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Iran, Hong Kong e la disperazione dell’impero declinante Stati Uniti

Rainer Shea 19 settembre 2019

I progetti di influenza globale dell’impero nordamericano, in particolare in Iran e Hong Kong, hanno natura diversa da quelli realizzati quando la potenza nordamericana era ancora stabile. C’è ora l’aspetto della disperazione per ciò che gli USA fa all’estero, una realtà non riconosciuta ma sempre presente dell’imperialismo occidentale che combatte una battaglia persa contro l’inevitabile processo del collasso imperiale. Mentre la classe capitalista perde i suoi affidabili mezzi per piegare la politica globale alla sua volontà, le basi dei mercati capitalisti stessi sono sempre più spezzati. Il sistema finanziario del mondo capitalista, che nell’ultimo decennio ha funzionato come una frode causando il crollo economico del 2008, è dovuto al disfacimento che secondo tutte le prove creerà una recessione depressiva. La Germania è già in fase iniziale di recessione e il rallentamento dei profitti delle società nordamericane degli ultimi mesi fa presagire una crisi imminente negli Stati Uniti. Mentre questi eventi si sviluppano in relazione a tutte le altre minacce all’ordine capitalista globale, i cambiamenti climatici, il crescente malcontento di classe dei poveri e lavoratori del mondo, disordini civili e crisi dei rifugiati, la reazione della classe dominante è intensificare l’espansionismo e la propaganda militare dell’impero NATO/USA. C’è un termine che gli storici usano per questa fase reattiva che gli imperi attraversano negli ultimi anni: micro-militarismo. Nei casi di Iran e Hong Kong, il micro-militarismo nordamericano si svela in modi diversi ma rivelatori.

L’impero degli Stati Uniti perde la battaglia contro l’Iran (e contro altri Paesi antimperialisti)
La campagna nordamericana contro l’Iran è motivata dal desiderio d’invertire il processo iraniano di abbandono del dollaro come mezzo di scambio internazionale. Da quando l’Iran fece questo passo sul dollaro, viene preso di mira da guerra economica e false accuse di sviluppo nucleare e sostegno al terrorismo. Tuttavia, l’establishment politico nordamericano continua a non gradire l’idea d’iniziare una guerra vera coll’Iran. Washington non ha ancora invaso l’Iran perché ciò potrebbe creare una guerra tale da rendere necessario il ripristino dell’accordo, e perché l’opinione pubblica nordamericana odia ancora decisamente l’idea di una guerra coll’Iran. Un sondaggio Gallup dello scorso mese affermava che 8 nordamericani su 10 preferiscono metodi non militari per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari. Lo sforzo dell’amministrazione Trump d’accusare l’Iran dell’attacco alla struttura petrolifera saudita (e che i combattenti huthi hanno rivendicato) non influenzerà il pubblico sull’Iran altrimenti. La Casa Bianca di Trump perde la battaglia narrativa sull’Iran e i gestori di Trump nello Stato profondo non vogliono che inizi la guerra coll’Iran perché sanno che causerebbe troppi contraccolpi dalla popolazione. L’Iran è un ostacolo che gli Stati Uniti non possono superare. Una guerra coll’Iran sarebbe senza dubbio la crisi che farà esplodere tale fragile impero; gli Stati Uniti avrebbero dovuto affrontare un nemico militarmente potente in questo scenario, e il pubblico nordamericano si sarebbe rapidamente rivoltato contro la macchina da guerra come successe durante la guerra del Vietnam. Quindi gli Stati Uniti hanno perso l’Iran come risorsa economica e politica nel prossimo futuro, così come finora non sono riusciti ad ottenere un cambio di regime a Cuba, Nicaragua, Venezuela, Siria, Corea democratica, Russia e Cina. Gli Stati Uniti perderanno ovviamente se tentassero di rovesciare questi governi coll’invasione militare. In tale cumularsi di sconfitte dell’impero, i membri della classe politica e dei media neoconservatori tentavano piani per rovesciare questi Paesi con approcci diversi dall’invasione diretta. Naturalmente, il metodo per cercare di rovesciare i governi, sostenendo i gruppi d’opposizione nei Paesi-bersaglio, è insolitamente prevalente nelle operazioni statunitensi dell’ultimo decennio. Nel 2017, il sodale del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana Ali Safavi scrisse l’articolo “Il cambio di regime in Iran non è la guerra all’Iran”, che sosteneva tale approccio. Nonostante la mellifluità che Safavi intendeva integrare nel pezzo, era chiaramente propaganda dei Mujahedin del popolo iraniano (o MEK), un’organizzazione violenta e settaria a un certo punto etichettata gruppo terroristico dal governo degli Stati Uniti. Ciò è evidente dal fatto che l’ultimo tweet di Safavi era l’approvazione del MEK, che ha alleati a Washington. Ma proprio mentre il tentato golpe in Venezuela non è riusciva ad ottenere il sostegno dall’esercito venezuelano, il governo sandinista del Nicaragua prevaleva sulle operazioni statunitensi per seminare disordini nel Paese e Assad sconfiggeva le forze insurrezionali sostenute dagli USA in Siria, i piani del MEK per la rivoluzione fabbricata in Iran sono lungi dall’essere realizzati. Gli Stati Uniti sono altrettanto lontani dall’effettuare un’operazione di cambio di regime in Cina, dove esiste il più forte contingente di attivisti anti-cinesi appoggiato dagli Stati Uniti su un’isola che non è controllata dal governo cinese.

