La guerra saudita allo Yemen ha reso il regno debole e vulnerabile

Salman Rafi Sheikh, NEO 24.09.2019

I sauditi hanno esaurito le opzioni nella guerra allo Yemen, iniziata nel 2015. L’ultimo attacco alle infrastrutture petrolifere saudite ha dimostrato come questo conflitto possa dilagare entro i confini sauditi, minacciando il regno e le sue basi monarchiche. Nonostante l’abitudine di accusare l’Iran, la dichiarazione huthi sull’attacco non solo confermava chi aveva pianificato ed eseguito l’attacco, ma rivelava anche come quest’azione avesse sostegno in Arabia Saudita, spaventando la Casa dei Saud più dei danni arrecato alla sua infrastruttura petrolifera. L’attacco dimostra che la monarchia è vulnerabile sia all’interno che all’estero. In una situazione in cui il regno può essere facilmente colpito dove fa più male, è chiaro che i rivali politici nel regno possano con qualsiasi misura indebolire ed infine rovesciare la famiglia reale saudita. La guerra saudita nello Yemen è quindi già diventata una duplice minaccia, un peso al collo saudita di cui Muhamad bin Salman trova impossibile sbarazzarsi. Nonostante i tentativi di Riyad di accusare l’Iran, non si può dire che gli huthi dello Yemen abbiano sviluppato le proprie capacità militari negli ultimi due anni. In effetti, la ragione del ritiro degli Emirati Arabi Uniti dallo Yemen è la crescente potenza militare degli huthi oltre alla loro capacità di colpire direttamente Dubai. Se la coalizione saudita stesse per vincere la guerra, gli Emirati Arabi Uniti non avrebbero mai scelto di procedere nella cosiddetta strategia “prima la pace” seguita da una ritirata tattica. Il fatto è che questa ritirata avvenivo dopo l’acquisizione dalle forze huthi di missili balistici e droni, costringendo un partner cruciale della coalizione saudita ad invertire radicalmente strategia, lasciando l’Arabia Saudita sola in una guerra che non possono proprio vincere. È altrettanto curioso che la dichiarazione del movimento huthi fosse contro l’Arabia Saudita e solo l’Arabia Saudita: “Questa operazione è una delle più grandi compiute dalle nostre forze nell’Arabia Saudita ed avveniva dopo accurate operazioni d’intelligence e monitoraggio e cooperazione con uomini onorevoli e liberi nel regno. Promettiamo al regime saudita che le nostre future operazioni si espanderanno ulteriormente e saranno più dolorose che mai fintanto continueranno loro aggressione e assedio. Affermiamo che la nostra lista di obiettivi si espande di giorno in giorno e che non esiste soluzione per il regime saudita se non fermare l’aggressione e l’assedio al nostro Paese”. La dichiarazione menziona solo “l’aggressione saudita” e si rivolge al “regime saudita”, chiarendo chi siano i principali colpevoli che commettono atrocità contro lo Yemen. La portata dei loro attacchi si espanderà proprio con le loro capacità e volontà militari, e il successo con cui colpivano gli impianti petroliferi di Abuqayq dimostra che possono abbattere la Casa dei Saud.
A livello regionale ed internazionale, l’Arabia Saudita ha ricevuto poco o alcun sostegno a seguito dell’attacco, poiché le sue affermazioni sull’Iran venivano ignorate. Con la sola eccezione del segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo, alcun Stato regionale, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Bahrayn, Giordania, Turchia, ecc. o qualsiasi potenza straniera sosteneva le accusa all’Iran. Perfino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump affermava di aver bisogno di una “verifica” se l’Iran fosse coinvolto nell’attacco o ne fosse dietro. Sebbene Trump abbia affermato di essere “pronto e carico”, gli Stati Uniti sono tutt’altro che desiderosi di tuffarsi in una nuova guerra in Medio Oriente. Nonostante le affermazioni, l’approccio degli Stati Uniti è cauto e difficilmente si materializzerà nel supporto totale a una possibile guerra saudita contro l’Iran, nel momento in cui il regno ha gravemente fallito nella sua guerra contro gli huthi. Washington potrebbe davvero correre a salvare i saudita, secondo il presidente degli Stati Uniti, se i sauditi possono permetterselo finanziariamente e saranno disposti a pagare il conto, il che significa che Stati Uniti ed Arabia Saudita come “alleati strategici” non ha valore per l’equazione. “I sauditi”, dichiarava Trump in una conferenza stampa a fianco del principe ereditario del Bahrayn, “avranno un grande coinvolgimento se noi [gli Stati Uniti] decidessimo di fare qualcosa. Saranno molto coinvolti e questo include i pagamenti. E lo sanno bene”. Esibendo ulteriori dubbi su quanto sia forte e stretta l’alleanza strategica USA-Arabia Saudita, Trump dichiarava: “I sauditi vogliono molto che li proteggiamo, ma io dico, beh, dobbiamo lavorare. È stato un attacco all’Arabia Saudita e non a noi. Ma li aiuteremmo sicuramente… lavoreremo su qualcosa con loro. Ma lo sanno anche, sapete, non cerco un nuovo conflitto…”
Dov’è il regno, allora? Durante la sua guerra allo Yemen, è isolato, debole e vulnerabile a nuovi attacchi sia entro che oltre i propri confini. Mentre i funzionari sauditi notavano che il regno può affrontare la crisi da solo, non si può dire che dovranno farlo da soli. L’attacco ad Abuqyiq dimostrava che l’intera produzione di oltre 18 milioni di barili di petrolio al giorno in Quwayt, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, può essere facilmente eliminata, possibilità che gli Stati regionali non possono sopportare. L’Arabia Saudita non può né combattere la guerra nello Yemen, né vincerla da sola.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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