Addio al petrodollaro o la verità sull’ultimo G7

Mision Verdad 12 giugno 2018

Il G7 fu convocato in Canada per trovare un terreno comune tra i Paesi più industrializzati del pianeta, tuttavi, il declino geoeconomico di tale nazioni s’è accentuato e si promuove la Shanghai Cooperation Organization (SCO) come punto di riferimento dei rivali.
Prima dell’incontro in Canada c’erano già tensioni tra le potenze occidentali. La cancelliera tedesca Angela Merkel affermò che “qui abbiamo già un serio problema con gli accordi multilaterali”, in riferimento al fallimento degli Stati Uniti nel rispettare o revocare risoluzioni cruciali, come quella firmata a Parigi sui cambiamenti climatici o l’accordo nucleare iraniano. Quest’ultimo con possibili sanzioni per le società europee che intrattengano rapporti commerciali con la Repubblica islamica dell’Iran. Inoltre, il massimo rappresentante della Germania sostiene il dialogo con la Federazione Russa, espulsa dal gruppo dopo l’adesione della Crimea nel 2014, questione che provoca tensioni nell’establishment liberale e neoconservatore degli Stati Uniti. Da parte sua, il primo ministro del Canada e il presidente della Francia riferivano che si sarebbero incontrati separatamente, nel quadro del G7, con Donald Trump per convincerlo che i loro Paesi non costituivano una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e “per trovare una via più normale sul commercio”. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, dichiarava che “l’ordine internazionale basato sulle norme viene messo in discussione, con sorpresa, non dai soliti sospetti ma dal suo principale artefice e garante: gli Stati Uniti”, in riferimento all’atteggiamento del presidente gringo. E l’attuale inquilino della Casa Bianca ha la prerogativa d’ignorare gli accordi multilaterali e dare la priorità a quelli bilaterali, in linea con la politica dell’America First. Gli Stati Uniti non vedono più gli altri Paesi del G7 come partner, anche se mai nella storia li considerarono pari, ma ora li considerano concorrenti che minacciano i loro interessi. Il che suggerisce che l’incontro in Canada è stato simile a un 6+1. Tuttavia, già alla riunione sembrava che tra Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito, ci fosse un accordo, finché Donald Trump twittò: “secondo le falsitù di Justins aòòa nuova conferenza, e il fatto che il Canada impone pesanti dazi ai nostri fattori, lavoratori e compagnie, istruivo i nostri rappresentanti a sostenere il Comunicato di vedere dazi sulle auto che inondano il mercato USA!”. L’allarme suonò nei principali media anglosassoni, che predissero il crollo del multilateralismo del club perché lascia Cina e Russia prendere il controllo di importanti questioni politiche, economiche, finanziarie e militari su vari punti.

Declino del G7
Alcuni dati forniti dai ricercatori cinesi Dong Yifan e Sun Chenghao indicano che l’influenza economica del G7 è diminuita significativamente negli ultimi decenni. “Le economie del G7 hanno registrato il 61,8% del PIL globale negli anni ’80, sceso al 46% nel 2017. Ma le parti combinate del PIL delle economie emergenti sono balzate al 39,6% dal 24,1% nello stesso periodo”. L’ascesa delle cosiddette economie emergenti e l’appello alla governance globale nel 21° secolo (la globalizzazione secondo la Cina) sono i principali fattori che hanno messo in discussione la legittimità geopolitica e geoeconomica del G7, nonché l’unilateralismo di Trump e il declino dell’impero statunitense nelle entrambe le forme. L’importanza di altri spazi come G20, BRICS o Forum della cooperazione economica Asia-Pacifico sottolinea questo declino. Il grado statistico del PIL non solo mostra il declino, ma anche la frattura illustrata da Trump e dai capi occidentali, e la sfiducia nel mondo che vi mette l’accento. E ciò si unisce alla detronizzazione del petrodollaro nei mercati internazionali e dei mercati dell’energia.

Petrolio, dollari e yuan: una disputa
Era il 1974. Il petrodollaro nacque da un accordo tra l’allora segretario di Stato gringo Henry Kissinger e la monarchia che governa l’Arabia Saudita, concordando che il dollaro fosse l’unica moneta usata nel commercio del prodotto più importante del pianeta, il petrolio, generando la necessità di avere dollari per scambiare energia, in cambio della “sicurezza” dalle altre potenze regionali come Iran e, all’epoca, Iraq. Poiché il dollaro è stampato su carta, senza alcun supporto, dalla Federal Reserve statunitense, assorbe il valore di ciò che i suoi acquirenti commerciano. In tale caso, le transazioni petrolifere coi dollari rendono la moneta statunitense una questua difficile da eludere, specialmente se non ci sono alternative nominali. In tale contesto entra la Cina, che nel 2017 decise di lanciare il primo contratto futures petrolifero denominato in yuan, avvenuto nel marzo 2018. Il gigante asiatico è il maggiore importatore di petrolio al mondo, e l’energia sarà vitale per motorizzare il suo grande progetto commerciale dell’Iniziativa Fascia e Via. Inoltre, i contratti sui futures petroliferi in yuan sono convertibili in oro, minerale storicamente punto di riferimento per sostenere il valore delle valute. Sarebbe il ritorno al patto da cui gli Stati Uniti si ritirarono oltre 40 anni prima e a cui sembrano non voler tornare. Questa strategia concepisce lo yuan come valuta di riferimento, ora riconosciuta come valuta di riserva secondo il Fondo Monetario Internazionale, e rappresenta il declino del petrodollaro. Si tratta dell’apertura di un mercato in cui la valuta statunitense non sia utilizzata, quindi ci sarebbero meno acquirenti (come infatti registrato ad aprile, in cui il prezzo della valuta statunitense è sceso per via dei dazi imposta dalla Cina a prodotti fabbricati negli Stati Uniti), meno fiducia in quella valuta e maggiore controllo dei cinesi nel prezzo dei mercati dell’energia. In breve, la Cina contesta agli Stati Uniti il mercato finanziario in tutte le varianti, incoraggiando l’uso dello yuan in diversi casi commerciali. Il petroyuan sarà il primo esperimento a muoversi in quella direzione. Ma il G7 non tiene conto di questa realtà, a cui cerca d’adattarsi il resto del pianeta.

Nel frattempo, a Qingdao…
Mentre in Canada i capi visibili dell’occidente si combattevano, alcune unioni politiche, economiche e militari furono rinforzate dall’altra parte del globo. Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India e Pakistan formano l’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO), a cui partecipano Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia come osservatori, ed Armenia, Azerbaijan, Cambogia, Nepal, Turchia e Sri Lanka sono partner del dialogo. L’incontro si svolse a Qingdao, città portuale cinese (base della società di elettrodomestici Haier), dove fu sostenuta una serie di accordi multilaterali dalla grande prospettiva per la regione denominata Eurasia, dove vive il 72,5% della popolazione mondiale. La SCO da sola rappresenta il 60% dell’Eurasia, quasi la metà della popolazione mondiale e oltre il 20% del PIL globale, cita l’analista geopolitico messicano Alfredo Jalife, che non esita a dire che i Paesi che lo compongono “costituiscono la connettività al magnifico progetto del 2 ° secolo, la Via della Seta, così come la zona cuscinetto contro le macchinazioni del terrorismo jihadista”. Sembra ovvio che il megaprogetto cinese dell’Iniziativa Fascia e Via (o Nuova Via della Seta) sia intimamente connesso alla SCO e, cosa più importante, secondo Global Times, gli aderenti raggiunsero importanti acordi, come la costruzione di infrastrutture che collegano i propri Paesi in modo corrente. Questa prospettiva è esattamente ciò che porta la Via della Seta del 21° secolo, così che nulla sia lasciato al caso. Jalife si riferiva a quest’alleanza raggiunta dal programma cinese con le periferie regionali dell’Eurasia: nel 2017 gli scambi tra Cina e resto della SCO raggiunse quasi 218 miliardi di dollari: con un aumento di 19%. Ma ciò che è più significativo non sono le dichiarazioni congiunte e le linee guida su questioni come sicurezza nazionale, comunicazione culturale, economia e commercio, ma piuttosto a Qingdao veniva proposto di rafforzare ulteriormente l’organizzazione in modo che possa avere un impatto maggiore nel prossimo futuro degli affari internazionali (“comunità dal futuro condiviso”, afferma Global Times). Questa è la chiave che complicherà il sogno del G7 di continuare a guidare il mondo alla maniera occidentale. L’editoriale del 10 giugno dei media cinesi indica la SCO come: “Lo Spirito di Shanghai che mostra grande forza come nuovo principio delle relazioni internazionali, senza perseguire la competizione geopolitica, ma rappresentando il nuovo modo di pensare la società umana nella governance globale del 21° secolo”. Tutto questo unito al declino del petrodollaro e all’avanzata del petroyuan suggerisce che dietro al G7 ciò che si ha è un quadro in rovina del tavolo delle potenze occidentali. Una nuova dinamica finanziaria emerge a poco a poco e Donald Trump potrebbe essere il volto visibile di questo momento globale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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