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No, gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi non erano “false flag”

David Mcilwain, AHTribune 01 ottobre 2019

Mentre una serie continua di drammi e crisi distoglie la nostra attenzione dalle domande irrisolte sugli attacchi yemeniti contro l’Arabia Saudita , è fondamentale affermare alcuni punti che vanno oltre la contesa. Esistono già nuovi sviluppi in Yemen e Iran che non possono essere adeguatamente valutati in un contesto di false informazioni. Il primo e ovvio punto sugli attacchi di droni/missili a raffineria e giacimento petroliferi sauditi è che erano indiscutibilmente opera della milizia huthi dello Yemen, come affermato chiaramente dal portavoce Yahia Sari, sebbene apparentemente coinvolgendo dell’aiuto locale. Ciò fu ben discusso altrove, sia in linea di principio che in pratica, poiché i missili in arrivo dal settentrione non avevano possibilità di evitare il rilevamento. Sembra certamente che la coalizione nordamericana che combatte contro lo Yemen detesti ammettere che la resistenza yemenita ha sviluppato capacità di reagire in modo così efficace in quella che è una guerra interamente unilaterale. Mentre le forze huthi e i loro ex-alleati di Salah furono efficaci nel combattere le forze appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti sul terreno, la loro capacità di contrastare la campagna aerea saudita era effettivamente nulla. Alcun MANPAD di fabbricazione iraniana gli era arrivato. Fu in sostanza trascurato che il cosiddetto “intervento nella guerra civile yemenita” dell’Arabia Saudita era una guerra criminale di aggressione e codardia. Che la maggior parte delle vittime, a parte edifici e depositi di armi, fossero civili inermi, legittimando quasi tutto ciò che la resistenza yemenita può decidere per difendersi. Si opponeva guardando impotente per quattro anni mentre le armi ad alta tecnologia dell’occidente ne devastava la società mentre gli sponsorizzatori versavano lacrime di coccodrillo sulle vittime emaciate dell’assedio affamante della NATO. Quindi non vanno messe in dubbio le affermazioni yemenite, né i tempi dell’attacco all’impianto dell’Aramco, per i quali ci furono avvertimenti; sette settimane prima, quando droni carichi di esplosivo colpirono l’impianto gasifero di Shaybah, a sud del confine cogli Emirati Arabi Uniti, un altro colpì Damam, vicino all’impianto dell’Aramco. Questo rapporto della PBS non aveva difficoltà ad attribuire l’attacco agli huthi, citando la loro tecnologia dei droni dalla portata di 1500 chilometri ma senza puntamento remoto.
La PBS citaava anche un precedente attacco huthi al gasdotto est-ovest, coincidendo coi due attacchi a petroliere nel Golfo, di cui fu accusato, chiaramente erroneamente, l’Iran. Ma una domanda sollevata al momento ora appare collegata agli attacchi all’Aramco: com’è che gli huthi “appoggiati dall’Iran” decisero di colpire le strutture petrolifere del Golfo mentre i nemici dell’Iran organizzavano provocazioni per incastrarlo? All’epoca sembrava che l’azione huthi operasse direttamente contro gli interessi dell’Iran, almeno nella guerra d’informazione di supporto. Pur sapendo che utale collaborazione sarebbe impossibile, sembrava quasi che gli huthi fossero stati arruolati da Mossad o CIA, o chiunque fosse responsabile degli attacchi alle petroliere, o almeno alimentasse la disinformazione che li avrebbe indotti a lanciare un attacco contemporaneamente. Pensando ciò quando fu attaccata l’Aramco, è una domanda a cui non posso ancora rispondere: perché sembra un attacco sotto falsa bandiera dei nemici dell’Iran? Ha tutte le caratteristiche degli attacchi false flag, di cui quelli alle petroliere erano un esempio perfetto; alcuna informazione radar o satellitare identificava il missile o altro dispositivo responsabile; furono avviate indagini che diedero la conferma delle false affermazioni basate su prove insistenti e foto o video ambigui; la colpa fu attribuita alla parte presa di mira dalla coalizione nordamericana, indipendentemente dalle smentite. Oltre alle caratteristiche dell’attacco all’Aramco, va notato come altri Stati salirono a bordo del carrozzone USA-Arabia Saudita. In primo luogo il ministro degli Esteri francese appoggiò le pretese statunitensi secondo cui l’Iran era responsabile, prima che fosse avviata qualsiasi indagine, ma giurando d’inviare una squadra francese in Arabia Saudita; successivamente il Regno Unito intervenne contro l’Iran, contemporaneamente agli Stati Uniti che imponevano ulteriori sanzioni a interessi ed individui iraniani; La Germania seguì poco dopo.
L’Iran nel frattempo sostenne l’estraneità assieme allo sdegno espresso da Hassan Rouhani all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e dalle numerose interviste del Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. In commenti attentamente considerati, come sempre da questo diplomatico, Zarif osservava: “Non sono sicuro che si possa evitare una guerra; Sono sicuro che non ne inizieremo. Ma ho fiducia che chiunque l’inizi non la finirà”.
Ulteriori prove che l’attacco huthi fu manipolato per adattarsi all’agenda della coalizione nordamericana proviene dall’esame del “cui bono”, come fece Southfront. Evidentemente gli Stati Uniti trarrebbero beneficio dalla restrizione della fornitura di petrolio saudita, come parte delle continue mosse per dominare il mercato del petrolio e del gas, e imporre il proprio combustibile più costoso sul mercato europeo. Non va dimenticato che gli Stati Uniti sono i principali beneficiari delle esportazioni di petrolio dal Kurdistan iracheno, col petrolio siriano derubato, e perseguono interessi petroliferi sulle alture del Golan, tra i tanti altri luoghi. Né va dimenticato che il conflitto nel Golfo Persico potrebbe minacciare le esportazioni di gas del Qatar, dal campo South Pars. E dove iniziano gli interessi petroliferi, spesso seguono le vendite di armi. Ma avere un interesse, per quanto perverso, nell’esito del danno all’invio di carburante nel Golfo Persico non significa che esista una connessione causale. Un’indicazione che gli Stati Uniti o loro alleati o agenti locali siano impegnati in una sorta di cospirazione esistono, tuttavia, in un video del sempre sospetto centro per gli studi strategici e internazionali, apparso il 10 settembre, quattro giorni prima dell’attacco all’Aramco. Il video mostra una mappa del Golfo in una storia sui pericoli di un attacco iraniano alle strutture saudite, zoomando indirettamente sulle file dei serbatoi di stoccaggio del gas naturale poi mostrati danneggiati dai missili nei notiziari, dopo l’attacco yemenita; mostrava quindi le rotte dei missili lanciati dall’Iran per colpire la struttura di Abuqayq. Rendendo ancora più evidente il confronto, il CSIS twittava tale videoclip il 23 settembre, integrando del tutto il videoclip precedente. Bisogna chiedersi perché; perché gli alleati occidentali sono così intenzionati a provocare e attaccare l’Iran quando la sua pazienza è sul punto di rottura? O fanno solo smorfie, pur comprendendo che l’Iran ed alleati yemeniti ora hanno il sopravvento strategico, anche se con uno stivale imperialista al collo? Ma forse mi comporto come il proverbiale martello, a cui tutto sembra un chiodo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio