America Latina: gli ultimi risultati elettorali smentiscono la teoria della “fine del ciclo progressista”

Carmen Esquivel*, Prensa Latina, 26 agosto 2019

In uno scenario caratterizzato dall’ascesa di governi di destra, la vittoria di “Frente de Todos” (“Il fronte di tutti”) nelle elezioni primarie in Argentina dava speranza alla sinistra mettendo in dubbio la teoria della “fine del ciclo progressivo in America Latina”. L’11 agosto il duo Alberto Fernández – Cristina Fernández ebbe una straordinaria vittoria elettorale col 47 percento dei voti, ben al di sopra del candidato neoliberista Mauricio Macrí, che otteneva a malapena il 32 percento. Sebbene i risultati di queste Primarie simultanee e legate (PASO) non siano decisivi, comunque erano una sorta di plebiscito portando l’opposizione peronista in testa alle elezioni presidenziali del 27 ottobre. L’avanzata del “Frente de Todos” era particolarmente notevole nella provincia di Buenos Aires, nella stragrande maggioranza dei centri urbani, nelle aree rurali e nel sud e nel nord del Paese. Si prevede persino che il 27 ottobre il nuovo presidente sia eletto senza passare al secondo turno. Gli analisti spiegano questi risultati coll’insoddisfazione della popolazione per le politiche del governo di Macrí le cui misure aumentavano inflazione, disoccupazione e povertà, programmi sociali smantellati, favorita la privatizzazione, indebitato il Paese e messo l’economia sotto la supervisione del Fondo monetario internazionale. La vittoria del “Frente de Todos” ha implicazioni estremamente importanti non solo per l’Argentina ma anche per tutta l’America Latina dove, negli ultimi anni, i movimenti progressisti subivano attacchi della destra, portando al declino della sinistra in Paesi come Honduras, Brasile, Paraguay ed Ecuador. L’ex-presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ritiene che queste elezioni portino speranza e annuncino nuovi giorni. Da parte sua, DilmaRousseff, altra ex-presidentessa del Brasile, considera i risultati in Argentina come la luce in fondo al tunnel della regione. Dilma fu oggetto di un colpo di Stato parlamentare nonostante fosse stata eletta democraticamente con oltre 54 milioni di voti. Lula fu incarcerato e accusato di crimini per i quali non fu mai stata data alcuna prova, mentre tutti i sondaggi lo favorivano nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 2018. Altri leader di sinistra, tra cui l’ex-presidente ecuadoriano Rafael Corea e il vicepresidente Jorge Glass, recentemente affrontavano le conseguenze della persecuzione politica. Alla notizia delle primarie in Argentina, Correa affermava che la sconfitta del neoliberismo rappresenta un passo avanti che permetterà alla regione di conoscere giorni migliori. Rafael Correa, che è anche presidente del movimento “Revolución Ciudadana” (“Rivoluzione del cittadino”), fece eco alle parole di José Mújica, ex-presidente dell’Uruguay, quando qualche anno prima un giornalista gli chiese: “Non è preoccupato per la svolta di destra in America Latina?”, rispondendo: “Questa è solo una situazione temporanea, la gente non dimenticherà ciò che la sinistra gli ha dato e finirà per ricordare ciò che la destra gli ha preso”. In effetti, già lo scorso anno, il trionfo in Messico di Andrés Manuel LópezObrador (AMLO), candidato della coalizione “Juntos Haremos Historia” (“Insieme faremo la storia”), eletto con più di 30 milioni di voti il 1° luglio, già si compivano progressi significativi. López Obrador, col 52,17 per cento dei voti, ottenne un voto più alto rispetto a qualsiasi altro candidato finora, molto più del rivale più vicino Ricardo Anay, della coalizione “México al Frente” (“Fronte del Messico”) e del suo 22 percento dei voti. Per il rinomato scienziato politico argentino Atilio Borón, il trionfo di López Obrador conferma che la tesi tanto decantata della “fine del ciclo progressivo” è solo un’illusione della destra i cui risultati sono tutt’altro che in miglioramento.

La tesi della fine del ciclo progressivo
L’idea che il ciclo progressivo fosse terminato divenne coerente negli ultimi anni quando, sfruttando un certo riflusso nei progressi compiuti dai processi di cambiamento, la destra iniziava a elaborare un discorso il cui scopo era delegittimare le conquiste della sinistra a favore della maggioranza sociale e popolare. Questa è l’opinione del giornalista e analista politico Katu Arkonada che ritiene, tuttavia, che la cosiddetta “fine del ciclo” non ci sia mai stata perché la storia è un processo dialettico, un costante avanti e indietro tra flusso e riflusso. Ciò fu espresso anche dal professore sociologo e politico argentino Daniel Filmus quando, durante uno scambio con studiosi della Facoltà di Scienze Sociali (Flasco) all’Avana, dichiarò che i processi di trasformazione non sono mai lineari ma sono soggetti a progressi e battute d’arresto. Nel caso delle primarie in Argentina, si assiste a un ritorno delle forze nazionali e popolari e se il prossimo ottobre vedrà la vittoria delle forze progressiste in questo Paese, così come in Bolivia e Uruguay, avremo, come in Messico, un importante processo di trasformazione per l’intera regione. Un altro intellettuale che dedicava gran parte del tempo a studiare la situazione sudamericana è l’analista politico e vicepresidente boliviano Álvaro García Linera.Per García Linera, è corretto pensare che dopo 10 anni di vittorie delle forze rivoluzionarie e progressiste in Venezuela, Brasile, Argentina, Bolivia, Paraguay, Ecuador, Nicaragua ed El Salvador, si avesse un momento di ritiro nel continente sudamericano. Nonostante ciò, nell’articolo “Fine del ciclo progressivo o avanzata delle onde del processo rivoluzionario?”, Linera consigliava di non avere paura e di non arrendersi al pessimismo pensando al futuro. E ricordava che quando Marx analizzava i processi rivoluzionari del 1848, parlava sempre della rivoluzione come processo di avanzamento delle onde, e mai di processo sempre in ascesa o continuo. Pertanto, nella prima ondata di progresso sociale, come quella che vista negli ultimi dieci anni, seguì un riflusso temporaneo. Ma prima o poi arriverà la seconda ondata che andrà oltre la prima e sarà seguita da una terza che andrà ancora più lontano, scrive Linera, secondo cui, la destra non ha alcun piano futuro, tranne il ripristino del neo-liberalismo decadente e fallimentare. La prova è che le conquiste nei diritti sociali e sovranità ottenuti in dieci anni dai governi progressisti e rivoluzionari sono maggiori di quelli raggiunti negli ultimi 100 anni. E, conclude il vicepresidente della Bolivia: “La destra conservatrice è contro questi progressi rappresentando il passato, il ritiro, al contrario, la storia è a favore della Rivoluzione”.

*Caporedattore di Prensa Latina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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