Gli USA distrussero 66 città giapponesi prima di pianificare la distruzione di altrettante città sovietiche

Shane Quinn, Global Research, 5 agosto 2019

Ricordando:
Hiroshima, 6 agosto 1945
Nagasaki, 9 agosto 1945

L’entità della devastazione inflitta al Giappone dalle forze armate nordamericane durante la seconda guerra mondiale non è ampiamente nota, neanche oggi. In rappresaglia per l’attacco a Pearl Harbor, che uccise quasi 2500 nordamericani, gli aerei statunitensi iniziarono a scaricare bombe sul Giappone nel pomeriggio del 18 aprile 1942, attaccando la capitale Tokyo e altre cinque città importanti, Yokohama, Osaka, Nagoya, Kobe e Yokosuka. Partecipi a tale prima incursione sul territorio giapponese, nota come “Doolittle Raid”, ci furono 16 modesti bombardieri statunitensi B-25 che uccisero circa 50 giapponesi, infliggendo lievi danni nel complesso. Tuttavia, gli attacchi aerei rappresentarono un imbarazzo per i leader di Tokyo, e subirono un duro colpo psicologico per la mentalità giapponese. Mettendo sale nelle ferite, alcuno dei B-25 nordamericani fu abbattuto. Era un segno del futuro. Col passare dei mesi e anni, la distruzione si moltiplicò. Il 15 giugno 1945, 66 città giapponesi erano state annientate dell’aviazione dall’esercito nordamericano, a seguito di attacchi con bombe incendiarie principalmente scatenati dai nuovi bombardieri quadrimotori B-29. Le aree metropolitane giapponesi distrutte fu la cifra esatta che il Pentagono compilò durante la messa a punto dei piani, a metà settembre 1945, per distruggere l’Unione Sovietica. In effetti, 66 città sovietiche furono destinate ad essere spazzate via con 204 bombe atomiche, meno di due settimane dopo che i rappresentanti giapponesi firmarono la resa il 2 settembre 1945, chiudendo la Seconda Guerra Mondiale. Sulle proposte di attacco atomico contro l’Impero giapponese, il generale George Marshall, capo di Stato Maggiore dell’esercito statunitense, rivelò nel 1954 che, “Nei piani originali per l’invasione del Giappone, volevamo nove bombe atomiche per tre attacchi”. Poco prima di Hiroshima, tuttavia, il Pentagono aveva meno di mezza dozzina di bombe A.
Il primo attacco nucleare al mondo fu scatenato alle 8:15 ora locale a Hiroshima, il 6 agosto 1945, quando una bomba da 15 kiloton esplose quando fu sganciata da un B-29. Dopo essere caduta per 44 secondi, l’arma atomica “Little Boy” esplose direttamente sopra l’ospedale Shima nel centro di Hiroshima, trasformando istantaneamente in cenere tutti i medici, infermieri e pazienti. Nel paesaggio circostante, dozzine di ospedali, scuole ed edifici storici furono rasi al suolo. A decine di migliaia furono uccisi immediatamente quando le temperature del terreno salirono momentaneamente a 3000-4000 gradi Celsius. Delle persone situate a due chilometri dal punto di detonazione della bomba, 112000 sarebbero morte entro un anno (10 agosto 1946). Altre migliaia furono uccise per avvelenamento da radiazioni e gravi ustioni, tra i presenti a centinaia di metri oltre il raggio di due chilometri. La maggior parte dei morti e dei moribondi erano civili, uomini troppo anziani o malati per servire nelle forze armate, insieme a numerosi donne e bambini. I depositi di armi vitali e i complessi produttivi di Hiroshima, sparsi lungo la periferia della città, rimasero completamente integri. Questi impianti rappresentavano il 74% della produzione industriale locale. Illeso fu anche il porto cruciale di Hiroshima e il punto di imbarco militare sul Delta dell’Ota. Quasi il 95% degli operai di Hiroshima rimase illeso dall’esplosione. Dopo aver sentito dell’esplosione atomica poche ore dopo, il presidente Harry Truman l’annunciò come “la più grande cosa della storia” e “un successo travolgente”.
Tre giorni dopo, il 9 agosto, Nagasaki fu attaccata alle 11.02 ora locale con una bomba più sofisticata da 21 kiloton, sganciata nel cuore scolastico, culturale e religioso della città. Come per Hiroshima, l’attacco a Nagasaki lasciò incolume gran parte delle industrie belliche della città. Questa bomba, ‘grassone’, ha ucciso altre decine di migliaia, tra cui centinaia di scolari, oltre a distruggere ospedali, cattedrali, templi e scuole della città. Le strutture mediche di Hiroshima e Nagasaki furono decimate, aumentando in modo significativo il bilancio delle vittime. Fecero eco al supporto di Washington agli attacchi atomici i media occidentali, quasi senza eccezioni. Dei 595 editoriali sui giornali scritti sulle esplosioni nucleari dall’inizio di agosto fino alla fine di dicembre 1945, meno del 2% si oppose agli attacchi che uccisero oltre 200000 persone. La stampa anche sostenuto con fermezza la tempesta di fuoco sulle città tedesche e giapponesi, in realtà avevano “richiesto più bombardamenti su obiettivi civili”, criticando persino gli attacchi aerei su zone militari e industriali. Ad esempio, la rivista Time di New York elogiò l’annichilimento di Tokyo, che provocò circa 100000 morti, poiché “in un sogno divenuto realtà… ben accese, le città giapponesi bruceranno come foglie d’autunno”. Altrove, sebbene i militaristi duri del Giappone proposero di combattere fino all’ultimo uomo, i loro capi politici furono costretti ad annunciare la resa il 15 agosto 1945, quando furono minacciati di ulteriori attacchi atomici. Il generale Leslie Groves, direttore del programma della bomba atomica nordamericana, il 10 agosto 1945 informò il generale Marshall che un’altra arma al plutonio del tipo Nagasaki sarebbe stata “sul bersaglio” disponibile al l’uso “dal 24 agosto 1945”.
La dichiarazione di guerra dell’URSS al Giappone la sera dell’8 agosto 1945 influenzò la capitolazione di Tokyo; coll’Armata Rossa che nei giorni seguenti spezzò gli eserciti d’élite del Giappone in Manciuria come un coltello caldo che attraversava il burro. Un altro fattore fu la garanzia nordamericana, trasmessa l’11 agosto 1945, che l’imperatore Hirohito, entità simile a Dio in Giappone, poteva restare dopo la resa, sebbene senza alcun potere reale. Subito dopo il primo attacco atomico, il segretario capo del gabinetto giapponese, Hisatsune Sakomizu, stimò che il suo Paese avrebbe resistito per altri due mesi al massimo: fino all’ottobre 1945. Il Giappone era da tempo sconfitto in aria, come anche in mare, mentre le importazioni di petrolio greggio, gomma e minerale di ferro cessarono. Le forze giapponesi furono cacciate dalla Birmania e i territori del Pacifico. Inoltre, secondo ufficiali di alto rango come gli ammiragli Chester Nimitz (comandante della flotta del Pacifico) e William Leahy (capo dello staff di Truman), il blocco paralizzante del Giappone via mare, abbinato ad attacchi aerei convenzionali, ne avrebbe indotto la resa in poche settimane, rendendo superflua qualsiasi invasione terrestre o bombardamento atomico dagli Stati Uniti. Le bombe A furono in realtà lanciate come avvertimento all’Unione Sovietica, il nuovo nemico degli USA, come evidenziato dal generale Groves nel marzo 1944. Coi bombardamenti non nucleari, la distruzione di decine di aree metropolitane giapponesi fu supervisionata dal maggiore generale Curtis LeMay, che adottò tattiche sempre più efferate. Va ricordato, tuttavia, che l’apparato dell’esercito giapponese era particolarmente sadico e brutale, commettendo atrocità già prima della seconda guerra mondiale. Eppure furono i civili giapponesi a sopportare il peso della potenza militare nordamericana. Il 30 maggio 1945, LeMay si vantava apertamente a una conferenza stampa che gli attacchi aerei statunitensi avevano ucciso un milione o più di giapponesi.
Nell’estate del 1945, oltre nove milioni di cittadini giapponesi furono lasciati senza tetto, la maggior parte fuggendo nelle aree boschive. Poco prima delle esplosioni atomiche, 969 ospedali giapponesi erano stati distrutti dagli aerei nordamericani. Quasi quattro anni prima, l’apparente “attacco non provocato e sgarbato” del Giappone alla base navale nordamericana a Pearl Harbor, nelle Hawaii, come lo descrisse il Presidente Franklin D. Roosevelt, fu dovuto a ciò che erano in realtà paure ben radicate. Nei cinque mesi precedenti al raid giapponese del 7 dicembre 1941, Washington aveva spostato i bombardieri pesanti B-17 in numero crescente verso le basi statunitensi nel Pacifico, come Pearl Harbor, e anche Clark Air Base e Del Monte Airfield, nelle Filippine. Dalla metà del 1941, metà dei grandi bombardieri nordamericani furono spostati dall’atlantico verso l’estremo oriente, cosa di cui gli strateghi giapponesi furono fin troppo consapevoli. Il ragionamento alla base di tali mosse militari fu delineato alla fine del 1940, dal famoso pianificatore prebellico e generale dell’aeronautica militare statunitense Claire Chennault, che indicò come i B-17 “bruceranno il cuore industriale dell’Impero con bombardamenti incendiari sui brulicanti formicai di bambù di Honshu e Kyushu”. Il Presidente Roosevelt fu “semplicemente deliziato” quando venne a conoscenza di questo piano.
Nonostante l’attacco del Giappone a Pearl Harbor, gli USA sarebbe presto entrati in guerra, a prescindere e in opposizione a Tokyo, poiché entrambi gli Stati nel 1941 erano già importanti rivali dalle ambizioni incompatibili nelle grandi regioni asiatiche e del Pacifico. Il 15 novembre 1941, tre settimane prima di Pearl Harbor, il generale Marshall disse ai giornalisti in un “briefing non ufficiale” che gli aerei nordamericani avrebbero “incendiato le città di carta del Giappone. Non ci sarà alcuna esitazione a bombardare i civili”. Un anno prima, il 19 dicembre 1940, Roosevelt aveva approvato 25 milioni di dollari di aiuti militari alla Cina, tradizionale nemesi giapponese, incluso il dono di aerei. Venticinque milioni di dollari nel 1940 equivalevano a mezzo miliardo di dollari di oggi. L’11 marzo 1941, il presidente nordamericano firmò il Lend-Lease Act, un programma che forniva ulteriore materiale ai cinesi, e anche ad altre nazioni come Gran Bretagna, Unione Sovietica e Francia, tutte ben lungi dall’essere benevoli verso il Giappone imperiale. Per molti mesi, Roosevelt impose sanzioni e un embargo al Giappone, in risposta all’occupazione di settembre del 1940 nell’Indocina francese, che danneggiò gli interessi degli Stati Uniti nell’area. Il 26 luglio 1941 Roosevelt congelò l’intero patrimonio giapponese negli USA, una politica drastica che equivaleva a una dichiarazione di guerra economica al Giappone, oltre quattro mesi prima di Pearl Harbor. L’azione di Roosevelt spogliò il Giappone del sbalorditivo 90% delle importazioni di petrolio, oltre a sradicare il 75% del commercio estero. Nel giro di pochi giorni, i giapponesi furono costretti a prelevare le scarse riserve di petrolio, che al momento sarebbero state utilizzate fino al gennaio 1943, a meno che i loro eserciti non avessero intrapreso ulteriori invasioni.
Egualmente per i nemici, pochi potevano sopportate la ferocia del soldato giapponese, che si guadagnò notorietà per le crudeltà. I pianificatori di guerra di Tokyo rivolsero lo sguardo affamato si conquiste ancora più allettanti, puntando agli Stati ricchi di risorse di Birmania, Filippine, Malesia, Singapore e Indie orientali olandesi (Indonesia), tutti conquistati nella prima metà del 1942. Con l’avanzare della guerra e il lento ribaltamento del quadro, l’attacco terroristico delle aree civili da parte degli alleati occidentali, non solo classificabili come crimini di guerra, rappresentò anche un triste fallimento del tentativo di portare il conflitto a rapida conclusione. Tali strategie moralmente prive di responsabilità, di cui nessuno fu reso responsabile, in realtà prolungarono la Seconda guerra mondiale. La vecchia idea secondo cui le incursioni aeree sanguinarie avrebbero spezzato il morale del popolo, costringendolo a ribellarsi ai propri leader, era pura fantasia. Nell’estate 1945, i civili giapponesi erano più interessati ad arraffare prodotti alimentari, con la nazione che moriva di fame a causa del blocco navale nordamericano. Inoltre, qualsiasi tentativo di ribellione sarebbe stato prontamente eliminato dalla polizia militare giapponese, la temuta Kenpeitai. I capi occidentali non compresero le lezioni del Blitz of Britain dei primi anni ’40 della Germania, che rafforzò il morale del pubblico inglese non a indebolirlo. Questa realtà divenne presto chiara alla gerarchia della Wehrmacht; ma non così sembra a capi come Winston Churchill, che sosteneva la distruzione insensata di città medievali come Dresda nel febbraio 1945. Bombardare donne e bambini lasciò le macchine da guerra tedesche e giapponesi in gran parte integre. Il ministro degli Armamenti nazisti, Albert Speer, a volte fu sbalordito dalle tattiche aeree alleate sulla Germania, che spesso evitavano le aree industriali del Reich. Nel 1944 Speer, con grande gioia e stupore di Hitler, realizzò in realtà l’aumento della produzione di aerei e panzer tedeschi, il che rese possibili attacchi come l’offensiva delle Ardenne del dicembre 1944.
Le realtà dei bombardamenti aerei sfuggì all’attenzione di gente come LeMay e l’omologo inglese Arthur “Bomber” Harris. Dopo che tutto finì, Harris ammise nelle sue memorie che lo stratagemma alla base degli assalti sulle aree urbane “si rivelò del tutto privo di fondamento”; e che i capi alleati avrebbero dovuto dirigere i loro piloti piuttosto verso il bombardamento di fabbriche, centri di comunicazione e linee di trasporto, finendo Germania nazista e Giappone imperiale prima del 1945.
Mentre LeMay parlava delle stragi di giapponesi, distruggendo anche più di 3,5 milioni di case, non menzionò che a metà del 1945 gran parte delle infrastrutture giapponesi erano ancora intatte; come l’importante traghettamento del carbone tra Hokkaido e Honshu mentre, incredibilmente, la rete ferroviaria rimase intatta fino all’agosto 1945; così come diverse zone industriali su cui i B-29 di LeMay volavano con trascuratezza.

Shane Quinn ha conseguito una laurea con lode in giornalismo. S’interessa principalmente di affari esteri, essendo ispirato da autori come Noam Chomsky. Collabora frequentemente con Global Research.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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2 commenti su “Gli USA distrussero 66 città giapponesi prima di pianificare la distruzione di altrettante città sovietiche

  1. Sojiz Koba 1961 il said:

    Signor Lattanzio, mi chiedevo se avrebbe potuto interessarle pubblicare un articolo di Israel Shamir da me tradotto che smonta la bufala nazista e antisemita della “Rivoluzione d’Ottobre diretta e finanziata dagli Ebrei”. Nel caso le interessi può trovare l’articolo qui: https://marxismo-leninismo.forumfree.it/m/?t=76866548 e questa è la fonte originale: https://www.google.com/amp/s/redinternacional.net/2018/11/05/el-zog-rojo-en-defensa-de-los-bolcheviques-y-del-comunismo-sovietico-por-israel-shamir/amp/
    Inoltre volevo farle sapere che nella medesima sede ho pubblicato diversi articoli pubblicati sul vecchio aurorasito e che ora non ci sono più (come ad esempio l’articolo su Boleslaw Piasecki), quindi se dovesse interessarle una loro ripubblicazione sul nuovo sito me lo faccia sapere.

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