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3 brigate saudite annientate dall’offensiva huthi in Arabia Saudita

Federico Pieraccini, SCF 30 settembre 2019

Finora molti potrebbero essere stati indotti a credere che gli huthi fossero una forza armata sbandata e disorganizzata. Molti, vedendo gli attacchi con droni e missili sugli impianti petroliferi sauditi, potrebbero aver dichiarato che si trattava di un attacco sotto falsa bandiera effettuato da Riyad per aumentare il valore di mercato diell’Aramco; o un’operazione effettuata dall’Iran o persino Israele. Il 28 settembre, gli huthi smentirono tali speculazioni confermando ciò che molti, come me, scrivono da mesi; cioè che le tattiche asimmetriche degli huthi, combinate con le capacità convenzionali dell’esercito yemenita, possono piegare il regno saudita di Muhamad bin Salman. Le forze missilistiche dell’esercito yemenita possono effettuare attacchi molto complessi, senza dubbio a seguito della ricognizione fornita dalla popolazione sciita locale nel regno, contraria alla dittatura della Casa di Saud. Questi simpatizzanti huthi in Arabia Saudita permisero d’identificare i bersagli, effettuando la ricognizione negli impianti e trovandone i punti più vulnerabili, trasmettendo questa intelligence a huthi ed esercito yemenita. Le forze yemenite impiegavano mezzi di produzione locale per degradare gravemente gli impianti di estrazione e lavorazione del greggio dell’Arabia Saudita. Gli attacchi micidiali dimezzarono la produzione di petrolio e minacciarono di continuare su altri obiettivi se il genocidio condotto dai sauditi nello Yemen non venisse fermato. Il 29 huthi ed esercito yemenita effettuarono un incredibile attacco convenzionale per tre giorni iniziando dallo Yemen. L’operazione aveva comportato mesi di raccolta di informazioni e pianificazione operativa . Fu un attacco molto più complesso di quello condotto contro gli impianti petroliferi dell’Aramco. I primi rapporti indicavano che le forze della coalizione saudita furono attirate in posizioni vulnerabili e poi, con un movimento a tenaglia condotto rapidamente nel territorio saudita, gli huthi circondarono la città di Najran e la sua periferia avendo la meglio su tre brigate saudite con migliaia di truppe, decine di alti ufficiali e numerosi veicoli da combattimento. Questo evento è una svolta, lasciando Mike Pompeo degli Stati Uniti ed israeliani e sauditi incapaci di accusarne ‘Iran poiché tutto ciò era avvenuto molto lontano dall’Iran.
La grande operazione fu preceduta dall’attacco missilistico yemenita sull’aeroporto di Jizan, con 10 missili che paralizzarono i movimento sull’aeroporto, negando la possibilità di un supporto aereo alle truppe circondate. Gli huthi colpirono anche l’aeroporto internazionale Re Qalid di Riyadh in un’operazione chiave mirata agli elicotteri Apache, costringendoli a lasciare l’area. Anche le basi militari vicine furono prese di mira per escludere qualsiasi rinforzo e spezzare la catena di comando. Ciò portava le forze saudite a sbandarsi. Le immagini mostrate dagli huthi indicano una strada in una valle alla periferia di Najran con decine di veicoli corazzati sauditi che cercavano di fuggire mentre venivano attaccati da entrambi i lati dagli RPG degli huthi insieme a armi pesanti e leggere. La conferma visiva della debacle appare col numero di perdite così come col numero dei prigionieri. Le immagini mostrano file di prigionieri sauditi camminare sotto la guardia yemenita verso i campi di prigionia. È qualcosa di straordinario: l’esercito saudita, il terzo più grande acquirente di armi al mondo, viene largamente sconfitto da uno dei Paesi più poveri del mondo. Le cifre dicono tutto: gli huthi potevano controllare oltre 350 chilometri del territorio saudita. Dato che il bilancio militare saudita ammonta a quasi 90 miliardi di dollari all’anno, questo risultato è ancora più straordinario. Le forze huthi impiegarono droni, missili, sistemi antiaerei e da guerra elettronica per impedire ai sauditi di sostenere le loro truppe con l’aviazione o altri mezzi, aiutando i loro uomini intrappolati. Le testimonianze dei soldati sauditi suggeriscono che gli sforzi per soccorrerli furono indecisi e inefficaci. I prigionieri di guerra sauditi accusano i loro capi militari di averli lasciati in balia degli avversari. L’esercito yemenita e gli huthi in meno di 10 giorni inflissero un colpo devastante alla credibilità dei sistemi di difesa degli Stati Uniti e ai militari sauditi, impiegando metodi creativi adatti all’obiettivo in questione.
Inizialmente svelavano la vulnerabilità interna del regno con tale penetrazione in Arabia Saudita potendo condurre una ricognizione coll’assistenza di infiltrati o collaboratori locali in modo da conoscere esattamente dove colpire gli impianti petroliferi col massimo effetto e danno. Successivamente dimostrarono capacità tecniche ed informatiche con un’operazione asimmetrica che impiegava droni di vario tipo e la guerra elettronica per accecare i radar del sistema Patriot nordamericano, dimezzando la produzione di petrolio dell’Arabia Saudita per un periodo di tempo che Aramco deve ancora determinare. Infine, l’aspetto più sorprendente di questi eventi è l’ultima operazione di terra yemenita effettuata in territorio ostile che riusciva a circondare tre brigate composte da migliaia di uomini e mezzi. Migliaia di soldati yemeniti fedeli ad Ansarullah (huthi) parteciparono a questa operazione riuscita, supportati da droni, aerei da attacco a terra e batterie per la difesa aerea. Tali capacità sono normalmente meglio associate a militari ben addestrati e ben equipaggiati piuttosto che del Terzo mondo. Gli huthi emisero un chiaro messaggio a Riyadh quando ne colpirono le installazioni petrolifere. Effettivamente resero noto che avevano mezzi e capacità per danneggiare irreparabilmente il regno, portando infine al rovesciamento della Casa dei Saud. Il portavoce dell’esercito yemenita annunciava, dopo aver colpito le strutture petrolifere saudite, che avrebbero fermato tutte le offensive con droni e missili, lasciando a Riyad decidere se fermarsi e sedersi al tavolo dei negoziati per porre fine al conflitto, oppure se l’Arabia Saudita fosse pronta allo stesso trattamento.
Muhamad bin Salman avrebbe senza dubbio ricevuto molte rassicurazioni dagli statunitensi, spiegando il fallimento dei sistemi Patriot e assicurandogli una maggiore assistenza; e che, inoltre, sarebbe impossibile raggiungere un accordo cogli huthi, soprattutto perché considerati agenti degli iraniani (una bugia sfatata); per non parlare, ovviamente, dell’enorme perdita di prestigio che colpirebbe sauditi, israeliani e nordamericani, se si verificasse tale capitolazione. Si parla già a Riyad di ricevere nuovi sistema THAAD (inutile contro la guerra asimmetrica huthi) e altri costosi sistemi di difesa aerea nordamericani. È un peccato per i sauditi che gli Stati Uniti non abbiano nulla di simile ai sistemi Pantsir e Buk russi, che consentono una difesa aerea multistrato, ideale per difendersi da piccoli droni e missili a bassa quota difficili da intercettare con sistemi come Patriot e THAAD. Invece di avviare colloqui di pace per fermare il genocidio nello Yemen e di essere nuovamente colpiti dagli huthi in risposta, Muhamad bin Salman e i suoi consiglieri sembrano ritenere opportuno commettere ulteriori crimini di guerra nello Yemen. Di fronte a tale intransigenza, gli huthi attuavano un nuovo attacco ancora più devastante per il morale saudita e sconcertante per i politici occidentali. Migliaia di uomini e loro equipaggiamento furono eliminati, feriti o fatti prigionieri con una manovra a tenaglia che ricorda le azioni di RPD e RPL in Ucraina nel 2015, dove le forze di Kiev furono circondate e distrutte allo stesso modo. Di solito tali manovre a tenaglia richiedono un’attenta ricognizione per determinare dove meglio circondare il nemico. Inoltre, sarebbero necessari sistemi di supporto aereo e di difesa aerea per scongiurare le risposte nordamericane e saudite. Oltre a tutto ciò, sono necessarie truppe ed equipaggiamenti insieme all’addestramento necessario per tali assalti che richiedono un coordinamento nonché un’esecuzione rapida ed efficace degli ordini. Tali requisiti furono raggiunti grazie all’eccellente preparazione e conoscenza del terreno dell’esercito yemenita e degli huthi.
Se l’attacco alle strutture petrolifere saudite ha avuto tale impatto, allora l’attacco ancora più drammatico del 28 settembre avrà costretto Muhamad bin Salman e i suoi alleati nordamericani ad affrontare una realtà molto dura. L’Arabia Saudita ora dovrà riconoscere non sa difendere i suoi confini con lo Yemen, lasciando huthi ed esercito yemenita liberi di entrare nel territorio saudita mostrando poco rispetto per l’opinione e i sentimenti di sauditi e nordamericani. Questo è un triplo scacco matto degli huthi contro Riyad. In primo luogo, dimostravano di avere abbastanza supporto locale in Arabia Saudita, avendo pronti sabotatori interni in caso di guerra totale con Iran o Yemen. Quindi dimostravano capacità di paralizzare la produzione di petrolio dell’Arabia Saudita. Alla fine, le forze convenzionali dello Yemen potrebbero ridisegnare i confini tra Arabia Saudita e Yemen a favore di quest’ultimo qualora i leader yemeniti decidessero d’invadere e occupare una striscia di territorio saudita per garantirsi una zona cuscinetto, dato che le forze saudite violano la sovranità dello Yemen massacrandone i civili negli ultimi cinque anni. Si riflette sul significato di questi eventi. Il terzo più grande acquirente di armi al mondo è incapace di sconfiggere il Paese più povero del mondo arabo. Inoltre, non sa proteggere i propri interessi e confini nazionali da questo Paese arabo impoverito. Gli huthi mostrando al mondo ciò che una forza armata povera ma organizzata e motivata può fare usando metodi asimmetrici per piegare uno degli eserciti meglio equipaggiati del mondo. Questo conflitto sarà studiato nel mondo come esempio di come sia possibile una nuova guerra quando capacità tecnologiche e informatiche sono democratizzate e disponibili a chi sa usarle in modo appropriato, come dimostrano gli huthi usando droni e guerra elettronica.
Cogli huthi in possesso di una notevole leva finanziaria, con una combinazione di capacità missilistiche, detenzione di molti prigionieri di guerra e sabotatori in tutta l’Arabia Saudita (a proposito, uno strano incendio si aveva il 29 settembre Jida, presso la stazione ferroviaria al-Haramayn), potrebbe essere il momento per Riyad di accettare le tragiche conseguenze di tale guerra inutile e sedersi al tavolo dei negoziati con Ansarullah. Washington e Tel Aviv cercheranno in ogni modo di impedire i negoziati. Ma se Muhamad bin Salman e la sua famiglia desiderano salvare il loro regno, sarebbe meglio iniziare a parlare immediatamente cogli huthi. Altrimenti è questione di tempo prima che un altro attacco di Ansarullah porti a crollo e rovina della Casa dei Saud e del regno dell’Arabia Saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio