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L’Iran è l’arma segreta della Cina per distruggere il dollaro USA

Federico Pieraccini, SCF 3 ottobre 2019

Vi è una forte corrente di cambiamento che colpisce l’arena politica internazionale. È l’inizio di una rivoluzione provocata dalla transizione dall’ordine mondiale unipolare a multipolare. In pratica, siamo di fronte alla combinazione di diversi fattori, tra cui l’applicazione dei dazi statunitensi alle esportazioni cinesi, le sanzioni di Washington all’Iran, l’autosufficienza energetica degli Stati Uniti, la vulnerabilità delle strutture industriali saudite e capacità iraniana di resistere agli attacchi statunitensi, come così come l’esportazione di grandi quantità di gas e petrolio iraniani in Cina. Tutto converge su un fattore, cioè l’incombente declino del dollaro USA come valuta di riserva globale Di recente si assisteva ad eventi di notevole importanza in Medio Oriente quasi quotidianamente. Le tensioni tra Washington e Teheran sono alimentate soprattutto dalla necessità dell’amministrazione Trump di placare lo Stato profondo degli Stati Uniti, legato al neoconservatorismo, che marcia di pari passo coi finanziatori di Trump dell’Arabia Saudita wahhabita e d’Israele. La politica aggressiva nei confronti di Teheran, che consiste in provocazioni e false flag, ha recentemente provocato la catastrofe di pubbliche relazioni per l’industria militare nordamericana che da anni prevedevo sarebbe accaduta. L’attacco degli huthi dello Yemen colpiva due importanti installazioni petrolifere nel regno dell’Arabia Saudita, esponendo le carenze dei costosissimi sistemi di difesa aerea Patriot nordamericano. L’attacco scioccava i responsabili politici del mondo dimostrando come mezzi di guerra asimmetrici a basso costo possano essere efficaci oltre ogni aspettativa, in grado di infliggere danni per miliardi di dollari con una spesa di poche migliaia di dollari. La reale entità del danno causato dall’attacco huthi rimane sconosciuta, coll’Aramco che fatica a fornire informazioni ufficiali. Oltre il 50% della produzione di petrolio fu interrotta dall’attacco, con rapporti non confermati che suggerivano che Riyad potrebbe aver bisogno di importare notevoli quantità di petrolio dall’Iraq. Come se questo scenario non fosse abbastanza per complicare i piani di sopravvivenza sauditi, Israele e neoconservatori istigano ad una risposta armata contro Teheran che vedrebbe l’Arabia Saudita sostenere la maggior parte dei costi. La famiglia al-Saud, consapevole delle capacità militari iraniane, sembra aver ammorbidito il tono bellicoso contro l’Iran.
In tale già instabile situazione mediorientale che rischia una conflagrazione incontrollabile, i rischi per i sauditi sono abbastanza chiari, forse anche fin troppo. Il regno saudita vive in condizioni precarie, ostacolato dal benessere che si estende alla popolazione. Se una guerra dovesse provocare morte, distruzione e impoverimento, quanto tempo potrebbe durare la Casa dei Saud prima di essere rovesciata da un’insurrezione di tipo primavera araba guidata da Washington? L’importanza dell’Arabia Saudita va capita, non dipende tanto da chi la governa ma dalla capacità di controllare l’OPEC e imporre la vendita del petrolio in dollari USA, garantendo così la centralità di Washington nell’economia globale grazie al concetto di riserva globale moneta. La recente decisione di Pechino di concedere crediti per 280-400 miliardi di dollari USA nella Repubblica islamica dell’Iran fa parte di una strategia ad ampio spettro che guarda al futuro, non solo quello immediato. Certamente l’Iran beneficerà dell’aiuto economico che compenserà la mancanza di introiti della vendita di petrolio a causa delle sanzioni secondarie statunitensi. Pechino intende entrare nel mercato iraniano del gas e del petrolio, aiutando le aziende statali iraniane a sviluppare campi, impianti, logistica, porti e hub energetici, garantendo così una fornitura di petrolio e gas al Paese in forte crescita economica e demografica. Se espandiamo il ragionamento alla base delle intenzioni della Cina e lo si relaziona cogli interessi in Medio Oriente e degli Stati Uniti, emerge un quadro interessante, che va attentamente valutato.
