D’annunzio a Fiume, la repubblica del carnevale

Alessandro Lattanzio

Possedere una città è come possedere una donna appassionata
Gabriele D’annunzio

Il fagiano è bellissimo, non un’oncia di cervello. Fiume fece ubriacare d’Annunzio
Vladimir Majakovskij

D’Annunzio è il viaggiatore che cerca di frodare il biglietto ferroviario, l’industriale che nasconde i profitti, il commerciante che compila bilanci falsi, per frodare il fisco
Antonio Gramsci

Il 30 ottobre 1918, a Fiume (Rijeka), i ribelli italiani presero il potere proclamando una repubblica coll’intenzione di aderire all’Italia. La città fu occupata da truppe francesi ed italiane. D’Annunzio cercò di persuadere Pietro Badoglio a sbarcare truppe in Dalmazia per imporre il fatto compiuto. Badoglio ordinò a D’annunzio di non ficcare il naso dove non doveva. Il 7 aprile 1919, una delegazione di Fiume propose al poeta di divenire il loro capo di Stato. Il Poeta esitò, fino al 10 giugno quando si rivolse a Vittorio Emanuele chiedendo un incontro. Il re ricevette il poeta, che gli propose i suoi piani; ma Vittorio Emanuele rispose: “La Costituzione definisce i diritti minimi del popolo e il massimo dei miei diritti”. D’Annunzio per tutta risposta stampò il manifesto “Non voglio obbedire!”, “Il dado è tratto. Quando leggi questa lettera, la città fedele sarà già occupata da me”, e radunò i suoi seguaci armati senza che polizia ed esercito intervenissero per fermarlo. Nel frattempo, scontri scoppiarono a Fiume tra le unità italiane che sostenevano gli irredentisti italiani, e i francesi che si schierarono cogli jugoslavi. I rappresentanti di Fiume arrivarono a Venezia, per portarsi con sé D’annunzio. Il poeta si finse malato, ma alla fine, l’11 settembre, iniziò la “marcia su Fiume” con quindici camion carichi di seguaci. Alle 11:45 del 12 settembre 1919, i legionari entrarono in città accolti da campane e sirene delle navi da guerra italiane attraccate. Iniziò la vicenda della Reggenza di Fiume.
Gente iniziò ad affluire a Fiume: arditi, soldati e marinai disertori. Le forze governative presero posizione in città, ma rimasero inerti. Il 14 settembre, l’ammiraglio Casanuova ordinò alle navi da guerra di lasciare il porto di Fiume, ma i capitani si rifiutarono di obbedire e passarono dalla parte di D’annunzio, che trionfante scrisse una lettera a Mussolini: “Sono ugualmente scioccato da te e dal popolo italiano… tu piagnucoli mentre combattiamo… Dove sono i tuoi fascisti, i tuoi volontari, i tuoi futuristi? Svegliati! Svegliati e vergognati… Fatti un buco nella pancia e drena il grasso. Altrimenti, lo farò quando il mio potere sarà assoluto”. Nel frattempo, la popolazione di Fiume andava nutrita. E D’annunzio decise che le navi da guerra a Fiume dovevano incrociare l’Adriatico per sequestrare tutte le navi mercantili che incontravano, tra cui la nave Persia che trasportava armi per i zaristi in Russia, e che l’equipaggio dirottò a Fiume. Non è quindi vero che D’annunzio inviò armi ai Soviet, come certe fonti raccontano. Così la guerra corsara divenne l’“economia” della “repubblica della bellezza”. I personaggi più incredibili si presentarono presso lo Stato-pirata: poeti, contrabbandieri, ladri, truffatori, cantanti, pazzoidi e feccia della società. Tutti attratti dalla libertà assoluta e dall’illegalità; “per le strade di Fiume ogni notte fino al mattino, un carnevale surreale ruggiva. Tuttavia, non c’era abbastanza pane: la cocaina veniva generosamente distribuita al posto del Pane per mantenere il morale e la capacità lavorativa”. Infatti, furono organizzati punti di distribuzione della cocaina. D’Annunzio proprio in quel periodo divenne un tossicodipendente. E si vide. Scrivendo la costituzione, assieme a De Ambris, impose l’educazione musicale obbligatoria per i bambini, senza la quale la cittadinanza non gli era concessa, e creò il culto delle muse con la costruzione di relativi templi. Approvò il gesto del “saluto romano”, in seguito adottato da fascisti e nazisti. Ideò anche l’uniforme dei soldati di Fiume: maglioni neri con teschi ricamati. Soddisfatto, D’annunzio s’interessò al nudismo, camminando in costume adamitico sulla spiaggia di notte, e fece crescere il turismo a Fiume autorizzando i divorzi. Ovviamente, tale buffonata non poteva continuare all’infinito. I lavoratori iniziarono a scioperare. I negozi chiudevano, l’economia e le infrastrutture erano in disfacimento.
D’Annunzio decise anche d’intraprendere una campagna militare assieme ai separatisti croati per combattere a Zagabria “l’odiato giogo serbo”, e nominò il poeta anarchico belga Leon Kokhnitsky ministro degli Esteri di Fiume. Kokhnitsky propose di creare la Lega delle terre oppresse, volta a sostenere la Russia sovietica, ma il Consiglio dei Commissari del Popolo sovietico rispose con un telegramma tiepido: i commissari del Cremlino sapevano che la Repubblica di Fiume era una ribellione controrivoluzionaria. Solo altri gruppi risposero: i separatisti catalani, dei capi contadini del Messico e il viceré egiziano. Nel frattempo, fame e confusione travolsero la città: nonostante la pirateria, la penuria di beni era grave, soprattutto dopo che le truppe governative posero un blocco attivo alla città. Ma D’annunzio persistette. Essenzialmente perché nessuno lo toccò. Dopotutto era una figura conveniente: per il governo italiano come spauracchio da usare cogli alleati, per gli alleati come contrappeso alle richieste jugoslave e scusa per rimanere in Dalmazia, e per Mussolini per distrarre il governo dalle proprie mene. Le fantasie di D’annunzio e i suoi esperimenti mistici allontanarono sempre più i maggiorenti della città che l’avevano arruolato allo scopo di far parte del regno italiano. La bandiera ideata da D’annunzio per la città recava la costellazione dell’Orsa Maggiore su sfondo viola, circondata dal serpente Ouroboros, che si morde la coda, così spaventando i maggiorenti. Gli avventurieri vicini al poeta l’odiavano e i filistei rabbrividirono alla vista della fila di donne che visitava la camera da letto del poeta. Gli irredentisti decisero di eliminare D’annunzio, che ignaro di tutto ciò continuò la sua carnevalata. Il 12 novembre, però, la necessità della cospirazione scomparve: l’Italia firmò gli accordi di Rapallo, secondo cui la Dalmazia, compresa Fiume, andava al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Il destino di Fiume era segnato, il 26 dicembre le navi italiane spararono sul palazzo del governo. D’annunzio fu leggermente ferito e due dozzine di volontari morirono; poi i “legionari” iniziarono a lasciare la città e le truppe governative italiane scacciarono il poeta il 2 gennaio 1921. Dopo un paio di settimane, sulla stessa “Fiat” su cui era entrato a Fiume, ma stavolta accompagnato solo dall’autista e dal segretario, D’annunzio lasciò la città.

Gramsci su D’annunzio, cosa ne pensava davvero.
“In Italia, il pullulare sempiterno dei “D’Annunzio” (è “D’Annunzio” il viaggiatore che cerca frodare il biglietto ferroviario, l’industriale che nasconde i profitti, il commerciante che compila bilanci falsi, per frodare il fisco), l’assenza nei borghesi di ogni spirito di civismo e di lealismo verso le istituzioni hanno sempre impedito l’esistenza di uno Stato parlamentare bene ordinato (come in Inghilterra, per esempio); queste abitudini borghesi erano passate nel movimento operaio; esse si sono manifestate clamorosamente in questi ultimi mesi, e hanno dimostrato di poter disgregare l’Internazionale, dopo essere riuscite a paralizzare per quasi un anno le energie immanenti nella classe operaia nazionale. Con la loro posizione netta e precisa, con la loro intransigenza irremovibile, i comunisti vogliono difendere dalla corruzione italiana, dallo scetticismo italiano, dal malcostume della vita politica italiana l’organismo ancora gracile dello Stato operaio mondiale, perché i comunisti credono, difendendo l’Internazionale comunista, di difendere efficacemente anche l’avvenire della rivoluzione proletaria italiana, l’avvenire del popolo lavoratore italiano; perché essi sono intimamente persuasi di avere in tal modo iniziato il concreto lavoro di orientamento e di educazione politica che oggi è la condizione primordiale per la fondazione dello Stato operaio italiano”.

Fonti:
Centro Gramsci
Life
Top War
Maxim online
Liveinternet

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Un commento su “D’annunzio a Fiume, la repubblica del carnevale

  1. unoqualunque il said:

    Lessi tantissimi anni fa, la biografia di D’annunzio scritta da Piero Chiara.
    La vita dissolutissima, mantenuta con la cassa pubblica – che fece scomparire – con elegantissime donne di altissima prostituzione aristocrarica confermò ciò che era sul piano personale: un corrotto e un corruttore.
    Altro è, e tanto di cappello, il Grande Artista:
    Altro è il rispetto che si deve per il suo patriottismo in effetti coraggioso durante il servizio mlitare nella GM.
    Infine, altro ancora è la intelligente e doverosa contestualizzazione storica degli avvenimenti… oggi ci sembrano pazzi o stupidi, o come ridicoli appaiono gli uomini con le ghette e la tuba, ma nel clima del Tempo …Fiume fu possibile!
    e se accadde era quel Tempo che lo consentì, fatto di 3 elementi:
    1. – consapevolezza rivoluzionaria entusiasta di cavalcare il passaggio epocale, da mondo aristocratico retto da Imperi millenari secondo il principio conservatore del legittimismo dinastico, al mondo democratico dell’ingresso delle masse , del popolo, nella vita sociale e politica secondo il principio innovatore e rivoluzionario dell’autodeterminazione dei Popoli nazionali;
    2. – la novità dell’esperienza bellica di massa popolare tremenda di 4 anni in trincea che aveva condotto al senso di esaltazione e rivendicazione;
    3. – la delusione e il tancore per le conseguenze umilianti del pessimo e inetto comportamento del governo italiano di Orlando a Versailles, ove la delegazione italiana fu schifata e isolata da tutti per il dilettantismo diplomatico che la portò a chiedere:
    a. – Trento e Trieste in virtù del riconosciuto da tutti principio di nazionalità;
    b. – il Sud Tirolo austriaco, ossia rinominato Alto Adige, però in base al principio di bottino di guerra che era negatorio proprio del principio di nazionalità.

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