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Tradimento e inganno: la Siria è un ottimo esempio di politica estera degli Stati Uniti

Federico Pieraccini, SCF 20 ottobre 2019

Trump annunciava il ritiro delle truppe statunitensi che proteggevano le SDF (forze democratiche siriane) nel nord-est della Siria, spingendo la leadership curda e il governo di Damasco a stringere un accordo che consentisse all’Esercito arabo siriano di riprendere il controllo del confine con la Turchia dopo quasi sei anni. Col ritiro delle truppe statunitensi, 150-200 (su 2000-3000 che occupavano illegalmente in Siria), si comprende che la decisione di Trump aveva ragioni diverse da quelle dichiarate. L’impressione principale che Trump desidera trasmettere agli elettori è mantenere le promesse elettorali, inclusa sconfiggere lo SIIL in Siria, il che significa che le truppe statunitensi potevano tornare a casa. Sebbene fosse chiaro (almeno a chi non è dominato dei media mainstream) che lo SIIL non era stato completamente sconfitto e che gli Stati Uniti non l’hanno mai veramente combattuto, veniva comunque trasmessa l’impressione che il “vincitore in capo” trionfante portava a casa i ragazzi. Dato che lo Stato profondo ha il massimo controllo della politica estera degli Stati Uniti, a Trump fu permesso fare e dire ciò che voleva, a condizione che fosse sia nell’ambito mediatico, sicuro nella consapevolezza che le motivazioni erano puramente elettorali e non realmente mirate, ribadendo il consenso alla politica estera dell’establishment nordamericana. Se si guardava oltre l’istrionico Trump, si notava che lo Stato profondo degli Stati Uniti continuava la permanenza illegale in Siria, con Trump che in realtà non ha intenzione di opporsi al complesso militare-industriale (anzi spesso ne nomina i membri nella sua amministrazione), avendo tali due parti un accordo comune sulla presunta minaccia rappresentata dall’Iran. Le truppe statunitensi si spostavno solo nel vicino Iraq, cercando di interrompere qualsiasi forma di cooperazione tra Baghdad, Damasco e Teheran. Gli alleati sauditi e israeliani di Trump cospiravano da tempo col Pentagono nel far crollare la Repubblica islamica dell’Iran.
Detto questo, la possibilità di una guerra con l’Iran non va bene all’attenzione di Trump a garantirsi un secondo mandato. Con una guerra del genere, Israele e Arabia Saudita avrebbero sopportato il peso delle ostilità, rendendo inutile il sostegno a Trump. Il prezzo del petrolio aumenterebbe drasticamente, gettando nel caos i mercati finanziari; e tutto ciò cospirerebbe contro Trump facendogli perdere le elezioni del 2020. Trump, quindi, non aveva nulla da guadagnare dalla guerra e preferiva dialogo e negoziati con potenze come la Corea democratica, anche se non porteranno a molto. Il problema principale di Trump è il danno a lungo termine che sue azioni e dichiarazioni potevano arrecare alla credibilità dell’impero nordamericano. La fotografia con Kim fu criticata da molti media per aver dato credibilità a un “dittatore”. Ma la rabbia della comunità militare e dei servizi segreti lasciava Washington senza scampo dopo che le minacce di annientamento di Trump portarono a negoziati inconcludenti.
In precedenza scrissi dell’efficacia della deterrenza nucleare e convenzionale di Pyongyang, cosa ben nota ai responsabili politici statunitensi, rendendoli attenti a evitare di esporsi troppo in modo che Pyongyang ne chiamasse il bluff, rivelando così al mondo che Washington abbaia ma non morde. Per evitare una situazione così imbarazzante, Obama e i suoi predecessori furono sempre attenti a rifiutarsi d’incontrare i leader nordcoreani. Gli Stati Uniti basano gran parte della propria forza militare sulla dimostrazione di potenza, pubblicizzando la capacità teorica di annientare chiunque ovunque. Con la Corea democratica che chiamava il loro bluff e rivelando che il Paese più potente del mondo non può in realtà attaccarlo, l’immagine proiettata dell’invincibilità statunitense veniva berciata. Allo stesso modo, quando Trump annunciò il ritiro delle truppe statunitensi dal nord-est della Siria (subito ridimensionato dal Pentagono), e soprattutto diede il via libera alla Turchia ad occupare l’area lasciata libera, l’establishment politico e i media mainstream si attivarono per dissuadere Trump dal comunicare al mondo che gli USA non badano ai loro alleati. Persino la Fox News, ora schieratasi coi democratici, dava ampio spazio alla storia dell’impeachment di Trump, invitando l’accesa risposta su Twitter di Trump, che era ovviamente più che consapevole che il completo ritiro degli Stati Uniti dalla Siria andrebbe contro gli interessi di Riyadh e Tel Aviv, che l’influenzano effettivamente.
Le aspirazioni della Turchia ad occupare la Siria nord-orientale erano parte della strategia di Erdogan volta a migliorare le posizioni negoziali con Damasco e Mosca sui jihadisti di Idlib. Erdogan sperava di poter annettere il territorio siriano e occuparlo coi jihadisti e loro famiglie, che sconfitti nella guerra in Siria, che altrimenti minacciavano la sicurezza della Turchia invadendola da Idlib. Sembrava che Erdogan avesse raggiunto una qualche intesa cogli Stati Uniti, che finora erano stati i protettori delle SDF. Erdogan e Trump non sembravano considerare la possibilità che SDF e Damasco trovassero un terreno comune, ma fu esattamente ciò che successe. L’Esercito arabo siriano arrivava nel nord-est del Paese a proteggere i confini da un esercito invasore. Russia e Iran cercheranno di convincere Erdogan a minimizzare l’operazione in cambio di un accordo su Idlib. Il governo siriano nel prossimo futuro dovrebbe riprendersi i ricchi giacimenti petroliferi, rafforzando la propria economia. Turchia e Stati Uniti avevano armato e finanziato per anni il terrorismo nella regione, così come Qatar ed Arabia Saudita (nonostante le differenze ideologiche). Anche le forze democratiche siriane (SDF) furono coinvolte nella destabilizzazione della Siria. Tal caos era infine supervisionato e diretto dagli Stati Uniti, che da anni coordinano le rivoluzioni colorate nella regione, primavera araba e guerre per procura. Qualsiasi altra interpretazione degli eventi sarebbe disonesta e falsa.
Il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria rafforza semplicemente la posizione di Damasco come unica autorità legittima della Siria, minando la fiducia degli alleati europei negli Stati Uniti e sottolineando la coerenza delle azioni di Mosca, da sempre opposta alle azioni caotiche di Washington nella regione. In tali caos e confusione generalizzati, Russia, Iran e Siria cercano di rimettere ordine, anche nel sistema internazionale in cui gli Stati sovrani sono rispettati. Gli unipolaristi subivano seri sconfitte negli ultimi tempi. I costosi sistemi di difesa aerea degli Stati Uniti furono mostrati dagli huthi lo scorso mese come piuttosto inefficaci; le truppe saudite poco dopo subirono un’umiliante sconfitta nel sud del Paese; Washington vide un suo sofisticato drone a abbattuto dall’Iran; e numerosi alleati europei e mediorientali avevano perso fiducia negli Stati Uniti, osservando le fazioni che si combattevano sul controllo della politica estera nordamericana. Gli Stati Uniti sono vittime dell’ordine mondiale unipolare a cui si aggrappano disperatamente senza pensare a mollare, anche se il resto del mondo passa inesorabilmente a un ordine mondiale multipolare, sempre più difficile da sottomettere ad ogni alba.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Una risposta a “Tradimento e inganno: la Siria è un ottimo esempio di politica estera degli Stati Uniti”

  1. Per favore, quando scrivete andate a capo più spesso, altrimenti leggervi diventa assai penoso, grazie.

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