Un cambiamento nella guerra all’Iran?

Vladimir Platov, New Eastern Outlook 31.10.2019

La relazione ostile tra Teheran e Mosca negli ultimi anni beneficiò gli Stati Uniti perché l’Iran era l’unico deterrente che impediva alla Russia di prendere piede in Medio Oriente, il che avrebbe minacciato gli interessi degli Stati Uniti nella regione. Tuttavia, recentemente Federazione Russa e Repubblica islamica dell’Iran favorirono legami più stretti in Siria. E di conseguenza, non solo la Russia aumentava la presenza nella regione, ma anche insieme all’Iran iniziò a scacciavi gli Stati Uniti. Quindi, Washington decise di schiacciare l’Iran una volta per tutte, poiché quest’ultimo era una minaccia diretta alla sicurezza d’Israele (una roccaforte degli Stati Uniti in Medio Oriente). Diversi anni fa, gli Stati Uniti pensarono seriamente di attaccare l’Iran anche senza alcun tentativo dei politici nordamericani di mettere insieme una sorta di coalizione. Mentre pianificavano l’assalto senza alcun aiuto “estero”, gli Stati Uniti si affidavano alla superiorità militare e tecnologia, in particolare della loro forza aerea. Tuttavia, dopo l’attacco dei droni alle strutture di Saudi Aramco a settembre, lo scontro tra Stati Uniti e Iran entrava in un’altra fase. Sebbene i ribelli yemeniti huthi abbiano rivendicato la responsabilità dell’attacco e il segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo avesse accusato Teheran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump scelse una posizione più cauta, affermando che, oltre ai conflitti armati, esistevano una serie di altri modi per fare pressione sull’Iran. “Ci sono molte opzioni. E c’è l’ultima opzione, e ci sono opzioni che sono molto meno di questa”, disse il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti in California a settembre. “Sto dicendo “ultima opzione”, che significa andare in guerra. No, non sto parlando, non sto parlando dell’ultima opzione. No”, aggiunse.
Il Pentagono anche espresse opposizione all’ultima avventura militare per ovvie ragioni. Dopotutto, non saranno i politici sul fiume Potomac che dovranno districare gli Stati Uniti dal caos sanguinoso che forze ben note negli Stati Uniti, in Israele e, ultimo ma non meno importante, in Arabia Saudita, desiderano creare. È molto chiaro alla loro leadership che negli ultimi anni l’Iran è riuscito a riequipaggiare le sue forze armate con armamenti avanzati, aumentando così in modo significativo le capacità militari. La nazione ebbe particolare successo nel progettare propri sistemi missilistici terra-aria (SAM) divenendo leader indiscusso nel settore dei velivoli senza pilota. La Russia aiutò l’Iran a migliorare le difesa fornendo tra l’altro i SAM S-300 PMU2. Di conseguenza, la capacità dell’Iran di difendere il proprio spazio aereo aumentava in modo significativo. E secondo il parere di numerosi esperti militari stranieri, qualsiasi aggressore che tentasse di colpire l’Iran subirebbe gravi perdite. E come molti di noi sanno, qualsiasi perdita è del tutto inaccettabile per l’esercito statunitense, e in particolare per la sua forza aerea. Secondo le classifiche della forza militare mondiale, l’Iran è 14.mo , cioè sopra Pakistan, Israele, Corea democratica, Australia e Canada, negli ultimi due anni è salito di sette posizioni. Inoltre, la Marina della Repubblica islamica dell’Iran (NEDAJA) è al quarto posto per potenza. Ha 398 unità da combattimento, tra cui 34 sottomarini, quindi le sue capacità sono di poco inferiori a quelle della Marina degli Stati Uniti.
Questo è il motivo per cui l’attuale posizione di Donald Trump è radicalmente diversa da quella del 2017, quando (a 3 mesi di presidenza) ordinò attacchi aerei contro la Siria solo 2 giorni dopo gli attacchi chimici, presuntamente ordinati da Bashar Assad, ma organizzati deliberatamente dai provocatori prezzolati dei caschi bianchi. Il fatto che Donald Trump abbia cambiato posizione sull’Iran deriverebbe anche dalla decisione presa (di solito è impulsivo) di esercitare più cautela a causa dell’avvio della campagna elettorale presidenziale. Mentre promuoveva la sua politica “America First” (che lo fece vincere nel 2016), Donald Trump scrisse su twitter che gli Stati Uniti avrebbero dovuto porre fine alle loro “stupide guerre senza fine” in Siria e rimandare le truppe a casa. Espresse opinioni simili su altri conflitti avviati dagli Stati Uniti. Il presidente sottolineò che la guerra in Iraq fu uno spreco di denaro; che era giunto il momento che le forze statunitensi venissero ritirate dall’Afghanistan e che altre nazioni dovessero compensare Washington per le spese di stazionamento delle loro truppe all’estero, dalla Corea del Sud alla Germania.
Negli ultimi giorni, il Presidente degli Stati Uniti ebbe una simile epifania contro la guerra all’Iran, nonostante i continui tentativi di inasprire le tensioni tra Stati Uniti ed Iran, e persino richieste di ritorsioni armate da Israele e Arabia Saudita e dalla cerchia di Donald Trump a Washington. Indubbiamente, quest’ultimo includeva, in primo luogo, il segretario di stato nordamericano Mike Pompeo, il vicepresidente Mike Pence, il consigliere e genero di Trump Jared Kushner, nonché numerosi capi dal Medio Oriente (tra cui Benjamin Netanyahu, il principe ereditario dell’Arabia Saudita Muhamad bin Salman al-Saud e Muhamad bin Zayad al-Nahyan, il principe ereditario dell’Emirato di Abu Dhabi), che tutti disperatamente cercavano di far cadere Donald Trump nella trappola iraniana. E finora, tali appelli istigarono l’élite al potere nordamericana con una politica aggressiva ed espansionista basata non tanto sull’istinto di autoconservazione e sulla necessità di sconfiggere la minaccia rappresentata dall’Iran, ma piuttosto dal desiderio di dominare completamente tutta l’Eurasia (dove risiede il 75% della popolazione mondiale e si trova la maggior parte delle ricchezze del mondo). E a seguito delle avventure militari statunitensi, le ex-forze armate di Iraq, Libia e altre nazioni nella regione furono distrutte, con un solo esercito rimasto (cioè dell’Iran) in grado di opporre resistenza agli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui, nell’attuale clima, Donald Trump indicò di non sostenere un conflitto armato contro l’Iran dalle conseguenze imprevedibili. Il Presidente Hassan Rouhani persino dichiarò che il presidente degli Stati Uniti aveva proposto di revocare tutte le sanzioni all’Iran negli incontri coi capi europei a margine della sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. E durante l’udienza di ottobre del Comitato per le relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Iran Brian Hook dichiarò che gli Stati Uniti erano pronti a negoziati coll’Iran e ad incontrare i rappresentanti della sua leadership senza alcuna condizione.
Seguendo l’esempio di Washington, l’Arabia Saudita iniziò a volgersi verso l’Iran. Durante un’intervista all’Iranian Labour Agency (ILNA) all’inizio di ottobre, il portavoce del governo iraniano Ali Rabiei confermò che la leadership iraniana aveva ricevuto un messaggio da Riyad e aggiunse con tatto che Teheran avrebbe accolto con favore le aperture dell’Arabia Saudita verso la pace. E a fine settembre, il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman al-Saud sorprese gli statunitensi parlando dell’Iran e dei suoi alleati senza alcuna aggressività e, a volte, in modo amichevole, nell’intervista alla CBS. E mentre l’Arabia Saudita cercava intermediari che potessero trasmettere la richiesta di avviare negoziati di pace coll’Iran, gli Emirati Arabi ( vicino, amico e alleato del regno saudita) ristabilivano dietro le quinte canali di comunicazione col regime iraniano. L’egiziano NoonPost riferì sulle visite segrete di sceicchi degli Emirati Arabi Uniti a Teheran e di accordi oscuri conclusi. Quindi l’Iran non è l’Afghanistan, l’Iraq o la Libia. Di conseguenza, il Primo Ministro del Pakistan, prendendo in considerazione la potenza militare dell’Iran, espresso dubbi sul fatto che l’occidente avesse compreso appieno le conseguenze del conflitto coll’Iran ed emise un severo avvertimento che non ci sarebbe stata la ripetizione dello “scenario iracheno”. È quindi molto rischioso iniziare una guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran anche per gli Stati Uniti.

Vladimir Platov, esperto del Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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