Patto tedesco-sovietico, frutto amaro degli accordi di Monaco

Bruno Guigue RT 2 settembre 2019

Mentre la storia fu riscritta dalle democrazie liberali durante la guerra fredda, il ricercatore in filosofia politica e analista delle relazioni internazionali Bruno Guigue ritorna sulle origini del patto del 23 agosto 1939.
Grazie alla guerra fredda, la narrativa consensuale della “grande alleanza antifascista” (1941-1945) crolla come un castello di carte. Gli alleati del giorno non lo sono più e una nuova narrativa soppianta la vecchia in entrambi i campi. Per il mondo occidentale, ora schierato dietro lo stendardo stellato, la coalizione di democrazie contro l’idra di Hitler cedeva il passo alla coalizione di democrazie contro l’idra comunista. Annullando il colossale sforzo compiuto dall’URSS per sconfiggere il Terzo Reich, il discorso dominante in occidente intende infliggere a Stalin una vera reductio ad hitlerum. La lotta titanica tra la Wehrmacht e l’Armata Rossa, in breve, avrebbe causato un’illusione ottica: mentre l’albero nasconde la foresta, il confronto militare avrebbe mascherato la connivenza tra le due tirannie del secolo. Hannah Arendt fu determinante in tale interpretazione della storia. Per la filosofa tedesca, il totalitarismo è un fenomeno a doppia faccia: nazismo e stalinismo. I partiti totalitari hanno un’ideologia rigida e una struttura settaria. Il potere del leader è assoluto e la comunità unita da una fede non qualificata nelle sue virtù sovrumane. La soppressione dello spazio pubblico e il regno della polizia arbitraria firmano infine lo scioglimento della società nello Stato e dello Stato nel partito. Ma per Hannah Arendt, il sistema totalitario è soprattutto lo strumento con cui l’ideologia totalitaria afferma di realizzare le leggi della natura (nazismo) o di mantenere le promesse della storia (stalinismo). Col totalitarismo moderno, l’ideologia è la logica di un’idea: è abbastanza forte da dare un significato agli eventi, fornire una spiegazione infallibile. Trasformando le classi in masse, lo Stato totalitario esercita un controllo illimitato sulla società. Assorbire tutte le attività umane per dargli un significato inequivocabile richiesto dall’ideologia, il totalitarismo, per Arendt, è un sistema che trascende le incarnazioni particolari. Tale definizione, tuttavia, ha lo svantaggio di ignorare le differenze concrete tra nazismo e stalinismo. Per non parlare dell’ideologia stessa (la mistica della razza ariana contro il socialismo in un Paese), il ricorso alla violenza non ha le stesse giustificazioni a Mosca e Berlino. Il sistema totalitario descritto da Hannah Arendt ricorda il letto di Procuste, in cui si vuole mettere in una realtà che la supera. L’impotenza del modello nel comprendere il reale è palese quando Hannah Arendt attribuisce al sistema totalitario una politica estera aggressiva, apertamente dedita alla conquista del mondo. “In quanto conquistatore straniero, il dittatore totalitario considera la ricchezza naturale e industriale di ogni Paese, incluso il suo, fonte di saccheggio e mezzo per preparare il prossimo stadio dell’espansione aggressiva.” (Hannah Arendt, The Totalitarian System Seuil, 1972: 147).
Conquista e saccheggio, tuttavia, non sono prerogativa dei “regimi totalitari”. Descrivendo come una proprietà intrinseca del sistema totalitario ciò che corrisponde alla pratica costante dei regimi democratici, Hannah Arendt si diede a un gioco di prestigio. Se conquista, espansione e saccheggio sono pratiche totalitarie, perché non deduce la natura totalitaria delle democrazie occidentali? Nonostante tale palese contraddizione, il mito dei “gemelli totalitari” creò un repertorio inesauribile per la riscrittura occidentale della storia. Permise di tracciare una linea sulla realtà di un conflitto mondiale in cui il 90% delle perdite tedesche furono causate sul fronte orientale e in cui le vittorie di Zhukov, conquistate duramente, furono proprio sulla macchina da guerra di Hitler. Non importa quanto il popolo sovietico si sacrificò, non importa il successo dell’Armata Rossa, dato che il loro leader, Stalin, era un carnefice assetato di sangue non certo migliore della controparte nazista. Tale interpretazione degli eventi della doxa occidentale è perfettamente illustrata da Hannah Arendt, ancora una volta, quando scrisse nel 1966 che “a differenza di alcune leggende del dopoguerra, Hitler non intendeva mai difendere l’occidente contro il bolscevismo, ma era sempre pronto ad allearsi coi rossi per la distruzione dell’occidente, anche al culmine della lotta contro l’Unione Sovietica”. (Hannah Arendt, Op. Cit , p.243). Si cercherebbero invano eventuali prove a sostegno di tale affermazione, ma non importa. La materialità dei fatti ha la bontà di lasciare il posto a tale teatro delle ombre ideologiche. Il nazismo e lo stalinismo che rappresentano “due varianti dello stesso modello” non potevano davvero impegnarsi in una lotta fino alla morte. Per dimostrare che il vero divario non si ha tra nazismo e stalinismo, ma tra totalitarismo (duplice) e democrazia liberale, cerchiamo di rimuovere dalla storia tutto ciò che possa smentire tale l’interpretazione. Quindi Hitler doveva essere l’alleato naturale di Stalin, ma alla vigilia dell’Operazione Barbarossa (giugno 1941), il ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels scrive nel suo diario: “Il bolscevismo è vissuto. Assumiamo quindi davanti la storia il nostro autentico dovere. Contro tale impresa, Churchill stesso o Roosevelt hanno poche obiezioni. Forse riusciremo a convincere l’episcopato tedesco di entrambe le confessioni a benedire questa guerra come guerra voluta da Dio”. E poi, se Hitler pensava di “allearsi coi Rossi”, come si può spiegare l’estrema brutalità della guerra condotta dai nazisti contro l’URSS, in contrasta con il loro atteggiamento, molto più rispettoso delle usanze belliche, sul fronte occidentale? È perché in Francia Hitler non volle installare il grande Reich millenario, come sarà invece nei vasti spazi disponibili in Oriente. La futura colonizzazione tedesca in quello che chiamava il “deserto russo” occupava la sua immaginazione. Tale utopia colonialista e schiavista derivava dall’assoluto disprezzo degli slavi, un razzismo così radicale da legittimare qualsiasi violenza, uccisione o carestia contro questi nuovi “pellerossa”, per usare l’espressione usata dallo stesso Hitler. Passato inosservato dalla storiografia tradizionale, tale riferimento agli amerindi nel discorso di Hitler è rivelatore. Sottolinea la vicinanza tra l’ideologia razzista delle democrazie liberali e quella della dittatura nazionalsocialista. “Non è un caso che il termine chiave del programma eugenetico e razziale del Terzo Reich, Untermensch, fosse solo la traduzione degli Stati Uniti di Under Man, il neologismo coniato da Lothrop Stoddard, autore celebre negli Stati Uniti e in Germania, omaggiato dai presidenti degli Stati Uniti (Harding e Hoover) e dal Führer del Terzo Reich, da cui veniva ricevuto personalmente con tutti gli onori”, afferma Domenico Losurdo (Stalin, Storia e critica di una leggenda nera, Aden, 2011, 442).
Se si basa la tesi del gemellaggio dei regimi totalitari sull’uso del terrore, come fa Hannah Arendt, cosa si può dedurre dall’uso del terrore sotto il regime coloniale imposto dagli europei alle popolazioni di colore? Dagli amerindi liquidati nel XVI secolo alle popolazioni africane, asiatiche e oceaniche asservite o sterminate dai bianchi in nome della civiltà, l’impresa nazista di liquidare le “razze inferiori” ebbe seri antecedenti. “È troppo conveniente mettere le infamie del nazismo sul conto esclusivo di Hitler reprimendo il fatto che riprese, radicalizzandoli, i due elementi centrali della sua teoria da un mondo preesistente: la celebrazione della razza bianca e occidentale, ora chiamata ad estendere il dominio anche nell’Europa orientale; la lettura della Rivoluzione bolscevica come cospirazione giudeo-bolscevica che, stimolando la rivolta dei popoli coloniali e minando la gerarchia naturale delle razze e, più in generale, infettando l’organismo della società come agente patogeno, era una spaventosa minaccia per la civiltà che va affrontata con ogni mezzo, compresa la soluzione finale” (Domenico Losurdo, Op. Cit ., 469). Ecco perché la guerra nazista contro l’URSS fu immediatamente una guerra totale, una guerra di sterminio (Vernichtungskrieg). Contro i nuovi pellerossa, le direttive del Führer alle sue truppe invasore ebbero immediatamente una sfumatura politica: i commissari politici, figuriamoci se ebrei, furono immediatamente giustiziati, secondo il famoso Kommissarbefehl (ordine sui commissari ) del 6 giugno 1941. Non fu solo l’Armata Rossa, ma l’intero regime sovietico a dover essere distrutto. Una determinazione alimentata dalla concezione nazista di “Stato giudaico-bolscevico” la cui distruzione necessitava lo sterminio dei quadri ebrei che gestivano lo Stato sovietico. L’ideologia razzista nazista definiva anche i popoli slavi dell’Unione Sovietica come razza inferiore untermenschen, subumana. Il 30 marzo 1941 Hitler annunciò ai suoi generali: “La guerra contro la Russia è il tipo di guerra che non può essere condotta in modo cavalleresco: è una lotta tra diverse ideologie e razze, e non può essere guidato che solo con livelli di violenza senza precedenti, senza pietà o tregua”. Ma la tesi dell’alleanza tra Hitler e Stalin contro le democrazie, naturalmente, trova il suo argomento principale nella firma del patto tedesco-sovietico del 23 agosto 1939. Perché questo evento inaspettato fu un fulmine a ciel sereno. Macchiò brutalmente l’immagine della “patria del socialismo” che aveva reso l'”antifascismo” il segno scatenante di tutte le forze progressiste chiamate a scongiurare la minaccia hitleriana. Se il patto diede libero sfogo all’espansionismo tedesco in occidente, perché spiegare che Stalin cambiò rotta così brutalmente, anche incorrendo nel rimprovero di aver tradito la causa dell’antifascismo e provocare scalpore nel proprio campo? Per la storiografia dominante ispirata da Hannah Arendt, il gemellaggio totalitario tra le due tirannie avrebbe favorito tale mostruosa alleanza. In breve, la vicinanza sistemica spiegherebbe la connivenza strategica. Ma questo non è affatto ciò che rivelano i fatti.
In effetti, durante i tre anni precedenti il patto del 23 agosto 1939, Stalin tentò ostinatamente di negoziare un’alleanza anti-Hitler con francesi ed inglesi. Per l’Unione Sovietica, una triplice alleanza con Francia e Gran Bretagna significava soprattutto coordinamento militare per guidare la lotta comune contro la Germania. Quindi il Cremlino insisté su una richiesta precisa: i franco-britannici dovevano garantire che Polonia e Romania consentissero il passaggio dell’Armata Rossa sul loro territorio, una volta che la guerra con la Germania fosse scoppiata. Ma Polonia e Romania, due dittature antisemite e anticomuniste di destra, temevano l’intervento sovietico e l’invasione tedesca e non erano disposte a concedere il diritto di passaggio all’Armata Rossa. Favorito dalla “politica di pacificazione” di Londra con Berlino, questo rifiuto ridusse la triplice alleanza a un fronte politico senza ala militare, condannandola al fallimento. A dire il vero, Stalin non aveva quasi più fiducia nelle intenzioni dei tedeschi che non dei franco-britannici. Sapeva del programma di espansione in Oriente sostenuto dall’autore di Mein Kampf e dell’ideologia intrisa di odio razziale che giustificava tali piani di conquista. Intrapreso dal regime stalinista a favore dell’industrializzazione accelerata, lo sforzo del riarmo dell’URSS negli anni ’30 testimonia anche questa lucidità di fronte ai crescenti pericoli. Ma i negoziati con Parigi e Londra si protrassero per mesi e l’approccio ritardato dell’occidente alla fine convinse il Signore del Cremlino che non poteva contare su di esse. Convinto che i tedeschi avrebbero attaccato la Polonia a qualunque costo, e scoprendo che gli occidentali avevano ipotecato le possibilità della triplice alleanza, Stalin finì per rispondere alle avances di Berlino. Al Soviet Supremo, Molotov giustificò il patto insistendo sul fatto che era conseguenza, non causa, del fallimento dei negoziati per la triplice alleanza. Dal punto di vista sovietico, il patto era solo un’alternativa, in mancanza di qualcosa di meglio, alla coalizione con Parigi e Londra. Da parte occidentale, la politica di “pacificazione” rese obsolete le proposte di alleanza antifascista formulate dall’URSS a favore di un atteggiamento conciliante nei confronti delle pretese del Reich. Con calcolata passività, tale rassegnazione dall’espansionismo revanchista tedesco mirava a dirigere l’aggressione nazista verso l’URSS, designata come nemica da sconfiggere dall’ideologia nazionalsocialista. Tale politica raggiunse l’apice durante gli accordi firmati a Monaco da Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia il 30 settembre 1938. La Cecoslovacchia fu consegnata mani e piedi legati ad Adolf Hitler, condividendo i resti di questo sfortunato Paese con Polonia e Ungheria. L’Unione Sovietica, da parte sua, cercò d’ìmpedire questo disastro. Affermò invano il coordinamento delle forze sovietiche, francesi e cecoslovacche, nonché il rinvio all’Assemblea Generale della Società delle Nazioni. Tra il 21 e il 23 settembre 1938, l’Armata Rossa mobilitò le forze in Ucraina e Bielorussia. In assenza di un confine comune tra URSS e Cecoslovacchia, Mosca cercò l’accordo di Varsavia e Bucarest per attraversare il loro territorio. La Romania sembrava pronta ad accettare, ma il rifiuto polacco siglò il destino della Cecoslovacchia. Indignata dagli accordi di Monaco, la diplomazia sovietica denunciò una “capitolazione che avrà conseguenze incalcolabili”.
Il Patto del 23 agosto 1939 è l’ultimo episodio del gioco del go che caratterizzò le relazioni internazionali negli ultimi anni del periodo prebellico. Sia con la triplice alleanza, abortita, sia col patto tedesco-sovietico, Stalin cercò di rimuovere lo spettro della guerra pur sapendo che era inevitabile. “In verità, lungi dal condurre una guerra che portasse a una rivoluzione, Stalin non temeva altro che un nuovo grande conflitto militare. La guerra offrì opportunità, ma espose anche a un grande pericolo. Sebbene la prima guerra mondiale portò alla rivoluzione russa del 1917, fu seguita da una guerra civile in cui i nemici dei comunisti erano sul punto di uccidere il bolscevismo sul nascere. Tra gli oppositori dei bolscevichi durante la guerra civile c’erano le grandi potenze capitaliste, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, che aiutarono le forze anticomuniste in Russia e imposero un blocco economico e politico per contenere il contagio del bolscevismo. Geoffrey Roberts (The Stalin Wars , Delga, 2011, 25). Se Stalin giocò la carta tedesca nell’agosto del 1939, è perché i tentativi d’intesa cogli occidentali fallirono per colpa loro. Dopo il tradimento della Cecoslovacchia da parte delle “democrazie” occidentali a Monaco nel settembre del 1938, sapeva quanto fosse forte la tentazione della linea “Piuttosto Hitler che Stalin” in Europa. Viste le offerte di alleanza della primavera 1939, inciampate sul rifiuto della Polonia, che si prese un pezzo di Cecoslovacchia nel 1938, prese atto dell’impossibilità di un accordo con Parigi e Londra, e rivolse temporaneamente sui franco-britannici la minaccia tedesca che intendevano volgere contro l’URSS. È quindi impossibile comprendere il fulmine a ciel sereno del 23 agosto 1939, senza collegarlo al carattere difensivo della politica estera sovietica. Se Stalin firmò il patto, fu per ritardare la guerra sul suolo sovietico. E questo principalmente perché gli accordi di Monaco non gli lasciarono scelta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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