ARAMCO bombardata da droni

Dean Henderson 16/09/2019

Nel fine settimana, i ribelli yemeniti huthi lanciavano attacchi coi droni su due impianti petroliferi ARAMCO in Arabia Saudita, uno dei quali ospita la più grande raffineria di petrolio del mondo. Il danno fu esteso dimezzando la produzione di petrolio saudita e togliendo 5,7 milioni di barili, ovvero il 5% dell’offerta mondiale di greggio, dai mercati. I future sul greggio del Brent salivano di 12 dollari al barile poco dopo l’apertura del mercato. Il rialzo del 20% fu la più grande di sempre. Il segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo colse l’occasione per accusare prima l’Iraq, poi l’Iran degli attacchi, sebbene il portavoce militare huthi Yahya Saria avesse immediatamente trasmesso un comunicato stampa rivendicando la responsabilità degli attacchi. ARAMCO rappresenta il cuore del monopolio mondiale del petrolio della Corona dei Rothschild/Rockefeller. Nel 2017 il principe saudita Muhamad bin Salman annunciò che avrebbe reso pubblica la società, ma l’IPO (offerta pubblica iniziale) deve ancora aversi. La realtà è che i sauditi sono già partner junior nella sala degli specchi dell’ARAMCO.

(Estratto dal capitolo 3: La case dei Saud e JP Morgan: Big Oil e i suoi banchieri nel Golfo Persico: quattro cavalieri, otto famiglie e le loro intelligence, narcotici e rete del terrore globali)

ARAMCO
Con 261 miliardi di barili di petrolio greggio che giacciono sotto il suo suolo, l’Arabia Saudita rimane il perno della presa internazionale del petrolio dei quattro cavalieri del petrolio (ExxonMobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell). Come affermato da Joseph Story, analista del Medio Oriente ed ex-dirigente dell’ARAMCO, “Solo un fattore è coinvolto nel prezzo del petrolio, e cioè l’Arabia Saudita”. Nel 1933 la Standard Oil Company of California (Socal) negoziò la prima concessione petrolifera in Arabia Saudita coil ministro delle finanze saudita Abdullah Sulayman. I sauditi dovevano ottenere un prestito di 30000 sterline inglesi e 5000 sterline per l’affitto del primo anno, tutti pagabili in oro. Ma il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt (FDR) aveva appena vietato le esportazioni di oro in risposta alla Grande Depressione e la richiesta di esenzione della Socal fu respinta dal segretario di Stato di FDR, Dean Acheson. Socal aggirò l’embargo procurandosi l’oro dalla filiale londinese del Morgan Guaranty Trust. Quando i sauditi chiesero ai funzionari Socal cosa dovevano fare della nuova ricchezza, Socal raccomandò di depositarla presso la Morgan Guaranty Trust. I sauditi obbedirono. Nel 1938 Socal, che in seguito cambiò nome in Chevron, trovò il petrolio in Arabia Saudita e Qatar e fondò l’Arabian American Oil Company (ARAMCO). Chevron prese rapidamente Standard Oil del New Jersey (in seguito Exxon), Standard Oil di New York (in seguito Mobil) e Texaco come partner. Questa metà nordamericana dei Quattro Cavalieri avrebbe trasformato l’ARAMCO nella più grande compagnia petrolifera del mondo, quasi tre volte la Royal Dutch/Shell.
Mentre British Petroleum (BP) e Royal Dutch/Shell, i due cavalieri europei, possedevano la maggior parte della Iraqi Petroleum Company e dominavano il consorzio iraniano, i cavalieri statunitensi ora avevano i loro artigli nel premio più grande di sempre, ARAMCO. Altri accordi furono raggiunti nella regione. Chevron e Texaco formarono un ramo commerciale noto come Caltex, mentre possedevano congiuntamente la Bahrain Petroleum Company. BP si unì alla Gulf Oil controllata dalla famiglia Mellon per sviluppare giacimenti petroliferi in Quwayt. Nel 1949 BP e Royal Dutch/Shell controllavano il 52% delle riserve petrolifere del Medio Oriente, mentre cinque giganti petroliferi statunitensi: Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, controllavano il 42%. [105]
ARAMCO vantò il più grande giacimento petrolifero del mondo a Ghawar e il più grande giacimento offshore del mondo a Safaniya. E rivendicava vasti giacimenti petroliferi a Bari e Abuqayq. Tutto sommato, ARAMCO ora controlla oltre un quarto delle riserve mondiali di greggio. Sulla scia dell’embargo petrolifero arabo del 1973, ARAMCO intraprese il più costoso progetto industriale della storia dell’umanità, un enorme complesso petrolchimico e di raffinazione a Jubayl. La compagnia gestisce anche il porto in acque profonde più grande del mondo a Ras Tanura, sulla costa del Golfo Persico dell’Arabia Saudita. [106]
Il governo saudita afferma di aver nazionalizzato il proprio settore petrolifero nazionale. Il lucido mondo dell’ARAMCO, che tende a presentarsi nelle biblioteche pubbliche e negli uffici dei dentisti degli Stati Uniti, è il ramo propagandistico dell’azienda. Si vanta che il governo saudita abbia acquisito una partecipazione del 25% dell’ARAMCO nel 1973, aumentato la sua quota al 60% nel 1974 e nel 1980 possedesse il 100% di ARAMCO, ora noto come Saudi ARAMCO. La vera storia è un po’ più complessa. Fino almeno al 1988, i quattro colossi petroliferi statunitensi gestivano l’ARAMCO, anche se il governo saudita lo possedeva. Il 10K di Exxon del 1990 presentato alla SEC degli Stati Uniti elenca Exxon Overseas Corporation come consociata interamente controllata, quindi afferma che Exxon Overseas possiede una partecipazione del 28,33% dell’Arabian American Oil Company. Fin quando non ebbe l’infarto, re Fahd presiedeva il Consiglio supremo della Saudi ARAMCO, ma i membri del consiglio di amministrazione comprendevano gli ex-presidenti di Exxon e Chevron e un eminente banchiere statunitense. [107] Non importa chi sia effettivamente proprietario di ARAMCO, i Quattro Cavalieri s’impongono ancora coi contratti di gestione, accordi di servizio e attività di joint venture. Queste nicchie a valle sono le aree in cui si trovano i margini di profitto reali e i Quattro Cavalieri si sono generalmente mossi in questa direzione sin dai primi anni ’80 nelle loro operazioni nel mondo.
Le joint venture saudite di ARAMCO comprendono l’enorme raffineria a Yanbu nota come Mobil Yanbu Refining Company e la raffineria altrettanto massiccia a Jidah, posseduta al 50% da Royal Dutch/Shell. Mobil detiene una partecipazione di maggioranza a Luberef, raffineria saudita e nella Petrolube, che esporta in oltre 40 Paesi. Mobil e Royal Dutch/Shell sono proprietari al 50% di due cracker all’etilene, a Yanbu e a Jubail Industrial City. Shell possiede il 50% di Saudi Petrochemical Company e Saudi Arabian Markets & Shell Lubricants, il 49% di al-Jomaih & Shell Lubricating Oil e Modern Automotive Services Company e il 25% di Peninsular Aviation Services Marketing. Motiva è una joint venture Shell/Saudita negli Stati Uniti, con raffinerie a Norco e Convent, Louisiana. [108]
Exxon possiede e gestisce sia la compagnia petrolchimica al-Jubail, di gran lunga la più grande struttura della Jubail Industrial City, sia Exxon Chemical Arabia, Inc. la cui filiale belga Essochem ha una joint venture con la ricca famiglia saudita al-Qusaybi nota come Oil Field Chemical Company. Texaco ha due joint venture con Saudi ARAMCO negli Stati Uniti: Texas Refining & Marketing e Star Enterprises. [109] Sappco-Texaco Insulation Products è una joint venture tra Texaco e Saudi Olayan Group, controllata da Sulayman Ulayan. Dal 1990, Texaco ha il 92% del suo greggio diretto negli Stati Uniti dall’Arabia Saudita. Secondo Oilgram News di Platt, l’Arabia Saudita fornisce anche greggio a Big Oil, dandogli 5 dollari al barile del prezzo spot pubblicato su qualsiasi tipo di greggio che i Cavalieri acquistano. Il funzionario dell’ARAMCO James McPherson si dimise disgustato perché la compagnia evitava la concorrenza diretta coi cavalieri nordamericani. McPherson quindi rivelò una frode fiscale dell’ARAMCO da 17 milioni alle autorità saudite. Abdullah Tariqi, ministro saudita del petrolio e minerali, rese pubbliche le accuse e annunciò nuove tasse di transito da addebitare ai cavalieri per compensare la fregatura. A pochi giorni dall’annuncio Tariqi fu cacciato dall’incarico da re Fahd. [110] L’avvocato dell’ARAMCO era John McCloy, che presiedeva Chase Manhattan e Banca mondiale. McCloy, che aiutò David Rockefeller a cacciare lo Shah da Teheran, fu uno dei sei “saggi” che consigliò il presidente Johnson e membro influente della Commissione Warren che “investigò” sull’assassinio di Kennedy.
Dal 1990 ARAMCO produceva oltre 8 milioni di barili di petrolio greggio al giorno, garantendo il ruolo saudita di “produttore swing”. Durante la Guerra del Golfo del 1991, ARAMCO subì un’altra espansione e ora produce 10 milioni di barili al giorno, cosa senza precedenti. Con lo scià deposto, la metà saudita dei pilastri gemelli assunse un peso di molto maggiore.

[105] Arabian Oil: America’s Stake in the Middle East. Raymond F. Mikesell and Hollis B. Chenery. University of North Carolina Press. Chapel Hill. 1949. p.57
[106] “Arabian Might”. Economist. 12-24-88. p.79
[107] “Saudi Arabia: Saudi Arabian Oil Company Profile”. Oil & Gas Journal. 8-16-93. p.38
[108] “OPEC Members get Rebuilding Pitch”. Pam Radtke Russell, Jaquetta White and Greg Thomas. The Times-Picayune. New Orleans. 9-12-06. p.C8
[109] “Arabian Might”. Economist. 12-24-88. p.79
[110] Making Democracy Safe for Oil: Oilmen and the Middle East. Christopher Rand. Little, Brown & Company. New York. 1975. p.109

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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