, coi diplomatici ne Paese, incoraggiando il messaggio su illegittimità e brogli nelle elezioni, convincendo un gruppo di Paesi accreditati. Negli incontri coi funzionari delle ambasciate di Brasile, Argentina, Paraguay, Colombia, Spagna, Ecuador, Regno Unito e Cile, chiese di effettuare la denuncia formale sui brogli alle elezioni, che sarà più credibile e genuina che se gli Stati Uniti lo facessero essi soli. Inoltre, l’ambasciata USA si concentrava su un approfondimento sui dettagli del Tribunal Electoral Supremeo (TSE), cercando di documentare presunte irregolarità di questa agenzia governativa per denunciare i brogli.

Non è importante chi vota, ma chi conta i voti
Parallelamente, a luglio si ebbe un incontro privato tra gli oppositori Jaime Antonio Alarcón Daza, Iván Arias e altri membri dei comitati civici, in cui si decise di acquisire “macchine per un conteggio rapido dei voti” per le prossimo elezioni presidenziali, al fine di manipolare l’opinione pubblica sui risultati delle elezioni. Tali macchine avrebbero un costo totale di 300 mila dollari. L’ambasciata degli Stati Uniti e la rappresentanza dell’Unione Europea nel Paese contribuirebbero a finanziarne l’acquisto, che riforniranno attraverso Fondazione del Giubileo e Chiesa evangelica. Con tale obiettivo specifico, erano già riusciti a raccogliere più di 800 mila dollari, che andrebbero agli scrutatori del rapido conteggio dei voti. L’intenzione era individuare le macchine in ogni consiglio elettorale istituito e organizzare attraverso i comitati civici la loro copertura (persone addestrate a tale manovra) durante il giorno elettorale, e questo sarebbe accompagnato dalla copertura mediatica per invitare la popolazione a recarsi presso questo sistema di conteggio dei voti per monitorarne i risultati senza la mediazione del Supremo Tribunale Elettorale. In questa fase, l’Unione della Gioventù Crucenhista svolgerà un ruolo fondamentale, suggerendo d’imporre azioni violente una volta pubblicati i risultati elettorali finali, per cui reclutarono criminali, utilizzati come punte di diamante negli scontri e nelle violenze contro le istituzioni statali. Juan Martín Delgado, membro di tale organizzazione giovanile, era responsabile dell’organizzazione delle violenze. Aveva anche supporto del boliviano Luis Fernando Camacho, presidente del Comitato Civico di Santa Cruz, che riceveva istruzioni e consigli dall’impiegato del governo nordamericano Rolf A. Olson. Dopo la possibile ascesa al potere di Evo nel gennaio 2020 e prestando attenzione al fatto che potevano raggiungere la destabilizzazione sociale, verrà proclamato un governo parallelo, incoraggiato da una frazione dell’esercito, che supervisionerà un governo civile-militare guidato da Waldo Albarracín, che dovrebbe convocare nuove elezioni entro 90 giorni senza escludendo la partecipazione del partito “Movimento al Socialismo” (MAS, per il suo acronimo in spagnolo). A questo punto, il governo degli Stati Uniti aveva già addestrato in segreto il politico e candidato presidenziale Oscar Ortiz. Questa strategia, diretta e finanziata dall’ambasciata degli Stati Uniti in Bolivia, contemplava anche la richiesta dello sciopero generale indefinito il giorno prima delle elezioni, operazioni sotto copertura, campagne di discredito e disinformazione e altre fome di sabotaggio per creare violenze e delegittimare il processo elettorale.
L’ambasciata degli USA a La Paz continuava a svolgere azioni segrete in Bolivia per sostenere il colpo di Stato contro il Presidente Evo Morales.
Quello che avanzato sopra è quasi un dato di fatto: se Evo Morales vinceva le elezioni, il 20 ottobre verrebbe istituito un governo di transizione civile-militare. Tale governo non riconoscerebbe la vittoria elettorale di Evo e accuserebbe ide brogli. La novità qui è che, per giustificare l’avvento del governo parallelo, era necessario creare un clima di instabilità nelle principali città. A tal fine, l’opposizione boliviana, attraverso i comitati civici e il gruppo di opposizione “Coordinatore militare nazionale”, preparava un gruppo di teppisti per compiere azioni violente, principalmente nelle città di Santa Cruz e La Paz. Costoro verrebbero inseriti nella protesta invocata per quei giorni e gli verrà ordinato di affrontare con violenti scontri la polizia. Queste azioni sarebbero accompagnate dalla rivolta di ex-ufficiali. Il «Coordinatore militare nazionale» col sostegno dell’Unione dei militari in pensione di Santa Cruz, organizzerebbe tali azioni. Il quartier generale dei governi di transizione sarà istituito a Santa Cruz, per consolidare i piani per la divisione del Paese in due fronti (est e ovest), che potrebbero generare abbastanza caos per far scoppiare la guerra civile. Ma come si comporterebbero tali violenze?
