La cooperazione militare tra Russia e Venezuela scoraggia i guerrafondai

Mision Verdad 22 agosto 2019

Il 15 agosto, i Ministri della Difesa di Russia e Venezuela annunciavano un accordo intergovernativo per consentire lo scambio di navi da guerra nei porti di entrambi i Paesi. Le informazioni rilasciate durante la visita ufficiale del Generale Vladimir Padrino López a Mosca, nell’ambito delle International Military Games Army 2019. Il documento, firmato in una riunione dei ministri russi col capo della difesa venezuelana, prevede la visita di navi militari nei porti di Russia e Venezuela. Nello stesso incontro, Padrino López e l’omologo Sergej Shojgu discussero questioni relative alla cooperazione militare e tecnologica che i due Paesi sostengono dal 2005. Il Ministro Shoigu colse l’occasione per denunciare l’escalation degli Stati Uniti contro il Venezuela: “Siamo attenti agli eventi in Venezuela, notiamo una pressione senza precedenti da Washington che cerca di destabilizzare la situazione nel suo Paese”, aveva detto a RT. La natura delle relazioni russo-venezuelane è caratterizzata dal trasferimento di equipaggiamenti militari eurasiatici di ogni tipo: fucili, carri armati, veicoli, aerei da combattimento, elicotteri da trasporto, navi da guerra e sistemi missilistici antiaerei. Anche dopo le minacce d’intervento militare USA, aumentavano le manovre militari congiunte tra Federazione Russa e Stato venezuelano. Data l’intenzione definitiva di procedere “a bassa intensità” contro il Venezuela, la cooperazione russa era un deterrente che ostacola gli obiettivi voluti dai falchi.

Il globale: le tensioni militari crescono con la sepoltura del trattato INF
Su spettro più ampio, l’approfondimento delle alleanze tra nazioni finanziariamente e politicamente aggredite da Washington si verifica quando il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) cessa di esistere con decisione unilaterale degli Stati Uniti. L’accordo conteneva una pericolosa corsa agli armamenti tra potenze militari rivali. Il 2 agosto, la partenza di Russia e Stati Uniti dal trattato INF fu resa ufficiale. L’accordo nato durante la guerra fredda ed incentrato sulle superpotenze che eliminavano missili balistici e da crociera terrestri con un raggio di 500-5500 chilometri. In precedenza, Donald Trump denunciò una violazione da parte della Russia. Il principale interrogativo nordamericano era rivolto al missile russo 9M729, che presumibilmente violava il trattato superando i limiti concordati, dichiarazione smentita da Mosca ribadendo che il nuovo missile ha una gittata massima di 480 chilometri. Il presidente e magnate Trump aveva già reagito nell’ottobre 2018 avvisando che gli Stati Uniti uscivano dal Trattato INF quando la Russia annunciò il missile nucleare ipersonico Avangard, data l’impossibilità di compensare il ritardo degli Stati Uniti nello sviluppo di missili ipersonici. L’amministrazione Trump vuole ricostruire l’arsenale dei missili nucleari a raggio intermedio perché gli Stati Uniti non producono più motori per tali missili. Perciò fu supportato da attori chiave del complesso industriale militare da un anno e mezzo, come Raytheon, Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, nonché il gruppo britannico BAE Systems e il gruppo francese Thales. Ecco perché il Pentagono condusse il primo test di un missile da crociera sull’isola di San Nicolas, vicino le coste della California. L’azione fu definita dal portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov dimostrazione che gli Stati Uniti cercano fin dall’inizio la sospensione dell’INF. D’altra parte, il presidente Vladimir Putin, incontrando il presidente francese Emmanuel Macron, notava che la risposta della Russia a questi eventi sarà ugualmente unilaterale. Laddove gli Stati Uniti producono missili a corto e medio raggio, “lo faremo anche noi”, aveva detto il presidente russo, chiarendo che non lo faranno in alcuna regione del mondo dove non esistono tali sistemi di attacco nordamericani.

Il vertice cinese in una rete di tensioni
Nell’ottobre 2018, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava che Trump aveva espresso la necessità che il trattato INF includesse la Cina che, come altri Paesi asiatici, non aveva mai fatto parte dell’accordo o subiva limitazioni nello sviluppo di armi a corto e medio raggio negli ultimi tre decenni. Analogamente, per contrastare le difese costiere cinesi, il Pentagono dovrebbe ricorrere ai missili a raggio intermedio. La Cina, Paese il cui potere vuole contrastare gli Stati Uniti dispiegando nuovi missili, si oppose alla decisione di Washington di lasciare l’INF all’inizio del mese per garantirsi che: “Se gli Stati Uniti riqualificano e dispiegano missili a medio raggio, danneggerebbero gravemente stabilità ed equilibrio strategico nel mondo … influenzerà il controllo degli armamenti e il disarmo multilaterale, oltre a mettere a rischio pace e sicurezza regionali”, aveva detto la portavoce del Ministero degli Esteri cinese Hua Chunying. Il gigante asiatico esortava Washington a moderarsi e non interferire nella sicurezza di altri Paesi, oltre ad adempiere ai propri obblighi e “proteggere pace e sicurezza ai livelli regionale e globale”. Nel mezzo della guerra commerciale dichiarata dalla corporatocrazia nordamericana e dopo aver sostenuto il Venezuela, la Repubblica popolare cinese è il principale avversario degli Stati Uniti per i prossimi 50 o 100 anni, aveva detto a giugno il generale Mark A. Milley del Joint American General Staff. Altri attori geopolitici come la Francia chiesero a Stati Uniti e Russia di prendere provvedimenti per evitare la corsa agli armamenti nucleari.

Il fronte venezuelano
D’altra parte, il comando meridionale ratifica il supporto operativo all’azione pretesa dai falchi per eseguire il blocco navale delle coste venezuelane. Il suo capo, ammiraglio Craig Faller, dichiarò il 19 agosto che la Marina degli Stati Uniti era pronta a “fare tutto il necessario” in Venezuela. Fece tale dichiarazione a Rio de Janeiro, durante le esercitazioni militari UNITAS 2019. Tali manovre militari multinazionali vengono effettuate in Brasile dispiegando 14 navi, un sottomarino, 8 elicotteri e 5 velivoli ad ala fissa, con la scusa di misurare la capacità di rispondere in situazioni di “aiuto umanitario”. Vi erano, tra le altre nazioni, Colombia, Argentina, Perù, Cile, Ecuador, Panama e Paraguay, attori nella regione allineati all’agenda golpista dell’amministrazione Trump contro il governo venezuelano. La verità è che tali esercitazioni sono sempre più ricorrenti nell’emisfero, guidati dal comando meridionale, cercando di dimostrare prontezza operativa coll’obiettivo di rafforzare “l’opzione militare”, una narrazione che la Casa Bianca gestisce apertamente dal 2017, rifiutando l’azione diretta optando per l’attacco economico-finanziario, l’offensiva alle infrastrutture venezuelane, l’assedio diplomatico, ecc. Persino gli operatori vicini all’Ufficio Ovale della Casa Bianca non hanno una visione unificata su come indirizzare le azioni di guerra in Venezuela. Questo è ciò che si osserva col piano del blocco navale presentato da Donald Trump, che il dipartimento della Difesa considera improbabile perché “ritiene che sia poco pratico e perché assorbirebbe risorse da una Marina già al limite della capacità nel contrastare Cina e Iran”, secondo una fonte del portale Axios. In tal senso, Craig Faller si vantava che la forza navale degli Stati Uniti “è la più potente del mondo”, cercando di dissipare le esitazioni sorte tra i funzionari della Casa Bianca su un progresso militare di tale portata.

Due ordini del giorno opposti
Il clima da Nuova Guerra Fredda che attualmente circonda le relazioni politiche di Russia e Stati Uniti, ha nel Venezuela uno degli scenari più complicati, come Cuba all’epoca della “crisi missilistica”, essendo l’elemento determinante la via o meno dell’America Latina verso il mondo multipolare. La Russia, che intercede nel quadro geopolitico per far ritrattare le azioni militari al Comando meridionale e suoi alleati, sostiene la risoluzione del conflitto col dialogo, obiettivo perseguito anche dall’Unione Europea avvicinandone gli interessi. D’altra parte, gli Stati Uniti, facendo esplodere i negoziato che non implichi il controllo politico assoluto del Venezuela, combinano le nuove azioni finanziarie con una pericolosa escalation navale. Interrogati non solo dagli oppositori ma anche dagli aderenti, entrambe le opzioni hanno l’alta probabilità di fallire.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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