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Un colpo mirato alla credibilità degli Stati Uniti

Alastair Crooke, SCF 23 settembre 2019

L’attacco di precisione al “gioiello nella corona” saudita, le raffinerie, della scorsa settimana, era anche un attacco mirato alla credibilità saudita e dell'”ombrello” di sicurezza degli Stati Uniti, oltre che umiliazione per Trump, in particolare per immagine degli USA come potenza militare e d’intelligence. Gli Stati del Golfo staranno zitti mentre considerano le proprie vulnerabilità e mettono in discussione la dipendenza dall’ombrello statunitense e il Pentagono potrebbe mettere in dubbio “a che serve allora, il CentCom” alla luce di ciò che è successo? E soprattutto, Israele sperimenterà un vento molto freddo che gli darà i brividi: gli israeliani non possono che essere intimoriti dal preciso attacco e sua efficacia tecnica. Abbastanza impressionante, soprattutto dato che l’anno scorso i sauditi spesero 65 miliardi di dollari in armi, senza risultati. Di fronte a questa umiliazione, l’amministrazione nordamericana “faceva fumo”: spacciando storie su origine e lancio di UAV e missili da crociera. “Non può essere AnsarAllah (gli huthi), perché un’operazione del genere era sofisticata oltre le sue capacità”. A parte l’ovvio orientalismo di tale affermazione (perché, se Hezbollah può fabbricare droni intelligenti e missili da crociera, gli Houthi non dovrebbero poterlo fare?) Contano davvero i contributi individuali all’attacco su Abuqayq? Ciò che dice di più è che gli Stati Uniti, con le loro enormi risorse nel Golfo, non possono fornire le prove da dove arrivassero questi UAV su Abuqayq. In realtà, l’ambiguità riguardo sul modus operandi dell’attacco rappresenta solo un altro livello di sua raffinatezza. Gli Stati Uniti “soffiano fumo” sui siti di lancio principalmente per distrarre dal fatto molto ovvio (e imbarazzante) che la pioggia di missili su Abuqayq, è dovuta alla guerra saudita contro lo Yemen (sostenuta senza riserve da Trump). Gli huthi rivendicarono l’attacco dicendo che mostreranno le loro armi (certamente nel caso il missile da crociera Quds-1 non è una mera copia del missile iraniano Sumar), promettendo di ripetere gli attacchi nel prossimo futuro. Ciò che l’attacco ha fatto era mandare in frantumi la “posa” degli Stati Uniti a sorta di “custode” del Golfo e garante della linfa vitale do greggio che nutre le vene di una fragile economia mondiale. Questo per dire che fu un attacco mirato al paradigma prevalente, segnando un colpo diretto, svelando la vacuità di tali pretese. Scrive Anthony Cordesman, “gli attacchi all’Arabia Saudita forniscono un chiaro avvertimento strategico che l’era della supremazia aerea statunitense nel Golfo, e il quasi monopolio statunitense sulla capacità di attacco di precisione, svanisce rapidamente”.
Gli iraniani erano coinvolti direttamente o indirettamente? Beh… non importa. Per comprendere correttamente le implicazioni, va capito il messaggio comune, proveniente da un fronte comune (Iran, Siria, Hezbollah, Hashd a-Shabi e Huthi). Si trattava di spazzare via l’ampia crisi delle sanzioni: uno scoppio strategico (missilistico) del “pallone” troppo gonfiato dall’efficacia delle tattiche statunitensi di “massima pressione”. La “sanzione/dazione del mondo” di Trump va messa a dura prova per farla esplodere. Russia e Cina concorderebbero certamente e (silenziosamente) applaudiranno. Esistono chiari rischi in questo approccio. Il messaggio sarà ascoltato correttamente da Washington? Perché, come sottolinea Gareth Porter in un contesto diverso, la capacità di Washington di comprendere o “leggere bene” la mente “nemica” sembra persa, data l’incapacità di Washington di scoprire qualsiasi empatia verso “l’alterità “(iraniana, cinese o russa). Quindi le prospettive, probabilmente, non sono molte. Washington non “capirà”, ma potrebbe insistere con conseguenze potenzialmente disastrose. Porter scrive: “L’attacco su Abuqayq è anche dimostrazione drammatica della capacità dell’Iran di sorprendere strategicamente gli Stati Uniti, [sconvolgendone] così i piani politico-militari. L’Iran ha trascorso gli ultimi due decenni a prepararsi all’eventuale confronto cogli Stati Uniti, e il risultato