L’ultimo tentativo dell’occidente di ricolonizzare Hong Kong
Hong Kong è d’ostacolo al colonialismo occidentale mentre la separazione dall’autorità cinese scade. Nel 2047, Hong Kong sarà controllata dal Partito Comunista Cinese, ponendo fine al dominio degli interessi capitalisti occidentali sulla città. Le proteste di Hong Kong, che avvengono grazie al supporto delle reti di destabilizzazione nordamericane e fare della Cina il capro espiatorio dei problemi di Hong Kong, sono lo strumento che l’occidente usa per cercare di assicurarsi il controllo su Hong Kong. La cosa strana è che tale sforzo occidentale per ricolonizzare Hong Kong fu intrapreso quando ci sono ancora decenni prima che la scadenza del 2047 fosse un problema immediato. Cosa vuole l’occidente avviando questa lotta nel momento in cui Hong Kong non è in procinto di essere assorbita dalla Cina? Ci sono due aspetti delle motivazioni dell’occidente. Uno, gli Stati Uniti ora intensificano la guerra fredda contro la Cina e promuovono le proteste anti-Pechino “pro-democrazia” di Hong Kong come opportunità perfetta per creare propaganda anti-cinese. In secondo luogo, tale intervento occidentale apparentemente prematuro a Hong Kong fa parte del micro-militarismo. Gli imperialisti occidentali, vedendo diminuire la loro influenza nel mondo, vogliono creare un nuovo Stato fantoccio nordamericano a Hong Kong. In questo modo, Hong Kong non finirà alla Cina nel 2047. Eppure, tale tentativo di rafforzare il controllo occidentale su una piccola isola si dimostra uno sforzo inefficace dell’impero. L’alta consigliera di Hong Kong Carrie Lam dichiarava che il governo di Hong Kong non vede alcun beneficio nel cedere ai manifestanti, il che significa che Stati Uniti e manifestanti di destra che sostengono non otterranno il desiderato rovesciamento del governo dell’isola. Ora sembra che le proteste continueranno inutilmente e che la loro natura sempre più violenta renderà più difficile per la propaganda occidentale creargli del supporto. Mentre gli Stati Uniti entrano in questo vicolo cieco a Hong Kong, le fantasie della classe neoconservatrice occidentale di distruggere il governo cinese sembrano esilarantemente distaccate da qualsiasi proiezione realistica del futuro della Cina. Il mese scorso Joseph Bosco, ex-membro del programma Asia-Pacifico presso il Consiglio Atlantico, scrisse una rubrica intitolata “Il futuro felice della Cina: un sistema, sei Paesi”. La previsione di Bosco si basava nella sua stranamente specifica stima che “la durata della vita di una grande potenza comunista è di circa sette decenni” e della sua convinzione che il popolo cinese sia in procinto di ribellarsi contro il governo e realizzare una drastica divisione geopolitica. Secondo tale narrazione, Hong Kong è la base dell’imminente rivolta nazionale contro il Partito comunista cinese. Tuttavia, le proteste anti-Pechino di Hong Kong, che dipendono dal sostegno degli Stati Uniti, sono contrastate da massicce proteste filo-cinesi ad Hong Kong. E nonostante le affermazioni contrarie dei propagandisti occidentali come Bosco, la maggioranza dei cinesi sostiene il PCC. “Perché così tanti pensano che i cinesi non possano stare bene con i loro governo o società?” Riflette il saggista Kaiser Kuo in un’analisi sul perché ai cinesi piace il loro sistema politico ed economico. “Sembra che molti [in occidente] ritengano che l’attuale governo/società cinese sia sbagliato e che qualsiasi persona”pensante” sarebbe d’accordo aderendo alla lotta”. La causa di tale cecità occidentale è l’arroganza imperiale mescolata alla mentalità del crescente micro-militarismo. In questa fase gli Stati Uniti non possono nemmeno conquistare la piccola Hong Kong, almeno non senza intervenire militarmente. E nonostante gli appelli dei fanatici manifestanti filocoloniali a Trump per “liberare Hong Kong”, Washington sa che tale invasione sarebbe folle. Quindi tutto ciò che gli yankee possono fare è tifare per i loro disperati piani di cambio di regime a Hong Kong e altrove, e impegnarsi in grandi fantasie sul fatto che le nuove conquiste globali siano dietro l’angolo.

Crollo imperiale e ribaltamento della guerra di classe
I presunti sostenitori socialisti delle proteste di Hong Kong pretendevano che il popolo di Hong Kong giustamente si ribelli alle politiche della Cina e che il PCC ha voluto la crisi sull’isola per la disuguaglianza sociale. In effetti, la Cina è un attore economico relativamente piccolo a Hong Kong che sicuramente non avrebbe il suo ingiusto sistema neoliberista se la Cina avesse controllo politico sostanziale sull’isola. Il sistema Deng e il socialismo di Xi Jinping con caratteristiche cinesi hanno portato un’ascesa senza precedenti della prosperità del proletariato cinese. La Cina ha tolto 800 milioni di persone dalla povertà sin dall’inizio della riforma economica e l’aspettativa di vita della Cina è aumentata di 42 anni da quando il comunismo fu istituito nel Paese. La Cina continua a essere guidata dai principi del marxismo-leninismo e i socialisti di tutto il mondo dovrebbero sostenerla. Mentre molti della sinistra occidentale sostengono il contrario, le proteste contro la Cina sono un attacco al socialismo. La Cina, così come i suoi sostenitori socialisti ad Hong Kong, sono ciò che può far uscire Hong Kong dal paradigma corporativo nei decenni futuri. “Il conflitto ad Hong Kong è in realtà un microcosmo di ciò che il mondo dovrà affrontare in futuro”, scriveva il socialista Thomas Hon Wing Polin. “Guidato dagli Stati Uniti, l’Impero occidentale costringe i Paesi a scegliere tra esso e la Cina, la via occidentale o la via cinese. Tuttavia, ciò non è una scelta che Pechino impone a nessuno. Individui e nazioni attenti e lungimiranti possono vedere che il paradigma predatorio a somma zero dell’Impero occidentale è diretto verso la pattumiera della storia. Per Hong Kong come per tutta l’umanità, l’unica via percorribile nel 21° secolo è pace, comprensione e cooperazione e vantaggio reciproco. La Cina percorre questa particolare via”. Ora che la Cina vince a Hong Kong, questa micro-versione del futuro mondiale fa presagire la sconfitta mondiale della classe capitalista. I nostri compagni cinesi nella lotta di classe globale ci hanno mostrato la via giusta per sconfiggere i capitalisti, il marxismo-leninismo. L’impero capitalista occidentale ha dimostrato crescente debolezza colle sue sconfitte internazionali, nonché l’incapacità di impedire crisi economiche ed instabilità sociale. Ora è il momento per il proletariato globale di reagire all’impero e vincere la lotta per un mondo socialista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio