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Ecuador: Lenin contro Lenin

Carlos Aznárez, Internationalist 360° 8 ottobre 2019

L’insurrezione è sempre stata un’arma degli umili, dei dannati della terra di cui parlava Frantz Fannon. È un’alternativa necessaria e specchio in cui obbligatoriamente guardarsi, quando arriva il momento in cui le possibilità di dialogo con chi è sopra sono esaurite, e chi è sotto va a sinistra. Un bel giorno, gli umiliati e gli espropriati si alzano e gridano con forza “quando basta è basta” e da quel momento tutto diventa possibile, fino alla presa del potere. In termini di pratica politica, significa anche che la lotta di classe occupa un posto preponderante e non importa quanto si voglia nasconderlo, esplode con tutta la forza e sposta le fondamenta dei “palazzi d’inverno”. Questo è esattamente ciò che accade oggi in Ecuador. Niente più impacchi freddi, scuse e menzogne con cui il governo di Lenin Moreno tentò di “guadagnare tempo” mentre preparava le misure impostigli dal Fondo monetario internazionale. E questo significava che, quando sarebbe arrivato il momento, che a chi si vendeva l’anima chiedeva che fosse pagato un pedaggio e che non vi fosse alcuna esitazione nell’esecuzione di quanto deciso. Inginocchiato, sottomesso e vergognosamente abbandonati i propri principi (se mai li avesse avuti), Moreno esegue qualunque cosa Washington gli ordina e se deve uccidere, uccide con totale impunità. A volte coi proiettili (Haiti è un esempio) e altre volte, come in Argentina e Brasile, coll’agonia provocata da disoccupazione, estrema povertà, perdita della sovranità. Tuttavia, il popolo ecuadoriano è un pazzo difficile da decifrare. A causa di eventi come questi che accadono oggi, l’Ecuador rovesciò diversi governanti, corrotti e criminali quanto Moreno. L’ultimo fu Lucio Gutiérrez, sottomessosi all’impero e ai suoi dettami, perdendo la possibilità di guidare la rivoluzione operaia, indigena e contadina, e chiuse bruscamente la sua amministrazione, come lacchè della borghesia, tra la grande rivolta popolare che provocò la sua corsa a un elicottero fuggendo per sempre dal tetto del Palazzo del Governo. Questo era ciò che Moreno doveva sicuramente avere in mente, quando decise bruscamente di portare il Palazzo del Governo da Quito a Guayaquil, nel calore dell’avanzata dei manifestanti che circondavano Palazzo Corondelet.
Ora, il dado fu tratto da tale pessimo governante, poiché decine di migliaia di indigeni, lavoratori, studenti occuperanno Quito e anche Guayaquil, chiedendo non solo l’abrogazione del pacchetto del FMI, ma anche la partenza di chi ordinò di sparare sul popolo, assicurando l’impunità alla polizia che lanciò tre giovani manifestanti dal ponte di San Roque, nel centro storico di Quito. Costui che andò al governo coll’ingegnosità di Rafael Correa e che poi lo tradì da volgare Giuda. La rivolta popolare e la conseguente marcia contadina-indigena hanno generato simpatia in tutte le città attraverso cui passa. Tanto che anche i più timidi o non impegnati scendono in strada per dimostrare di essere disposti ad essere protagonisti di questo momento storico. Lo fanno con la gioia che deriva dall’unirsi ai coetanei, cantando gli slogan del momento e dimostrando che “il popolo unito non sarà mai sconfitto”. Ma anche, con la rabbia per consentirgli di essere convinti che è tempo di porre fine ai sostenitori politici della democrazia borghese che l’ingannano ogni quattro o cinque anni. Per questo motivo non sorprende che gli indiani Conaie e gli operai FUT, nei loro slogan, aggiungano il noto “Se ne vadano tutti”. Affinché ciò accada davvero, è necessario disporre di alternative che non conducano la vittoria finale in un vicolo cieco, in cui chi non rappresenta i propri interessi rimane, come successo tante volte nella vittoria di molte lotte e sacrifici, o mettendo sul tavolo dei negoziati la perdita di libertà e i morti causati dalla repressione. Questi e altri problemi simili sono probabilmente discussi ora nelle trattative di questo gigantesco Paese in cui l’eredità dell’autentico Lenin, l’illuminatore di così tante battaglie del proletariato universale, e anche quella del comandante Guevara, possono essere strumentali per sconfiggere tale caricatura di un sovrano Cipayo, non solo infedele al proprio nome, ma la cui avidità e sottomissione all’impero avrebbe condannato il popolo alla miseria, causandogli la peggiore sofferenza possibile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio