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Rubare il petrolio siriano per contrastare la ripresa della Siria

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 04.11.2019

In nome di ciò che il presidente degli Stati Uniti ha definito “proteggere il petrolio” o che il Pentagono ha scelto di descrivere come tentativo di “proteggere” il petrolio siriano, gli Stati Uniti fondamentalmente indulgono in ciò che possono, semplicemente definibile come saccheggio intenzionale di risorse naturali della Siria. Vi sono tre obiettivi che gli Stati Uniti mirano a raggiungere “controllando” il petrolio siriano. In primo luogo, contrastare i tentativi di riunificazione territoriale della Siria sotto Damasco. In secondo luogo, nascondere una fonte cruciale per l’economia siriana e quindi ostacolare ripresa e ricostruzione economica della Siria. In terzo luogo, “controllando” il petrolio gli Stati Uniti prossono bloccare i curdi e impedirgli un accordo con russi e siriani per l’integrazione con Damasco; quindi, un “avvertimento” del Pentagono verso tutti, russi e siriani in particolare, contro ogni tentativo di recupero dei giacimenti petroliferi. Ciò tuttavia renderà ugualmente difficile, se non impossibile, il riavvicinamento tra Stati Uniti e Turchia. Gli Stati Uniti, decidendo di controllare direttamente il petrolio siriano, intensificavano la lotta geopolitica sulla Siria. La posizione degli Stati Uniti vicino alla critica autostrada M2 Baghdad-Damasco indica come intendano rimanere impegnati militarmente nel Levante dopo la sconfitta dello Stato Islamico e la forte spinta della Siria, sostenuta da Russia e Iran, al ripristino dell’autorità di Damasco su tutta la Siria.
Durante il vertice NATO recentemente concluso a Bruxelles, Esper confermava che gli Stati Uniti inviavano un numero non specificato di truppe e materiale per “proteggere i giacimenti petroliferi” attualmente detenuti dalle forze curde, aggiungendo anche che i rinforzi “continueranno finché non crediamo di avere sufficienti capacità” [di trattenere i giacimenti petroliferi per tutto il tempo che vogliamo]. La decisione di “controllare” i giacimenti petroliferi si aveva, abbastanza sorprendentemente, in un momento in cui Russia, Iran e Turchia progredivano bene nel portare la pace in Siria e creare una nuova costituzione. Perfino i gruppi dell’opposizione siriana confidavano su un accordo politico da concludere l’anno prossimo. Secondo il copresidente Hadi al-Bahra, “Spero che il 75° anniversario delle Nazioni Unite il prossimo anno sarà occasione per celebrare un altro risultato dell’organizzazione universale, vale a dire il successo degli sforzi sotto gli auspici di un inviato speciale del processo politico che porterà pace e giustizia a tutti siriani”. La dichiarazione congiunta rilasciata dopo la riunione dei ministri degli esteri di Russia, Iran e Turchia a Ginevra sottolineava lo stesso. Tutte le parti, affermava la dichiarazione, “Conferma il costante impegno dei Paesi garanti del formato Astana su sovranità, indipendenza, unità ed integrità territoriale della Repubblica araba siriana”. Anche se ci sarà un accordo, la mancanza di risorse sufficienti per ricostruire la Siria provocherà una nuova crisi, indebolendo Damasco. Una “lotta per le risorse” potrebbe fare a pezzi la Siria. Dato il piano nordamericano che volge specificamente su tale direzione e consapevole delle conseguenze che dovrà affrontare la Siria, la Russia è sempre più critica nei confronti delle politiche statunitensi. Col Ministro degli Esteri russo che definiva le politiche statunitensi “arroganti”, “illegali” e violazione del diritto internazionale, veniva fissato il momento per un’intensa lotta geopolitica. Questo metteva gli Stati Uniti da una parte e i Paesi di Astana dall’altra.
Nonostante il “permesso” degli Stati Uniti di consentire alla Turchia di compiere le sue operazioni militari in Siria, il fatto che essi di nuovo sostenessero i curdi (anche se è più per contrastare i tentativi curdi di fare pace con Damasco) significava che Ankara avrà serie obiezioni. Ciò collocava Russia, Iran e Turchia dalla stessa parte rafforzando il processo di pace di Astana. La Turchia, senza dubbio, vedrà nel “controllo” degli Stati Uniti dei giacimenti petroliferi siriani e supporto tattico ai curdi minaccia ai propri interessi… un processo che potrebbe continuare a guadagnare slancio verso l’obiettivo finale di creare un Kurdistan autonomo in Siria, territorio che diverrebbe base delle attività statunitensi e israeliane nella regione. Ciò significa che le prospettive di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Turchia diverranno molto più deboli di quanto sembrassero tre settimane prima. Forse non ci può essere nulla di più irritante per l’establishment della sicurezza nazionale e per l’opinione pubblica turche della collaborazione tra le milizie curde e un alleato della NATO, gli Stati Uniti. Nel calcolo della sicurezza nazionale della Turchia, tale collaborazione non può avere altro obiettivo se non spezzare la Turchia dall’interno e creare uno Stato indipendente del Kurdistan in Medio Oriente. I rinnovati tentativi degli Stati Uniti di creare un disastro in Siria controllandone i rifornimenti per l’economia avranno quindi molte conseguenze che li lasceranno ancora una volta circondato da nemici (Russia e Iran) es ex-alleati (Turchia ). È ovvio che il tentativo di controllare il petrolio siriano non ha nulla a che fare con la lotta al terrorismo; significa rinnovata lotta geopolitica degli Stati Uniti per rimanere in vita in Medio Oriente, cosa che alcun Paese della regione, salvo Israele e Arabia Saudita, apprezzerà e accoglierà.

Salman Rafi Sheikh, analista di ricerca di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio