Il declinante impero del caos impazzisce sull’Iran

Federico Pieraccini, SCF 4 agosto 2019

La transizione negli ultimi anni da un ordine mondiale unipolare a uno multipolare ha creato tensioni internazionali che sembrano minacciare di degenerare in scontri tra potenze regionali e globali. Nel 2014 eravamo quasi al punto di non ritorno in Ucraina a seguito del colpo di Stato sostenuto e finanziato dalla NATO e che coinvolgeva nazionalisti ucraini di estremia destra. Il conflitto nel Donbas rischiava di degenerare in conflitto tra NATO e Federazione Russa ogni giorno nell’estate ed autunno 2014, minacciando il giorno del giudizio. Invece di rispondere al comprensibile impulso d’inviare truppe russe in Ucraina per difendere la popolazione del Donbas, Putin presunse di perseguire la strategia indiretta e sensata di sostenere materialmente gli abitanti del Donbas nel resistere alle depredazioni dell’esercito ucraino e dei suoi delinquenti neonazisti banderisti. Nel frattempo, gli inetti capi europei inizialmente criticarono la destabilizzazione dell’Ucraina, solo per spaventarsi all’idea di un possibile conflitto tra Mosca e Washington combattuto sul suolo europeo. Con la resistenza di Donbas che sventò gli assalti ucraini, il conflitto iniziò a congelarsi, fin quasi al completo cessate il fuoco, anche se le provocazioni ucraine continuano ancora oggi. Le tensioni quindi si concentrarono sulla Siria, dove un esercito mercenario di almeno 200000 uomini armati e addestrati da Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Francia, Turchia, Giordania, Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti, riuscì quasi a rovesciare la nazione. L’intervento russo nel 2015 salvò il Paese e senza perdere tempo distrusse in gran numero i terroristi e riorganizzò le forze armate siriane addestrandole e dotandole dei mezzi necessari per respingere le onde jihadiste. I russi assicurarono anche il controllo dei cieli con la loro rete di sistemi di difesa aerea Pantsir-S1, Pantsir-S2, S-300 e S-400, insieme all’impressionante sistema di gestione delle informazioni, di comando e controllo (Sistema C4ISR Strelets) e da guerra elettronica (1RL257 Krasukha-4). Mentre nordamericani, inglesi, francesi e israeliani conducevano missioni di bombardamento in Siria, rimaneva sempre il pericolo di un attacco deliberato alle postazioni russe, che avrebbe avuto conseguenze devastanti per la regione e oltre. Non è un segreto che i pianificatori militari statunitensi abbiano ripetutamente sostenuto il conflitto diretto con Mosca in un teatro regionale. (Clinton chiese l’abbattimento di aviogetti russi sulla Siria, ed ex-funzionari statunitensi affermarono che i russi dovevano “pagare un certo prezzo”).
Da quando Trump è presidente, la retorica belluina è aumentata considerevolmente, anche se rimane la consapevolezza che qualsiasi nuovo conflitto affonderebbe le possibilità di rielezione di Trump. Nonostante ciò, gli attacchi di Trump in Siria furono reali e potenzialmente molto dannosi per lo Stato siriano. Tuttavia, furono sventati dalla potenza nella guerra elettronica della Russia, capace di allontanare dal loro obiettivo oltre il 70% dei missili di ultima generazione lanciati da inglesi, francesi, nordamericani e israeliani. Uno dei momenti più terrificanti per il futuro dell’umanità si ebbe pochi mesi dopo, quando Trump iniziò a minacciare e insultare Kim Jong-un, minacciando di ridurre Pyongyang in cenere. Trump, inoltre, espresse accese minacce in un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La drammatica inversione a U di Trump dopo il suo storico incontro con Kim Jong-un (un’opportunità da pubbliche relazioni e foto) iniziò a dipingere un quadro abbastanza comico e inaffidabile del potere degli Stati Uniti, rivelando al mondo la strategia del nuovo presidente degli Stati Uniti, che minacciava di annientare un Paese, ma solo come tattica per portare l’avversario al tavolo dei negoziati e concludere un accordo. Si presentava quindi al pubblico domestico come il “grande” affarista. Coll’Iran, ultimo obiettivo dell’amministrazione statunitense, il metodo della contrattazione è lo stesso, anche se con risultati decisamente diversi. Nei casi di Ucraina e Corea democratica, le più potenti lobby di Washington, israeliana e saudita, ebbero poco da dire. Ovviamente neocon e lobbisti delle armi puntano sempre alla guerra, ma tali potenti gruppi di pressione sostenuti dallo Stato furono particolarmente silenziosi nei confronti di questi Paesi, ovviamente meno nei confronti della Siria. Come spiegava ripetutamente il distinto scienziato politico John J. Mearsheimer, le lobby israeliana e saudita hanno fondi illimitati per corrompere democratici e repubblicani per imporre i loro obiettivi in politica estera. La differenza tra Iran e i suddetti casi di Ucraina, Siria e Corea democratica è proprio il coinvolgimento diretto di tali due lobby nel processo decisionale negli Stati Uniti. Queste due lobby (insieme agli alleati neocon) chiesero per anni che alcune centinaia di migliaia di giovani nordamericani venissero inviati in Iran per sacrificarsi distruggendo l’Iran e il suo popolo. Tali giochi geopolitici furono a spese dei contribuenti statunitensi, delle vite dei loro figli mandati in guerra e della vita delle popolazioni del Medio Oriente, devastate da decenni di conflitto.
Ciò di cui i lettori possono essere certi è che nei casi di Ucraina, Siria, Corea democratica e Iran, gli Stati Uniti non possono imporre militarmente la propria volontà geopolitica o economica. Le ragioni variano a seconda dei casi e in precedenza ho ampiamente spiegato perché le possibilità di un conflitto sono impensabili. Coll’Ucraina, un conflitto sul suolo europeo tra Russia e NATO era impensabile, ricordando la devastazione che si ebbe durante la seconda guerra mondiale. Il buon senso prevalse e persino la NATO in qualche modo si rifiutò di armare completamente l’esercito ucraino con armi che gli avrebbero dato loro un enorme vantaggio sulle milizie del Donbas. In Siria, qualsiasi coinvolgimento delle truppe di terra sarebbe stato un suicidio collettivo, data la schiacciante potenza aerea dispiegata nel Paese dalla Russia. Ricordiamo che dalla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non hanno mai combattuto una guerra in uno spazio aereo che seriamente contestato (in Vietnam, le perdite aeree statunitensi furono elevate grazie all’aiuto sino-sovietico), consentendo alle truppe di terra di ricevere copertura aerea e protezione. Un assalto a terra in Siria sarebbe stato quindi catastrofico senza il necessario controllo dei cieli siriani. Nella Corea democratica, la deterrenza nucleare e convenzionale tattica e strategica del Paese scoraggia qualsiasi attacco missilistico. Qualsiasi attacco via terra è fuori discussione, dato l’elevato numero di effettivi e riserve dell’esercito della RPDC. Cogli Stati Uniti che lottarono per controllare un Iraq completamente sconfitto nel 2003, quanto sarebbe stato più difficile avere a che fare con un Paese con una popolazione resiliente decisa a non piegarsi agli Stati Uniti? La campagna irachena del 2003 sarebbe stata davvero una “passeggiata” in confronto. Un altro motivo per cui un attacco missilistico alla Corea democratica è impossibile è la potenza convenzionale di Pyongyang, nella forma di decine di migliaia di razzi e pezzi d’artiglieria che potrebbero facilmente ridurre Seoul in macerie nel giro di pochi minuti. Ciò porterebbe quindi alla guerra tra Stati Uniti e RPDC nella penisola coreana. Moon Jae-in, come Merkel e Sarkozy nel caso dell’Ucraina, fece di tutto per impedire un conflitto così devastante.
Sulle tensioni tra Stati Uniti e Iran e le conseguenti minacce di guerra, queste dovrebbero essere considerate buffonate. Gli alleati europei degli USA sono fortemente presenti in Iran e dipendono dal Medio Oriente per le importazioni di petrolio e gas. Una guerra degli Stati Uniti contro l’Iran avrebbe conseguenze devastanti per l’economia mondiale, cogli europei che vedrebbero le loro importazioni dimezzate o ridotte. Come affermava il Professor Chossudovsky del think tank strategico Global Research, un attacco all’Iran è insostenibile, poiché i settori petroliferi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita ne sarebbero colpiti e chiusi. Le esportazioni finirebbero all’istante dopo che i gasdotti per l’occidente venissero bombardati dagli huthi e lo Stretto di Hormuz chiuso. Le economie di questi due Paesi imploderebbero e la loro classe dirigente sarebbe spazzata via dalle rivolte interne. Lo Stato d’Israele e le basi statunitensi nella regione si vedrebbero sopraffatti dai missili provenienti da Siria, Libano, Golan ed Iran. Il governo di Tel Aviv durerebbero poche ore prima di capitolare alla pressione dei propri cittadini che, come gli europei, non sono abituati a subire la guerra in patria. Poiché una guerra coll’Iran sarebbe difficile da vincere, possiamo concludere che una guerra contro il Paese è improbabile se non impossibile. I danni che i belligeranti s’infliggerebbero renderebbe difficile qualsiasi soluzione diplomatica del conflitto. Mentre le potenti lobby israeliana e saudita negli Stati Uniti potrebbero battere i tamburi di guerra, in Yemen è possibile vedere cosa accadrebbe se ci fosse la guerra. Egitto ed Emirati Arabi Uniti furono costretti a ritirarsi dalla coalizione che combatte gli huti dopo che gli Emirati Arabi Uniti subirono danni considerevoli a seguito dei legittimi attacchi missilistici di ritorsione delle forze missilistiche dell’esercito dello Yemen. Una guerra aperta contro l’Iran continua ad essere la linea rossa che le élite finanziarie al potere statunitensi, israeliani e sauditi non vogliono attraversare, avendo così tanto in gioco. Coll’elezione che incombe, Trump non può rischiare di innescare un nuovo conflitto e tradire una delle sue più importanti promesse elettorali. L’élite occidentale non sembra avere alcuna intenzione di distruggere l’economia mondiale basata sul petrodollaro con cui genera i propri profitti e controlla la finanza globale. E infine, i pianificatori militari statunitensi non intendono subire una umiliante sconfitta in Iran che rivelerebbe in che misura la potenza militare nordamericano sia propaganda costruita per coi film di Hollywood e guerre vincenti contro Paesi indifesi. Anche se consideriamo la possibilità che Netanyahu e Bin Salman siano mentalmente instabili, qualcuno nel palazzo reale di Riyad o del governo di Tel Aviv li avviserebbe delle conseguenze politiche e personali di un attacco all’Iran. Ciò significa che Washington, Londra, Tel Aviv e Riyad devono ricorrere a numerose ma infine inutili provocazioni contro l’Iran, poiché possono affidarsi solo sugli attacchi ibridi per isolarlo economicamente dal resto del mondo. Paradossalmente, tale strategia ha avuto conseguenze devastanti sul ruolo del dollaro USA come valuta di riserva, insieme al sistema SWIFT. Nell’attuale ambiente multipolare, agire in modo così imperioso porta all’accelerazione della dedollarizzazione come mezzo per eludere sanzioni e divieti imposti dagli Stati Uniti. La valuta di riserva viene utilizzata per facilitare le transazioni. Se gli svantaggi superano i benefici, verrà progressivamente utilizzata sempre meno, fin quando non verrà sostituito da un paniere di valute che riflette più da vicino la realtà geopolitica multipolare.
I guerrafondai di Washington sono esasperati dall’incapacità continua di frenare resilienza e resistenza popolari di Venezuela, Iran, Siria, Corea democratica e Donbas, Paesi e regioni della parte sana del globo e rappresentante dell’Asse della Resistenza all’imperialismo degli Stati Uniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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