Le armi spaziali sono la nuova pessima idea di Washington

Federico Pieraccini, SCF 29 luglio 2019

Quando si considera la possibilità di un conflitto tra grandi potenze nel prossimo futuro, è difficile aggirare lo spazio come una delle principali aree strategiche delle maggiori potenze. Stati Uniti, Russia e Cina hanno programmi all’avanguardia per la militarizzazione dello spazio, anche se con una grande differenza. L’annuncio di Donald Trump di una “forza spaziale” non è affatto una nuova idea. Durante la presidenza Reagan, un’idea simile fu proposta col famoso programma “Star Wars”, formalmente noto come Iniziativa di difesa strategica. Il suo scopo era eliminare il concetto di distruzione reciprocamente assicurata (MAD) posizionando intercettori antimissili balistici (ABM) in orbita bassa in modo da poter intercettare facilmente i missili balistici durante l’ingresso in orbita e prima della fase di rientro. Costi e tecnologia all’epoca si rivelarono proibitivi, ma i pianificatori militari mantennero il sogno di negare il concetto di MAD a favore di Washington, in particolare coll’inizio dell’era unipolare in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Le decisioni prese negli anni successivi, come il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato ABM nel 2002 durante la presidenza Bush, e dal Trattato INF durante quella Trump, seguono Reagan nel tentativo di invalidare il MAD, equilibrio del terrore che mantenne la stabilità strategica. Tale speranza di farla finita con la MAD in modo che l’impensabile possa diventare pensabile, guidava gli sviluppi missilistici di Russia e Cina, che attraverso lo sviluppo di missili ipersonici mirano ad annullare i sistemi ABM statunitensi e quindi a pensare a un primo attacco nucleare senza precipitare la MAD. Coi recenti successi della Russia nel testare tecnologie ipersoniche e il rapido sviluppo di altre nuove armi strategiche annunciate da Putin meno di 12 mesi fa, la stabilità strategica sembra essere stata ripristinata con la deterrenza rafforzata della Russia.
L’armamento spaziale è un aspetto poco conosciuto e di cui si parlava dei folli tentativi di Washington di rendere la distruzione reciprocamente assicurata non più reciproca e quindi pensabile. Al culmine del momento unipolare, l’idea del Pentagono e dei lobbisti del complesso militare-industriale era sviluppare il cosiddetto sistema Prompt Global Strike che prevedeva di poter effettuare un attacco con armi convenzionali in qualsiasi parte del mondo nel giro di un’ora. Il sogno (o illusione) degli Stati Uniti era avere la capacità unica di decidere il corso degli eventi nel mondo entro un’ora. Un velivolo sperimentale come il velivolo di prova orbitale sembra confermare che furono fatti seri sforzi per raggiungere tale obiettivo. Né Cina né Russia rimasero pigramente in attesa di essere colpite indifese. Lo sviluppo in Russia del sistema S-500 fu abbastanza tempestivo. Il sistema S-500 è spesso considerato un aggiornamento al più noto sistema S-400, ma in realtà si tratta di sistemi diversi con scopi e obiettivi diversi. Il compito principale dell’S-500 è ingaggiare obiettivi a lunga distanza in orbita bassa. Si parla della capacità di eliminare i satelliti militari o futuri ABM come quelli concepiti dal programma “Star Wars” di Reagan. A differenza di Washington, Mosca e Pechino non sembrano sviluppare armamenti spaziali; certamente non aumenteranno i budget militari per creare una forza spaziale. Al contrario, entrambi i Paesi lavorano da più di un decennio sulla proposta di trattato di Prevenzione della corsa agli armamenti nello spazio (PAROS) che mira a vietare l’armamento spaziale. Gli obiettivi sono riassumibili come segue: “In base al progetto di trattato presentato alla [Conferenza sul disarmo] dalla Russia nel 2008, gli Stati partecipi dovrebbero astenersi dal portare tali armi e minacciarne l’uso nello spazio”.
Gli Stati partecipi inoltre concorderebbero ad attuare misure concordate per rafforzare la fiducia. Un trattato PAROS completerebbe e riaffermerebbe l’importanza del Trattato sullo spazio del 1967, volto a riservare lo spazio agli usi pacifici vietando l’uso di armi spaziali e tecnologia relativa alla “difesa missilistica”. Il trattato impedirebbe a qualsiasi nazione di avere il vantaggio militare nello spazio”. Le intenzioni del progetto di trattato vanno chiaramente contro i piani di Washington. Non sorprende quindi che Washington non abbia intenzione di aderirvi ed è probabilmente solo questione di tempo prima che Washington si ritiri dal Trattato sullo spazio del 1967.
Trump guarda le cose da un punto di vista pratico. Vuole dare forte impulso al complesso militare-industriale, salutare alla prospettiva d’inondarlo con decine o addirittura centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi, nel tentativo di militarizzare lo spazio. Ma i responsabili politici di Washington e i gruppi di esperti guardano a tale militarizzazione da una prospettiva diversa. Lo vedono dal punto di vista di Washington come superpotenza che cercare di prolungare il suo momento unipolare coll’uso della forza, anche dallo spazio. Sebbene sia un’assurdità delirante, è comunque la prospettiva prevalente a Washington da almeno gli ultimi 25 anni. Il motivo per cui Cina e Russia proposero e continuano a discutere del PAROS risiede nelle loro filosofie politiche e militari contrastanti con quelle degli Stati Uniti. In quanto potenza imperiale incentrato sul dominio globale, gli Stati Uniti sono sempre alla ricerca di modi per soggiogare e dominare chi considerano dei sottostanti, mentre Russia e Cina agiscono per frenare e controbilanciare l’aggressione degli Stati Uniti nel processo per migliorare la stabilità globale. La proposta di non militarizzazione dello spazio è l’ultimo esempio di ciò che unisce e guida la strategia eurasiatica di Cina e Russia senza illusioni sulle intenzioni di Washington. Lo sviluppo del sistema SR-72 sembra confermare che Washington vuole anche colmare il divario coi concorrenti eurasiatici nel campo della tecnologia ipersonica, oltre a voler militarizzare lo spazio. Realisticamente, tuttavia, le potenze globali in un contesto multipolare cercheranno di difendere la sovranità territoriale ed economica con tutti i mezzi a disposizione. Allo stesso modo, chi cerca l’egemonia globale cercherà di sfruttare qualsiasi dominio per prevalere sui rivali.
Cina e Russia cercano d’impiegare gittata e velocità rendendo impossibile ogni possibile attacco degli Stati Uniti, sia nei termini della logistica richiesta che del calcolo rivisto su costi-benefici della MAD. Gli Stati Uniti, d’altra parte, cercano di militarizzare tutti gli immaginabili domini del conflitto, con tutti i mezzi possibili, sperando di riuscire a trovare una fessura nell’armatura degli avversari. Pechino e Mosca sembrano aver studiato a fondo la risposta. I vari sistemi difensivi prodotti negli ultimi anni, dai missili ipersonici antinave ai sistemi di difesa multistrato come S-400, S-500 e A-135/A-235, sembrano rispondere alla sfida. Pechino teme la forza navale degli Stati Uniti e pur cercando di raggiungere la parità e di superare gli Stati Uniti, mira soprattutto a impedirgli l’uso delle portaerei come piattaforme di lancio, impiegando armi difensive di interdizione d’area. In questo senso, la velocità (Mach 10) e la gittata dei missili antinave cinesi (DF-21) sono fondamentali per il successo di questa strategia. Allo stesso modo, Mosca intende sigillare i cieli dell’Eurasia e l’S-500 sembra esserne il fiore all’occhiello, in grado di proteggerli fino a 800 chilometri di quota.
La militarizzazione dello spazio è l’ultimo problema che gli Stati Uniti sfruttano per scopi politici. Comunque sia, ciò crea un ambiente contraddittorio che costringe i concorrenti degli Stati Uniti a sviluppare armi in grado di contrastarne il belluismo. Invece di sederci e definire i parametri dell’interazione tra potenze riducendo la probabilità di guerre, si assiste alla politica intenzionale degli Stati Uniti di perseguire la corsa agli armamenti in ogni possibile dominio della guerra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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