è una nuova generazione di droni e missili da crociera che danno all’Iran la capacità di contrastare in modo molto più efficace qualsiasi sforzo degli Stati Uniti distruggendone le risorse militari e colpendone le basi nel Medio Oriente. “Apparentemente gli Stati Uniti furono colti di sorpresa quando l’Iran abbatté il drone di sorveglianza ad alta quota… il sistema di difesa aerea dell’Iran è stato continuamente aggiornato, dal sistema russo S-300 che aveva ricevuto nel 2016. Anche l’Iran svelava nel 2019 il sistema di difesa aerea Bavar-373, che considera più vicino al sistema russo S-400 ambito da India e Turchia, che al sistema S-300. “Poi c’è lo sviluppo dell’Iran di una flotta di droni militari, spingendo un analista a definire l’Iran una “superpotenza di droni”. Secondo quanto riferito, i successi coi droni includono il “drone invisibile” Shahed-171 con missili e lo Shahed-129, retroingegnerizzato dagli statunitensi Sentinel RQ-170 e Predator MQ-1″.
Comprendere il messaggio di Porter è la chiave per comprendere la natura del “Grande mutamento” in atto nella regione. Aerei robot e droni semplicemente cambiano il calcolo di una guerra. Le vecchie verità non valgono più: non esiste una mera soluzione militare USA per l’Iran. Un attacco USA all’Iran porterà solo a una ferma risposta iraniana e all’escalation. L’invasione nordamericana, come nell’Iraq del 2003, non rientra più nelle capacità statunitensi. C’è solo la risposta politica. Ma per ora Stati Uniti e MbS lo negano: quest’ultimo sembra credere che continuare la vendita parziale di Aramco possa risolvergli i problemi (anche se i mercati si sono appena risvegliati sul rischio geopolitico per tali asset, ad esempio l’Aramco), e Trump sembra ancora credere che la massima pressione possa portare ancora a qualcosa. Per noi, “il politico” è abbastanza ovvio per l’Arabia Saudita: accettare la sconfitta in Yemen e, con esso, il suo corollario, dialogare con Iran e Russia è condizione sine qua non per raggiungere un accordo. Sicuramente sarà costoso per MbS, politicamente e finanziariamente. Ma qual è l’alternativa? Aspettare ulteriori Abuqayq? Ad essere onesti, ci sono rapporti secondo cui gli al-Saud sanno che per loro la situazione è questione di vita o di morte. Vedremo. E per Trump, la lezione è sicuramente chiara. L’attacco su Abqaiq avrebbe potuto essere facilmente peggiore (con una peggiore interruzione delle forniture di petrolio). I mercati petroliferi e i mercati in generale si risvegliavano sui rischi geopolitici delle tattiche di massima pressione di Trump. E ne sono innervositi, mentre il commercio mondiale vacilla.
Titoli come “Gli stupefacenti attacchi del fine settimana eliminano il 50% della produzione petrolifera dell’Arabia Saudita… Può l’economia sopravvivere a un prezzo del petrolio più alto…?” Può essere troppo allarmante, ma sottolineano che l’interruzione dell’offerta potrebbe facilmente rovesciare i fragili Stati Uniti e portare l’economia globale in recessione, dovendo subire prezzi più alti. Nessuno ne è più consapevole del presidente Trump perché le sue possibilità di rielezione nel 2020 potrebbero dipendere dal fatto che gli Stati Uniti possano schivare la recessione. In generale, i presidenti degli Stati Uniti che cercano un secondo mandato vengono sempre rieletti, a meno che non ci sia stata la recessione alla fine del primo mandato. È successo a Jimmy Carter e George HW Bush, che persero la rielezione a causa della recessione sotto di loro.
Arabia Saudita e Trump già si ritirano da un possibile confronto (diversivo) coll’Iran (invece di affrontare la questione dello Yemen, radice delle difficoltà saudite). La domanda è: per quanto tempo potrà continuare a negare i difetti della politica sull’Iran della massima pressione? Fino alle elezioni? Probabilmente sì. Trump ha certi ego elettorali che deve accarezzare, e parallelamente evitare la mina potenzialmente fatale della recessione, se vuole un secondo mandato. E questo significa assecondare l’ossessione evangelica e dell’AIPAC sull’Iran come “male cosmico” della nostra era, una “goccia nel vento” positiva potrebbe essere la fine del regno di Netanyahu (sebbene Gantz non sia una “colomba”).

Traduzione di Alessandro Lattanzio