Navi con carichi di armi hanno compivano viaggi segreti dagli Stati Uniti, in particolare da Miami, ad Iquique (Cile), vicino al confine con la Bolivia. Tali armi e munizioni furono spedite su di container che, per la maggior parte dei porti, sono pieni di oggetti vari. I contenitori furono ricevuti da persone non legate all’opposizione. Costoro furono reclutate al solo scopo di prestanome e prendere i container dal porto. Juan Carlos Rivero, cittadino boliviano, era incaricato di acquistare armi negli Stati Uniti e di portarle al “Coordinatore militare nazionale”. Costui aveva legami con Mamfred Reyes, oppositore che vive negli Stati Uniti, e coll’ambasciata degli Stati Uniti in Bolivia, che costantemente aveva monitorato la consegna di armi e munizioni tramite collaboratori segreti. A tal proposito, s’incontrarono privatamente coi principali capi dell’opposizione per discutere del finanziamento del colpo di stato e dare consulenza in merito. Tra tali capi c’era Jaime Antonio Alarcon Daza, presidente del Comitato Civico di La Paz. Le armi inviate in Bolivia includevano munizioni di diversi calibri, polvere da sparo, macchine per fabbricare e calibrare proiettili, custodie per fucili e armi. Allo stesso tempo, il Comitato Civico già reclutò cittadini boliviani per acquistare voti a favore del candidato dell’opposizione Carlos Mesa, per 50 dollari ad elettore.
Il pagamento verrebbe effettuato dopo il voto con una foto del voto contrassegnato.
Nell’articolo misi in guardia sulla strategia che il dipartimento di Stato USA aveva previsto di consolidare il candidato alle elezioni presidenziali boliviane Oscar Ortiz. Ora voglio informarvi su chi attuava tale strategia politica progettata dagli Stati Uniti. Il suo nome è Erick Foronda Prieto, attualmente sotto copertura a La Paz per svolgere azioni segrete a favore di Ortiz, mentre l’ambasciata nordamericana gli diceva cosa fare. Il suo compito era consigliare la campagna politica di Ortiz. Collaborava inoltre con la stampa spacciando informazioni sensibili sugli avversari elettorali di Ortiz. Il Presidente Evo Morale era l’obiettivo principale. Ma chi è Erick Foronda Prieto? Un giornalista boliviano divenuto caporedattore di Last Minute e La Razion, giornali boliviani. Ha forti legami coll’ambasciata USA a La Paz, da quando vi lavorò nell’ufficio stampa per 20 anni. Svolse un ruolo importante nell’ottenere informazioni da politici e giornalisti nel Paese, soddisfacendo gli interessi degli Stati Uniti. Data l’importanza delle attività aperte e segrete che svolse per l’ambasciata degli Stati Uniti, divenne una persona degna di fiducia e strinse stretti legami coll’ex-ambasciatore degli USA Phillip Goldberg. Erick Foronda fu una delle chiavi nell’organizzazione dell’opposizione per il “NO”, durante il referendum costituzionale per la rielezione di Evo Morales. Seguendo l’ordine dell’ambasciata degli Stati Uniti, i media boliviani a loro favorevoli furono spesso contattati per avere tutte le informazioni necessarie che potassero alla vittoria del “NO”. Ne erao un esempio gli articoli pubblicati sulla stampa su un presunto problema tra Gabrila Zapata ed Evo Morales. Inoltre, l’ambasciata degli Stati Uniti usò Ortiz per influenzare i capi dell’opposizione. Mentre da un lato l’ambasciata degli Stati Uniti lavorò per consolidare Ortiz su Carlos Mesa, l’obiettivo principale era eliminare Evo Morales dalla presidenza.

Fonte: Bbackdoors

Traduzione di Alessandro Lattanzio

2 Risposte a “Il golpe statunitense in Bolivia”

  1. Domanda: nel sito riportato come fonte non riesco a trovare nessun collegamento a Alfredo Jalife Rahme, come si sa che la fonte sia lui?

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