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La battaglia dell’Ecuador è la lotta dell’America Latina per sovranità, democrazia e prosperità

Prensa Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora, Internationalist 360°, 14 ottobre 2019

Lo stato di emergenza, il trasferimento del governo nella città di Guayaquil, il dispiegamento militare, le assurde accuse di interferenza dal Venezuela, il coprifuoco e gli omicidi dalle forze di sicurezza. Lavoratori, donne, studenti, insegnanti, professionisti, contadini e indigeni, i droni, come li definivano Moreno, mettono in angolo un governo che attua misure definite dai consulenti del Fondo monetario internazionale. Da 10 giorni a Quito venivano sentiti elicotteri sorvolare la città, carri armati correre per le strade e la nebbia dei gas lacrimogeni pervadere la capitale. I proiettili di gomma venivano sostituiti da piombo inserito nei corpi bruni dei cittadini. Tutto questo è un sintomo dell’imposizione di un modello economico che storicamente non trova altro modo di affermarsi nella regione se non cogli accordi tra élite e violenza come metodo.
L’America Latina è un campo controverso. L’onda di destra apparsa nella regione, in particolare dopo la morte di Chávez, mostra segni di sfinimento caratterizzati dalla resistenza dei popoli. In Honduras le mobilitazioni contro Juan Orlando Hernandez erano massicce all’inizio dell’anno e ora emergono nuove prove dei suoi legami col narcotraffico, minandone il governo. Ad Haiti, un popolo storicamente punito per essere il primo esempio di indipendenza, per le strade continua ad affrontare le conseguenze del programma neoliberista condotto dal presidente Jovenal Moíse e dal gruppo centrale (rappresentanti di Nazioni Unite, USA, OAS, UE, Germania, Brasile, Canada e Francia). Nelle ultime settimane le mobilitazioni aumentavano di scala, con una risposta identica a quella di Lenin Moreno: repressione e morte. In Argentina, il programma di Macri incontrava la resistenza dei movimenti sociali prima del Congresso Nazionale a fine 2017, segnando la svolta dell’attuale sconfitta elettorale del candidato sostenuto con oltre 50 miliardi di dollari dall’FMI. Il Perù mostra gli stessi segni di instabilità, l’incapacità di imporre un programma del genere sostenibile e col necessario sostegno popolare.
Anche nei suoi momenti migliori, l’onda di destra non poté interrompere i processi più avanzati della regione. Cuba e Venezuela continuano a subire assedio ed intensificazione del blocco criminale imposto dagli Stati Uniti e dal capitale internazionale. La Bolivia ottiene una nuova vittoria per Evo e il Sandinismo è sostenuto in Nicaragua. Il neoliberismo è arrivato in America Latina sotto la dittatura degli anni ’70, riprese slancio negli anni ’90 ed ebbe un nuovo boom negli ultimi anni, un boom che attualmente mostra segni di regressione. Le risposte date dal governo ecuadoriano massacrando il popolo sono le stesse di Carlos Andrés Pérez in Venezuela, De la Rúa in Argentina o Carlos Sánchez Losada in Bolivia negli anni ’90 e primi anni 2000. Le cause sono anche le stesse, il tentativo d’imporre misure che abbassano i “costi del lavoro” a favore del capitale concentrato. I piani attuati dagli Stati Uniti incontrano ancora una volta la resistenza, sia di piazza che elettorale, delle grandi maggioranze. In Ecuador, come ad Haiti, ci sono momenti in cui l’equilibrio di forze si riflettono tra capitale concentrato, protetto da organizzazioni come il Fondo monetario internazionale, e le masse che rifiutano di ipotecare il proprio futuro. Uno scenario paragonabile a quello vissuto nella regione all’inizio del secolo, quando la notte neoliberista calava sulla maggior parte dei Paesi, e il rapporto di forze a favore dei popoli si materializzò nel rifiuto dell’ALS e nella nascita di organismi come ALBA e Unasur e nei progressi nella costruzione di altri tipi di società, seguendo direzione ed esempio del Venezuela bolivariano. “Esiste una confluenza tra settori diversi, una confluenza che non fu generata prima. Tutti questi settori si sono ribellati alle misure neoliberiste che il FMI applica in diverse parti del mondo. L’Ecuador è mobilitato, ci sono più di 200 punti di mobilitazione in 20 diverse province”, assicurava Viviana Rojas, giornalista della Via Campesina di Quito.
La battaglia dell’Ecuador non è solo la battaglia delle popolazioni indigene. Gli attori sono vari, è un intero popolo che non è disposto a rinunciare al proprio futuro senza combattere. Moreno alzava le bandiere del dialogo e della pace sui cannoni dei carri armati e oltre a resistere al governo, è politicamente sconfitto. Il suo piano, basato su tradimento e inversione, non può essere sostenuto. L’assedio dei media non ha potuto nascondere un Paese per le strade. “Nuove illusioni succederanno a quelle vecchie e dopo aver esitato per qualche tempo tra mille incertezze, sarà forse nostro destino rimuovere i tiranni senza distruggere la tirannia” (Mariano Moreno – 1810). Per rendere il rifiuto una vittoria popolare durevole, è necessario creare un’opzione di potere che capitalizzi la lotta dei diversi settori della società. Un’opzione unitaria del potere che costruisca l’egemonia da e per il popolo. Venezuela e Bolivia, Chávez ed Evo, sono esempi della costruzione di questa possibilità del potere maggioritario. Proprio come negli anni ’90 non ci fu la “fine della storia”, come credevano gli ideologi del capitale, oggi il “ciclo progressivo non è esaurito”. La battaglia si combatte, come sanno le masse latinoamericane, mentre iniziano a scrivere un nuovo capitolo della loro storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio