Il senso profondo di una guerra persa

Alastair Crooke, SCF 19 agosto 2019

È abbastanza chiaro L’Arabia Saudita ha perso e, osserva Bruce Riedel, “huthi ed Iran sono i vincitori strategici”. I delegati sauditi ad Aden, sede del proto-“governo” yemenita di Riyad, sono stati scacciati dau secessionisti secolari, ex-marxisti, del sud. Cosa può fare l’Arabia Saudita? Non può andare avanti. Ancora più difficile sarebbe ritirarsi. I sauditi dovranno fare i conti con una guerra degli huthi condotta nel sud del regno; e una seconda, e abbastanza diversa, guerra nel sud dello Yemen. MbS è bloccato. La leadership militare degli huthi è in ascesa e disinteressata, per ora, a un accordo politico. Vuole avere più “carte”. Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno armato e addestrato i secessionisti del sud, hanno mollato. MbS è solo, “a tirare la lattina”. Sarà allo sbando. Quindi, qual è il senso di ciò? Che MbS non può “dare” ciò di cui Trump e Kushner avevano bisogno, e che gli hanno chiesto: non può più cedere il “mondo” del Golfo ai loro grandi piani, per non parlare di raccogliere il “mondo” sunnita arruolando contro l’Iran, o spingere i palestinesi ad un’abietta subordinazione, proponendosi come “soluzione”. Cosa è successo? Sembra che MbZ debba aver comprato dalla “linea” del Mossad che l’Iran sia lo “scemo”. Sotto la pressione delle sanzioni globali, l’Iran si sbriciolerebbe rapidamente e invocherebbe negoziati con Trump. E che il risultante trattato di punizione avrebbe visto lo smantellamento di tutti i fastidiosi alleati dell’Iran nella regione. Il Golfo sarebbe stato quindi libero di continuare a modellare un Medio Oriente libero da democrazia, riformatori e (i detestati) islamisti. Cosa ha fatto arretrare gli Emirati Arabi Uniti, elogiati dagli Stati Uniti come la dura “piccola Sparta”? Non solo gli emiri vedevano che la guerra nello Yemen era impossibile da vincere; ma più significativamente, capivano che l’Iran non sarebbe stato lo “scemo”. Ma piuttosto, il tentativo degli Stati Uniti di strangolare l’economia iraniana rischiava d’intensificarsi oltre le sanzioni in un confronto militare. E in quella eventualità, gli Emirati Arabi Uniti sarebbero stati devastati. L’Iran avvertì esplicitamente che uno o due droni che cadevano nelle “case di vetro” dei loro distretti finanziari, o su impianti di petrolio e gas, li avrebbe fatti arretrare di vent’anni. E ci hanno creduto. Ma c’era un altro fattore nel mix. “Mentre il mondo vacilla sull’orlo di un’altra crisi finanziaria”, osservava Esfandyar Batmanghelidj, “pochi posti sono presi dall’ansia come Dubai. Ogni settimana un nuovo titolo preannuncia l’imminente crisi nella città dei grattacieli. I prezzi delle ville di Dubai sono al minimo negli ultimi dieci anni, in calo del 24 percento in un solo anno. La crisi del turismo ha visto gli hotel di Dubai il tasso di occupazione più basso dalla crisi finanziaria del 2008, anche se il Paese si prepara ad ospitare Expo 2020 il prossimo anno. Come riportato da Zainab Fattah di Bloomberg nel novembre dello scorso anno, Dubai iniziava a “perdere splendore”, il ruolo di centro commerciale globale “indebolito dalla guerra tariffaria globale, e in particolare dagli Stati Uniti che spingono a chiudere il commercio col vicino Iran”.
Un drone huthi cadendo nella zona finanziaria di Dubai sarebbe il “chiodo finale nella bara” (gli stranieri sarebbero fuori in un lampo), una prospettiva molto più grave della crisi del 2009, quando il mercato immobiliare di Dubai crollò, minacciando d’insolvenza diverse banche e importanti società di sviluppo, alcune delle quali legate allo Stato, richiedendo un salvataggio da 20 miliardi di dollari. In breve, il Golfo ha capito che il piano di MbS per lo scontro con l’Iran era troppo rischioso, specialmente coll’umore finanziario globale che si oscurava così rapidamente. I capi degli Emirati si confrontavano con MbZ, l’ideologo dello scontro, e gli Emirati Arabi Uniti uscivano formalmente dallo Yemen (anche se lasciando in situ i loro agenti), e avviavano il riavvicinamento con l’Iran, per uscire anche da quella guerra. Ora non è più concepibile che MbS possa offrire ciò che Trump e Netanyahu desideravano. Questo significa quindi che il confronto degli Stati Uniti con l’Iran e l’ affare del secolo di Jared Kushner sono finiti? No. Trump ha due principali collegi elettorali statunitensi: AIPAC e i “sionisti” evangelici cristiani da “accarezzare” elettoralmente in vista delle elezioni del 2020. Altri “doni” a Netanyahu nella campagna elettorale di quest’ultimo sono molto probabili nell’ambito del massaggio ai collegi elettorali nazionali (e ai donatori). Nel confronto USA con l’Iran, sembra che Trump stia abbassando il volume bellicoso verso l’Iran, sperando che le sanzioni economiche abbiano la “magia” di piegare la Repubblica islamica. Non vi è alcun segno di ciò tuttavia, e alcun segno di un realistico piano “B” degli USA. (L’iniziativa Lindsay Graham non lo è). Dove lascia questo MbS per gli interessi statunitensi e israeliani? Beh, adr essere brutale, e nonostante le amicizie familiari… “sacrificabili”, forse? Il profumo di un eventuale disimpegno nordamericano dalla regione aleggia di nuovo. Il senso più profondo nella “guerra persa nello Yemen”, in definitiva, è la fine delle speranze del Golfo che il “mago” Trump annullasse il panico del Golfo che l’occidente avrebbe normalizzato i rapporti coll’Iran (attraverso il JCPOA), lasciando l’Iran principale potenza regionale. L’avvento di Trump, con tutta la sua affinità per l’Arabia Saudita, sembrò agli Stati del Golfo promettere nuovamente l’opportunità di “bloccare” l’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti sulle monarchie del Golfo, proteggendole da cambiamenti significativi, oltre a lasciare l’Iran “incatenato” e incapace di assumersi il primato regionale. Un significato secondario per lo Yemen è che il pesante investimento di Trump e Netanyahu su MbS e MbZ si dimostrava chimerico. Si scopriva che questi due erano “nudi” da sempre. E ora il mondo lo sa. Non possono fare nulla. Sono stati battuti da un esercito di duri straccioni della tribù huthi. La regione ora osserva che la “guerra” non ci sarà (anche solo per l’ampiezza dei capelli): Trump, di sua spontanea volontà, non bombarderà l’Iran. E gli Stati del Golfo ora vedono che se lo facesse, saranno essi a pagarla cara. Paradossalmente, sono gli Emirati Arabi Uniti, il principale agitatore di Washington contro l’Iran, a guidare l’intesa coll’Iran. Un lezione salutare di realpolitik per alcuni Stati del Golfo (e Israele). E ora che è stato appresa, sarà difficile vederla sovvertire abbastanza facilmente.
Il passaggio strategico verso una diversa architettura della sicurezza è già in corso, con Russia e Cina che propongono una conferenza internazionale sulla sicurezza nel Golfo Persico: Russia e Iran hanno già deciso esercitazioni navali congiunte nell’Oceano Indiano e a Hormuz e la Cina pensa d’inviare le sue navi da guerra per proteggere le sue petroliere e traffico commerciale. Chiaramente, ci sarà della competizione, ma l’Iran ha il sopravvento a Hormuz. È un potente deterrente (anche se più minacciato che non utilizzato). Naturalmente, nulla è garantito in questi tempi che cambiano. Il presidente degli Stati Uniti è volubile e incline al testa-coda. E ci sono ancora potenti interessi negli Stati Uniti che vogliono vedere l’Iran bombardato. Ma altri nel DC, più significativamente, la destra (nazionalista), sono molto più espliciti nel sfidare i “falchi”. Forse questi ultimi hanno perso il loro momento? Il fatto è che Trump si ritirava (ma non per le ragioni dichiarate) dall’azione militare. Gli USA entrano nella stagione elettorale, e si guardano l’ombelico. La politica estera è già questione dimenticata, non problematica, nell’atmosfera faziosa degli USA di oggi. Trump probabilmente continuerà a “gettare ad Israele alcune ossa”, ma cambierà qualcosa? Probabilmente non molto. È un triste conforto, ma potrebbe essere molto peggio per i palestinesi. E la Grande Israele? Una speranza lontana, prometeica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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