Contesto della destabilizzazione in Bolivia

Mision Verdad, 28 ottobre 2019

Gli eventi in Bolivia sono inquadrati in un programma di cambio di regime e i suoi elementi essenziali furono fatti esplodere dopo il risultato elettorale di domenica 20 ottobre. A causa delle componenti e degli attori coinvolti, così come precedenti e derivazioni, l’attuale confluenza boliviana sembrava essere, per lungo tempo, un inesorabile punto di collisione. Eventi che, contrariamente alle tendenze regionali di deposizione del neoliberismo, cercano di consacrare un ritorno dei neoliberali con golpe ed ignoranza delle elezioni.

Il contesto e gli eventi
Dopo che il primo risultato elettorale fu pubblicato nelle elezioni generali della Bolivia il 20 ottobre, la vittoria di Evo Morales al primo turno elettorale poteva essere conosciuta, lasciando una differenza di 2,4 punti per il presidente nel raggiungere la vittoria finale senza andare al secondo turno. In Bolivia, la regola in quest’area indica che, superando i 40 punti e il secondo candidato di 10 punti, il candidato vincitore sarebbe acclamato al primo turno. Al momento della trasmissione dei dati come primo passo, il Plurinational Electoral Body (EPO) dichiarò che poco più del 17% dei voti era in attesa di esame, supponendo che fosse la misura dei centri elettorali delle zone più remote del Paese, rurali e indigene. La notte del 20 ottobre l’opposizione fu caricata dal candidato Carlos Mesa a celebrare il secondo turno, sebbene sapesse che il risultato non era definito. La presentazione di un Mesa “vittorioso” costituì un colpo pubblicitario, producendo una storia impetuosa in cui l’opposizione sarebbe andata alle urne sconfiggendo la “dittatura” di Morales. Gli eventi passano direttamente agli uffici elettorali del Paese, Carlos Mesa chiama i centri elettorali a fermare quella che definiva “frode elettorale”: capì che il conteggio dei voti dell’area rurale (bastioni storici a sostegno di Morales) avrebbe concluso le elezioni al primo turno. L’entità elettorale, con una metodologia di trasmissione rapida, aveva pubblicato dati non irreversibili. Quindi passati, secondo le disposizioni dello standard, alla contabilità dei dati calcolati, cioè alla digitalizzazione del voto, che è manuale. Questi eventi consistevano in un conteggio misurato e finale dei voti e avrebbe dato il risultato completamente definito. Passarono ore e giorni, l’entità elettorale costruì lo “slancio” adatto all’opposizione, che si trovava sulle strade per proclamare la reazione contro la stabilità della Bolivia. All’unisono con tali eventi, gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS) presenti in Bolivia per le elezioni indicarono sfiducia nei confronti dell’EPO e, come effetto “a cascata”, i governi di Stati Uniti, UE, Brasile ed Argentina fecero pressione sullo Stato boliviano affinché dichiarasse il secondo turno, sebbene il conteggio continuasse. La vittoria di Evo Morales al primo turno fu dichiarata una volta superato Mesa di 10 punti, oltre 600 mila voti. Una cifra enormemente significativa per le dimensioni dell’elettorato boliviano; una percentuale persino più ampia di quella di Alberto Fernández su Mauricio Macri il 27 ottobre in Argentina, che gli diede la vittoria al primo turno. Nel frattempo, la reazione straniera servì da innesco e acceleratore per incoraggiare l’opposizione, che da vari fronti invocò manifestazioni violente e scioperi che colpirono la Bolivia in quel momento.

Gli attori coinvolti e loro dispiegamento
Sulla prima linea, a livello estero, si trovano OAS e il gruppo di paesi che “raccomandano” di dichiarare il secondo turno elettorale. Sebbene il governo boliviano invitasse tali settori a partecipare all’audit dei voti, l’OSA “propose” di sottoporre le elezioni a una decisione “vincolante” sulla loro competenza, supponendo che ciò determinasse il destino elettorale della Bolivia a detrimento dell’EPO. OSA ed UE inoltre dichiararono che “a causa della stabilità della Bolivia” era opportuno andare al secondo turno, respingendo il voto che dava la prevalenza a Morales e allo stesso tempo chiedendo alle istituzioni boliviane di violare i propri regolamenti. Sul fronte interno, i cosiddetti “comitati civici”, organi cittadini e piattaforme di opposizione al di fuori dei partiti politici sorti col programma di ignorare lo Stato boliviano e la Presidenza di Morales, furono importanti negli eventi. Ad essi si unirono settori studenteschi e partiti politici di opposizione. I comitati civici furono organizzati prima delle elezioni in “cabildos”, concentrazioni di cittadini in cui i capi dichiararono che non avrebbero riconosciuto il risultato elettorale se fosse stato favorevole a Morales e che, inoltre, proposero un programma per ignorare lo Stato, la dichiarazione del governo come “dittatura” e il “federalismo” come meccanismo per spezzare lo Stato centrale. La confluenza dichiarata e anticipata alle elezioni, e ora scatenata dopo il 20 ottobre, aveva l Comitato Pro Santa Cruz, l’Unione dei Giovani Crucenhisti e i Comitati Civici di La Paz e Cochabamba come istanze centrali nell’organizzazione dell’agenda della destabilizzazione sul campo. Il loro comportamento era arrogante e violento, sviluppando al massimo uno slancio forgiato attraverso costanti storie sullo smantellamento del “masismo” (in riferimento al Movimento al Socialismo), la deposizione violenta di Morales e la costruzione del “federalismo” come “nuovo” meccanismo di smantellamento e sostituzione dello Stato plurinazionale. L’enfasi sulla violenza si era maggiormente basata a Santa Cruz, regione dalla caratteristica speciale: fu per anni un’enclave centrale dei processi di destabilizzazione in Bolivia. Era il bastione essenziale nella costruzione incompiuta di una “mezzaluna” secessionista in Bolivia nel 2008. Protetti da una tradizione razziale, socioculturale, etnica ed esistenziale che ne segnava la “distinzione” reoconfessa dagli “altipiani” indiani, i “cambas” (come vengono chiamati) sono razzisti e suprematisti come non si vede in altre regioni dell’America Latina. Santa Cruz è un’importante enclave economica della Bolivia e ha un’élite locale che aveva storicamente governato i governi di La Paz a favore dei propri interessi. Questo spiega Santa Cruz come spazio politico-culturale che rappresenta i valori che Evo Morales ha sfidato: razzismo, classismo, caudillismo locale e vecchie relazioni egemoniche di potere con la produzione nordamericana. Santa Cruz fu eretta, proprio con tale ciclo violento, a centro di proiezione della destabilizzazione in altre città del Paese e promosse “scioperi civili” in altre città allo stesso modo. Santa Cruz, roccaforte dell’opposizione a Morales, ha caratteristiche che sono ora evidenti.
Il Comitato Pro di Santa Cruz è un’istanza pseudo-governativa che ha più potere del governo dipartimentale. Decretò uno “sciopero civico” con carattere paramilitare sul territorio, attraverso coercizione e forza per chiudere le attività ed imporre un “coprifuoco” e stato d’assedio nella capitale del dipartimento e in altre città. In effetti, a Santa Cruz, proprio ora, era possibile che veicoli e persino motociclette circolassero solo con un permesso speciale concesso dal Comitato Civico consegnato solo per uso discrezionale dell’élite e degli operatori della destabilizzazione sul campo. Le violenze a Santa Cruz e La Paz hanno per caratteristiche le barricate, in un formato identico a quello applicato in Venezuela nel 2014 e 2017 attraverso la violenza paramilitare nella fase germinale. Tale modalità consiste nell’imposizione della forza, nel controllo del territorio, nell’ignorare governo e masisti, nonché nell’immobilità della regolarità economica e sociale, ma era anche un meccanismo accelerante i conflitti, poiché promuovono la reazione con essi alla polizia, ma anche a settori del masismo e altri come sindacati economici, commerciali, dei trasportatori, produttori e contadini, contraria a barricate e paralisi imposta. La ricerca dello scontro anomala è un componente essenziale in questa modalità. Il capo più noto della rivolta di Santa Cruz e componente chiave della sedizione era Luis Alberto Camacho, figlio di un miliardario cruzenhoi, considerato legittimo figlio dell’élite apparso coi suoi genitori nei Panama Papers ed erede politico di Branko Marinkovik, altro oligarca di Santa Cruz, ora latitante per terrorismo, separatismo e sedizione in Bolivia nel 2008. Nel frattempo, gli eventi si svolgono sul terreno mentre alcuni settori cercano di tenere chiuse le strade, altri cercano di aprirle ricreando il complotto di “persone contro persone”, strumentalizzato da propagandisti e media e presentato come “stato caotico generalizzato”, anche se si trattava di violenze mirate.
A La Paz, la violenza era puntuale in alcuni viali e settori, in particolare nella zona meridionale, la più ricca della città. Esclusa da tale situazione era El Alto, roccaforte storica di Morales e adiacente a La Paz. A Santa Cruz, d’altra parte, il potere del comitato Pro-Cruz era saldamente consolidato, aprendo una seconda settimana di “disoccupazione civica” che già colpiva la popolazione confinata in casa. Di particolare interesse era la reazione delle forze ufficiali boliviane che agirono prontamente in alcuni focolai, senza agire in modo espansivo su tutti. Un’azione che può essere considerata selettiva per evitare l’attrito o l’indebolimento delle linee di comando della polizia, che poteva collaborare col caos che si tentava di consolidare. In quel settore, era essenziale riferirsi a un avviso di sicurezza dello Stato delle istituzioni boliviane. Sebbene ad oggi non ci siano fatalità umane di cui pentirsi in Bolivia, esiste un ciclo progressivo di amplificazione della violenza. Si prevede che, in questa fase, si tenti il crollo istituzionale aprendo la strada a una nuova fase del nascente conflitto. Il Masismo, d’altra parte, si mobilitava in difesa della vittoria di Morales. Le concentrazioni erano massicce e pacifiche, nonostante alcune scaramucce cogli oppositori. I settori storici che sostenevano il presidente andavano da La Paz, Cochabamba e altre città, a Santa Cruz, in luoghi come Plan 3000, bastioni popolari di massa, usciti a difendersi dai “civici”. Il partito al governo assunse la difesa politica del voto riconoscendo la minaccia destabilizzante in corso, c’era un’epica che alzava il morale che non era apparsa nella campagna elettorale. Il suo piano politico erano principalmente minatori, indigeni e contadini, settori sociali profondamente radicati al progetto di Evo Morales che reagivano in modo coerente evocando le lotte del passato e del presente. Sono settori altamente organizzati in modalità sindacali su cui si radica fortemente l’attuale benessere della Bolivia. Sono anche settori simbolici di altre lotte anti-neoliberali, come “la guerra dell’acqua” di Cochabamba e “la guerra del gas” di El Alto. Questi settori fu tentato di negare l’accesso a La Paz, quindi ci furono scontri che, finora non causavano fatalità.
In Bolivia esiste una gestione dei conflitti. Per i settori che scommettono sul loro ingrossarsi, l’interesse è consolidare la costruzione di un dossier contro il governo di Evo Morales, una componente fondamentale per la “legittimazione” delle azioni coercitive contro il Paese, che secondo la Casa Bianca sarebbero sul tavolo se la Bolivia non decidesse di scavalcare le proprie istituzioi passando a un secondo turno elettorale. È anche probabile che la narrativa sull’agenda dell’assedio che sarebbe stata sollevata contro la Bolivia, le dichiarazioni sulla “dittatura” e la “repressione”, violerebbero la stabilità di cui la Bolivia ha goduto in questi anni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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