Si sa che Washington si vanta di aver raggiunto l’autosufficienza energetica col fracking e il gas di scisto, trasformandosi in esportatore netto. Sebbene sussistano dubbi sulla durabilità dei pozzi in questione, la situazione attuale sembra confermare che gli Stati Uniti dipendano molto meno dal petrolio saudita e mediorientale per soddisfare la domanda interna. Di conseguenza, molti responsabili politici, tra cui i generali Dunford e Mattis, intervistati di recente dal CFR, spiegavano come il cambiamento nella strategia di difesa nazionale confermi come il focus sia passato dal noto framework 4+1 (Cina, Russia, Iran, RPDC + Terrorismo islamico) a un 2+3 meglio equilibrato (Cina, Russia + RPDC, Iran e terrorismo), in riconoscimento del ritorno della politica di grande potenza. In termini geografici, ciò implica un futuro allontanamento di forze militari da Golfo Persico, Medio Oriente e Nord Africa verso l’Estremo Oriente. Questo per contenere e circondare (militarmente, economicamente e tecnologicamente) il principale concorrente di Washington, la Cina. Pechino, in risposta a tale accerchiamento, ha un asso nella manica. Può cercare di sostituire lo status di valuta di riserva del dollaro USA non solo aiutando l’Iran, fondamentale per la Belt and Road Initiative (BRI), ma anche, in una fase successiva, corteggiando Arabia Saudita (e OPEC) allontanandola dalla vendita di petrolio solo in dollari USA. Mosca, con lo sviluppo dell’OPEC+, può aiutare l’alleato cinese, formando il mercato del GNL con prezzi quotati in valute diverse dal dollaro USA. Attualmente, Pechino e Mosca commerciano idrocarburi bypassando completamente il sistema di pagamento SWIFT e il dollaro USA.
I cinesi hanno in mente un’operazione ben pianificata che potrebbe cambiare l’intero panorama economico del mondo. La Cina aiuterà in primo luogo l’Iran a sviluppare le esportazioni garantendosi allo stesso tempo le forniture future, consentendo a entrambi i Paesi di proteggersi dal terrorismo economico nordamericano. Naturalmente, la vendita di petrolio dall’Iran alla Cina avviene al di fuori del sistema SWIFT, e quindi al di fuori del campo di azione della mietitrebbiatrice del petrodollaro statunitense. Con questa mossa, Pechino cerca di garantirsi la futura vendita di idrocarburi per l’enorme economia in crescita, garantendosi il continuo sviluppo del Paese, integrando gli investimenti già realizzati in Nord Africa (minerali e materie prime) e nell’est della Russia (agricoltura). Il vero pericolo per l’egemonia economica statunitense rappresentata dalla Cina risiede in Arabia Saudita. Se Washington continua a fare sempre meno affidamento ai sauditi per le importazioni di petrolio, spostando l’attenzione verso il sud-est asiatico, allora ci saranno meno motivi per gli Stati Uniti di ostacolare l’ascesa dell’Iran come egemone regionale. Riyadh sarà quindi costretta a iniziare a guardarsi intorno e rivalutare il proprio posto nella regione. L’incubo di Riyad è un arco sciita che si estenda dal Mediterraneo al Golfo Persico, con la Cina come principale partner commerciale e la Russia come partner militare. Tutto questo senza l’alleato statunitense offrire un contrappeso equilibrato nella regione!
La strategia della Cina nei confronti dell’Iran è di spingere l’Arabia Saudita a considerare la vendita di petrolio in valute diverse dal dollaro USA. Allo stato attuale, Pechino importa ingenti quantità di greggio dall’Arabia Saudita. Questo potrebbe cambiare se la Cina passasse alle importazioni di petrolio dell’Iran pagandolo in valute diverse dal dollaro, o forse anche solo in renminbi. Se questo contagio si diffondesse in Qatar (partner economico iraniano di fondamentale importanza per lo sviluppo del giacimento gasifero South Pars / North Dome) e in altri Paesi del Golfo, l’Arabia Saudita vedrebbe minacciato lo status di potenza economica esportatrice di gas e petrolio, con programmi così promettenti come Saudi Vision 2030 che offre poco come compensazione. Pechino sarebbe favorevole all’importazione di beni primari, inclusi gas e petrolio, in valuta diversa dal dollaro, forse attraverso un paniere di valute che rappresenti meglio il contesto multipolare in cui si vive. Potrebbe essere un paniere modellato su quello del FMI, ma con una quota minore di dollari USA (o forse alcuno), in modo da limitare l’influenza della FED sui mercati esteri e le finanze private dei singoli Paesi. La strategia di Pechino sembra essere progettata per progredire in fasi, modulandosi secondo la reazione degli Stati Uniti, aggressiva o mite; una sorta di capoeira in cui non si colpisce mai l’avversario anche quando si può. Tuttavia, l’obiettivo a lungo termine di questa danza è minare la fonte primaria di reddito e potere degli Stati Uniti: vale a dire, il dollaro USA come valuta di riserva mondiale. La prima fase di questa strategia si concentra sull’Iran e sulla precaria situazione economica in cui si trova il Paese, principalmente a causa delle sanzioni statunitensi. In questa prima fase, il credito di Pechino servirà a mantenere a galla l’Iran mentre si difende dal terrorismo economico nordamericano. Una seconda fase comporterà probabilmente una modifica legislativa iraniana per consentire alle società statali cinesi di lavorare a fianco di quelle iraniane nei campi petroliferi e gasiferi. Una terza fase vedrà probabilmente il coinvolgimento del Qatar nello sviluppo del più grande giacimento di gas del mondo, condiviso da Doha e Teheran. Nel frattempo, la BRI continuerà ad espandersi, spostandosi alla periferia del Paese persiano e coinvolgendo lungo il cammino molti Paesi del sud-est asiatico, ampliando così il commercio tra le diverse parti del globo. Confermando come questa strategia sia già in atto, la Cina cerca di salvaguardare le rotte marittime in caso di guerra. Pechino sa quanto sia indispensabile disporre di forti capacità navali e di conseguenza vi investiva molto. In tale contesto geopolitico, è difficile immaginare che l’Arabia Saudita continui ad essere indiscutibilmente accomodante cogli interessi nordamericani, vendendo petrolio solo in dollari USA, senza in cambio ricevere sufficienti protezione militare o benefici economici. Washington ha seriamente calcolato male se pensa di poter mantenere in vita il dollaro USA come riserva globale pur continuando a destabilizzare il mondo economicamente, continuando a ignorare la protezione militare ai propri alleati regionali, e tutto ciò nonostante l’alternativa sino-iraniano-russa in ascesa vista da tutti.
Tra Obama e Trump ci furono la primavera araba, guerre minacciate e attuate, destabilizzazione economica, terrorismo finanziario, minacce agli alleati, vendita di materiale militare obsoleto e un cambio di strategia (“Pivot to Asia”) causato dalla transizione dall’ordine unipolare all’ordine multipolare. In un mondo così mutevole, il dollaro USA verrà inevitabilmente sostituito con un paniere di valute, che a sua volta spazzerà via il potere di spesa illimitato che ha permesso a Washington di diventare la superpotenza di oggi. Pechino ha compreso questo meccanismo anni fa e ora vede l’Iran come il catalizzatore per attuare un cambiamento epocale. L’Iran è utile non solo perché la BRI transita attraverso il suo territorio, ma perché offre anche lo scacco economico all’egemone petrodollaro nordamericano, offrendosi con una mossa del cavallo per avvicinare l’Arabia Saudita e portare tale regno nell’ovile multipolare. Le aperture economiche e morali di Pechino a Riyad incontreranno problemi e gli Stati Uniti, riconoscendo l’importanza dell’Arabia Saudita nel sostenere l’egemonia del petrodollaro, vi si opporranno naturalmente. La Russia contribuisce a questa transizione geopolitica offrendo armi difensive al Regno.
Gli sforzi di Obama e Trump per minare l’ascesa di Pechino, con minacce e ricatti, hanno solo minato la capacità di Washington di mantenere il dollaro USA come valuta di riserva globale, dando il via al disvelamento di tale accordo privilegiato e innaturale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio