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Perché gli Stati Uniti diffondono bugie sulla Cina

The Socialist 10 luglio 2019

È notevole quanta propaganda degli USA sulla Cina sembri una proiezione. Gli Stati Uniti, che spesso censurano voci dissenzienti, perseguitano musulmani e gruppi etnici sfavoriti, sono controllati da un regime oligarchico che mantiene metà della propria popolazione in povertà e perpetua il più grande impero della storia, accusa la Cina di ogni atrocità a cui sono dediti essi solo. Tale strategia di “accusare il nemico di ciò cui siete colpevoli” è utile per l’obiettivo degli USA contro la Cina, distruggere una potenza che minaccia di rovinare la ricerca dell’egemonia imperiale USA. La Cina comunista è stata d’ostacolo all’impero nordamericano fin dall’inizio, combattendo con la Corea democratica durante l’invasione genocida statuinitense della Corea. Ora continua il suo ruolo di baluardo contro l’imperialismo, lavorando per proteggere il Venezuela da una potenziale invasione, sostenendo la Siria nella lotta ai terroristi appoggiati dagli Stati Uniti, e rimanendo fedele alla Corea democratica mentre il mondo capitalista gli fa guerra. Così come la Cina continua a muoversi verso la potenza economica e militare dominante nel mondo, gli USA hanno tutte le ragioni per sabotarla. L’aspetto propagandistico di tale tentativo di sabotaggio, ironia della sorte, dipende dal dipingere la Cina come l’esatto minaccia imperialista degli Stati Uniti. Ho smentito molte bugie che compongono tale falsa immagine della Cina in uno dei miei articoli, ma quel saggio richiede una seconda parte. Qui parlerò delle frodi principali sulla Cina instillati negli occidentali.

Grande bugia n. 1: “La Cina è imperialista”
Ancora una volta, l’ironia della propaganda nordamericana sulla Cina è assurda. Gli Stati Uniti conducono costantemente guerre di aggressione imperialista sotto la falsa pretesa di “liberare” le nazioni vittime, e quando la Cina interviene effettivamente in un altro Paese per liberarlo, gli Stati Uniti definiscono le azioni della Cina come “imperialiste”. L’intervento cinese del 1951 in Tibet non fu supportato solo dai tibetani e motivato dal desiderio di liberare il Paese dagli orrori del suo vecchio sistema feudale. Fu seguita da una serie di azioni statunitensi in Tibet che furono veramente imperialiste e ingiustificabili. In risposta alla rivoluzione che la Cina portò in Tibet, la CIA iniziò una campagna di agitazione, finanziamenti e armi per le fazioni tibetane anti-cinesi e di sporchi trucchi politici che portarono a una rivolta del 1959 fabbricata negli Stati Uniti in Tibet contro il nuovo governo del Paese. Questa rivolta non ebbe il sostegno popolare, specialmente tra chi fu oggetto agli abusi dell’ordine feudale. Per giustificare tale sabotaggio della lotta di liberazione tibetana che Mao guidò, Stati Uniti e partner separatisti in Tibet cercarono di dipingere la Cina come il cattivo. Ma come spiegato da Barry Sautman del Forum dell’Asia orientale, né le affermazioni dell’imperialismo cinese né quelle di repressione sociale cinese ingiustificata in Tibet hanno senso: “Il punto da sottolineare è che non esiste alcuna repressione dei tibetani semplicemente per essere tali. Né il governo cinese reprime la religione in sé. Invece, i tibetani ricevono una serie di politiche preferenziali e le religioni autorizzate in Cina ricevono il sostegno dello Stato. Laddove le organizzazioni religiose non siano una minaccia politica, sono regolate dallo Stato e generalmente possono agire apertamente, specialmente tra le minoranze etniche. La relazione tra organizzazioni religiose e Stato è influenzata dalle antiche tradizioni cinesi; il separatismo è un’altra storia. Secondo il diritto internazionale, gli Stati possono rendere illegale il separatismo. Il governo cinese, sulla base della storia cinese dei cicli di unità territoriale e disunità, uso questo diritto. Gli Stati Uniti accusano d’imperialismo per delegittimare essenzialmente tutti i progetti della Cina proposti all’estero. Ciò è particolarmente vero quando si parla del ruolo della Cina in Africa, distorto da numerosi miti. Uno di tali miti è che la Cina ha seguito i modelli “neocoloniali” in Africa, confutata da un onesto esame di ciò che la Cina ha fatto; diversamente dal piano neo-colonialista, in cui un Paese è sottoposto all’autorità di un’altra nazione e/o ha avuto l’autonomia economica sottratta, non c’è Paese africano diretto politicamente dalla Cina, la Cina non controlla alcun sistema bancario africano, e alcun Paese africano è obbligato ad escludere i prodotti non cinesi. Ci sono molte altre sfaccettature sul mito dell’imperialismo cinese in Africa, dalla falsa dimostrazione che le imprese cinesi impiegano solo lavoratori cinesi (un sondaggio di 1000 aziende africane dimostrava che l’89% dei loro dipendenti sono africani) a quello che la Cina era coinvolta nella sottrazione di enormi appezzamenti di terreno (uno studio della Johns Hopkins University scopriva che le più grandi fattorie cinesi in Africa nemmeno coltivano cibo da esportare in Cina) a quello su come la Cina intrappola le nazioni africane nel debito (i debiti che le nazioni africane devono alla Cina meno del 2% del debito estero dell’Africa e tutto indica che la Cina assegna denaro a queste nazioni in modo da poter colmare le lacune nel finanziamento delle infrastrutture. E tali affermazioni omettono il fatto che gli Stati Uniti hanno effettivamente sfruttato i Paesi in quei modi. Gli statunitensi non dovrebbero pensare a come il loro governo abbia invaso l’Iraq in modo da permettere alle corporation nordamericane di trarre profitto dalla distruzione dell’Iraq, o come gli Stati Uniti imposero governi fantoccio in Paesi sovrani nel secolo scorso, o come gli Stati Uniti utilizzino il FMI per intrappolare le nazioni nel debito in modo che possano imporvi riforme neoliberali distruttive. Le trasgressioni del nostro Paese vanno proiettate sulla Cina, il cui modello di politica estera viene travisato non solo nel caso dell’Africa, ma nel contesto dell’intero rapporto del Paese col mondo. I prestiti che la Cina dava in molti casi liberavano altri Paesi dall’imperialismo occidentale; nel 2013, la Cina concesse al Laos 32 milioni di dollari in crediti senza interessi, in modo che il Laos potesse liberarsi dalla schiavitù del debito subita dalla Banca Mondiale. Ciò riflette la natura generale degli investimenti stranieri che la Cina produce, uno sviluppo economico socialista piuttosto che imperialismo capitalista. La stragrande maggioranza dei prestiti esteri che la Cina produce sono investimenti statali socialisti piuttosto che investimenti capitalistici privati, e sono fatti allo scopo di aiutare a migliorare la sussistenza dei cinesi e di quelli con cui la Cina lavora. La Cina, così come l’alleata Russia, veniva scoperte minacciose in un mondo in cui l’impero USA/NATO è di gran lunga il peggiore autore di sfruttamento e invasioni.

Grande bugia n. 2: “La Cina è totalitaria”
Il grado di repressione sociale che il governo cinese svolge è stato esagerato e calunniosamente dalle narrative imperialiste occidentali. Tali narrazioni sono profondamente radicate nella psiche nordamericana nell’ultima generazione, l’epoca in cui abbiamo spesso vi sente parlare del cosiddetto Massacro di Piazza Tiananmen. La bufala sugli eventi in Piazza Tiananmen iniziò con una serie di falsi resoconti di ciò che accadde quando il governo cinese liberò la piazza dei manifestanti “pro-democrazia” il 4 giugno 1989. Secondo la Cina, circa 300 furono i morti negli scontri, molti dell’Esercito popolare di liberazione. Dai resoconti meglio documentati, tali alterchi furono istigati quando i manifestanti diedero fuoco a soldati disarmati e li linciarono coi loro cadaveri impiccati. Ma secondo media occidentali poco affidabili a dir poco, i soldati erano in realtà quelli che avevano effettuato il massacro. Il New York Times, nel preludio alla sua famosa storia fraudolenta sulle armi di distruzione di massa in Iraq, affermà che “migliaia” di manifestanti furono uccisi in piazza Tiananmen. Le cifre delle vittime riportate dai media statunitensi variavano da 2600 a 8000 a “decine di migliaia”, ma tali ridicole incongruenze nelle menzogne nordamericane non infrangevano la percezione occidentale emotivamente potente che un governo oppressivo aveva brutalmente massacrato persone che volevano la libertà. Per sostenere tale ridicola menzogna che cercavano di spacciare, i propagandisti anti-cinesi degli Stati Uniti presentavano ulteriori e scandalosi resoconti di ciò che accadde; otto giorni dopo lo scontro in piazza, il New York Times pubblicò l’articolo da “testimone oculare” su Tiananmen dello studente Wen Wei Po così chiaramente fabbricato che il corrispondente del Times a Pechino Nicholas Kristof fece eccezione sui punti principali dell’articolo. Com’era prevedibile, l’incidente con cui basavano tali articoli inventati fu istigato dalla destabilizzazione nordamericana in Cina, cogli Stati Uniti attivamente coinvolti negli sforzi per promuovere le proteste “pro-democrazia” con una macchina della propaganda ben finanziata in Cina. La disinformazione strategica emessa dalla radio Voice of America (che affermava falsamente che alcuni membri del PLA sparavano contro altri e che il primo ministro cinese Li Peng si era sparato) contribuì notevolmente ai disordini e quindi alla terribile violenza anti-PLA che ne scaturì. Tutto ciò non sorprende che i cablo rilasciati da WikiLeaks dimostravano che non vi fu spargimento di sangue tra i manifestanti quando la Cina represse le proteste in Piazza Tiananmen. Un simile oltraggioso episodio prodotto dagli Stati Uniti contro la Cina si ebbe lo scorso mese, convenientemente in coincidenza con il blitz propagandistico anti-cinese nel trentennale del fittizio “Massacro di Piazza Tiananmen”. Questo ultimo spettacolo si ebbe sotto forma delle recenti proteste di Hong Kong, pesantemente coperte dai media nordamericani con lo stesso tema su come il popolo cinese semplicemente sostenga la “democrazia”. Ma come dichiarò Ian Goodrum di China Daily in un’intervista a MintPress News, la legge di estradizione che generava le proteste non giustifica tali accuse: “È una sfortuna che ci sia stato tale clamore su quello che è un adeguamento ordinario e ragionevole della legge. Come legge in questo momento, non esiste un modo legale per impedire ai criminali di altre parti della Cina di evadere fuggendo a Hong Kong. Sarebbe come la Louisiana, che, ricorderete, ha un sistema giudiziario unico, si rifiuti d’inviare fuggitivi in Texas o California per crimini commessi in quegli Stati. Onestamente, ciò avrebbe dovuto far parte dell’accordo raggiunto prima del passaggio del 1997. Allora i cattivi attori usarono la paura irrazionale della Madrepatria per istigare ed oggi se ne vedono le conseguenze. Quindi perché tali proteste? Sappiamo bene che il complesso industriale delle ONG nordamericane ha fatto di tutto per aiutare i manifestanti e diffonderne la narrativa anti-cinesi, e che la maggior parte dei manifestanti appoggia decisamente il colonialismo inglese nonostante la natura brutalmente repressiva e antidemocratica rispetto a quello delle autorità cinesi (non ci furono elezioni ad Hong Kong fino al 1986). E dato che la maggior parte della popolazione di Hong Kong è con la Repubblica Popolare Cinese e la sua giusta politica per combattere il turismo sessuale e la ricerca illegale di asilo a Hong Kong, l’agenda imperialista dietro tali proteste è estremamente evidente. Come osservò Alex Rubinstein di MintPress News , “Qualcosa sulla messaggistica delle proteste di Hong Kong sembra su misura per il pubblico occidentale. La maggior parte dei cartelli delle proteste ora appaiono anche in inglese”. Tali drammi di strada creati artificialmente sono una tattica standard dell’agitazione da cambio di regime nordamericana, parallelamente alle dimostrazioni anti-Maduro di destra in Venezuela. E riflettono profonde e sospette influenze macchinate dagli Stati Uniti dietro tutte le storie sul presunto totalitarismo della Cina. Un’altra storia mediatica sulla Cina coinvolge Ai Weiwei. Senza dubbio Weiwei fu maltrattato dalle autorità cinesi, come quando è stato picchiato dalla polizia cinese nel 2009. Ma i fatti del suo caso legale furono presentati con coerenza nei media occidentali, e la rete del cambio di regime “umanitaria” degli Stati Uniti fece tutto il possibile per sfruttalo per promuovere la propria agenda. Quando Weiwei fu arrestato nel 2011 con l’accusa di frode fiscale, i media occidentali condannarono la Cina di riflesso sostenendo che la detenzione di Weiwei era motivata dalle sue opinioni politiche. Come scrisse Mo Nong di China Daily, tale dimostrazione dai media fu il sintomo del “pregiudizio ideologico” dei giornalisti occidentali sulla Cina. “Il confronto ideologico è la modalità predefinita di alcuni occidentali e media occidentali sulle questioni relative ai diritti umani”, lamentava Nong mel 2011. “Per costoro è reazione intuitiva accusare la Cina quando qualcuno considera dissidente un detenuto o arrestato per motivi legali… Con tale simile mentalità, so considera chiunque critichi il sistema politico cinese e le autorità cinesi come fanno, eroi o eroine, indipendentemente da ciò che essi fanno o da come si comportano, o dall’effetto delle loro attività sul futuro del Paese e del suo popolo”. Da allora, Weiwei fu definito dai media nordamericani vittima innocente della repressione politica e fu aiutato da organizzazioni che cercano di produrre del consenso alla destabilizzazione statunitense in Cina. Nel 2016, Weiwei parlò in un evento a New York City per il Council on Foreign Relations, un think tank notoriamente pro-imperialista di Washington. Weiwei collaborò con Amnesty International, un gruppo che deliberatamente inganna gli statunitensi su Siria, Venezuela e altri Paesi obiettivi del cambio di regime di Washington. E nel 2013, Weiwei ebbe il Premio Vaclav Havel Creative Dissent della Human Rights Foundation, un premio politicamente prevenuto abbastanza da finire a Park Sang-hak, noto per pianificare proteste violente contro la Corea democratica e collaborare con l’intelligence nordamericana. Basti guardare sotto la superficie per vedere con quale frequenza le storie anti-Cina sui nostri media essere collegate al cambio di regime nordamericano. E oltre a tale ruolo della rete di propaganda menzionata finora, essa crea regolarmente scandalose storie di atrocità per influenzare l’opinione pubblica sulla Cina. Nell’ultimo articolo in Cina, spiegavo in dettaglio come la Rete dei difensori dei diritti umani cinesi abbia usato i soldi che riceve dai governi occidentali per diffondere menzogne che rafforzano la narrativa completamente inventata secondo cui la Cina detiene milioni di musulmani nei campi di concentramento. Da allora appresi che un altro gruppo di opposizione cinese, chiamato “China Tribunal”, propagandava affermazioni altrettanto sospette sul governo cinese prelevandone gli organi dai prigionieri. Anche se rilasciarono il loro “Giudizio Finale e Rapporto” su tale accusa, a quanto pare non sanno nemmeno pubblicare il “rapporto completo” sulle loro scoperte, che presumibilmente contiene le prove di cui hanno bisogno per supportare le loro pretese, sepolto nel profondo del loro rapporto c’era tale paragrafo interessante: “Rappresentanti della Transplantation Society e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si espressero sui recenti cambiamenti nei sistemi di trapianto umani nella RPC, in particolare lo sviluppo della COTRS e lo schema del donatore volontario. Sostengono che cambiamenti furono fatti e che le critiche estere non sono giustificate. Sostennero una transizione dell’approvvigionamento di organi da prigionieri del braccio della morte suggerendo non venivano più usati”. Tali accuse alla Cina, insieme alle rappresentazioni occidentali fuorviati sul sistema di credito sociale “orwelliano” cinese, costituiscono gli argomenti principali secondo cui la Cina è “totalitaria”. Lo scopo di tali bufale è dare una base estremamente visione sinistra ed infondata del governo cinese. Nonostante i casi di brutalità della polizia cinese, come quella che Weiwei subì, il governo cinese è molto più tollerante del dissenso che non il governo degli Stati Uniti. Diversamente dagli USA, i post sui social media politici in Cina non sono suscettibili di censura. E come affermava anche Nong, la Cina non fa prigionieri politici come gli Stati Uniti: “La discrepanza politica di Ai col governo cinese è una cosa; il suo presunto coinvolgimento in attività economiche illegali è un’altra. La Cina ha stabilito un suo sistema giuridico socialista dopo decenni di progressi. Tutti, compreso Ai, sono uguali davanti la legge cinese”.

Grande bugia n. 3: “La Cina non è dalla parte dei poveri e dei lavoratori del mondo”
È sempre stata una strategia della classe capitalista far sì che i poveri e i lavoratori odiassero i leader e i movimenti politici socialisti che in realtà combattono per i loro interessi. Il mito che l’Unione Sovietica e la Cina di Mao non fossero “realmente socialisti” funzionò per impedire alle persone di cercare di emulare lo sviluppo sociale marxista di questi Paesi. La stessa pratica ingannevole viene ora applicata alla Cina moderna. Titoli come “I leader cinesi affrontano un nemico improbabile: ardenti giovani comunisti” e “La versione cinese del capitalismo è vincente? “Sono rappresentativi della prospettiva del sistema economico cinese come sempre presentato dai media nordamericani di oggi. Il vecchio approccio propagandistico contro i rossi non è quello ormai usato per demonizzare la Cina, ma piuttosto la narrazione che la Cina sia una distopia plutocratica in cui i lavoratori sono oppressi da un regime falsamente socialista. (L’ironia si ritrova ancora nel fatto che gli USA siano governati da tale plutocrazia). Il mio ultimo saggio sulla Cina confuta le pretese che affermano che la Cina sia capitalista, inclusa sul trattamento da parte della Cina degli studenti marxisti. Il motivo per cui tali pretese hanno tale importanza nei media e circoli accademici del capitalismo occidentale è chiaro: la classe capitalista vuole spezzare la solidarietà internazionale dei lavoratori col Partito comunista cinese. Tale teoria è supportata dal fatto che la Cina detenga una quantità gigantesca di risorse nazionali ed abbia un vasto potere nella propaganda, che usa per far progredire il movimento anticapitalista mondiale. La Cina usa la forza militare ed economica per sostenere e difendere i governi rivoluzionari a Cuba, Venezuela e Corea democratica; Durante la visita a Pyongyang, Xi Jinping dise che “Sosteniamo fortemente la costruzione socialista della DPRK”, una dichiarazione che riflette il principale perno della resistenza anti-statunitense cinese espressa nell’ultimo summit tra Xi e Kim Jong Un. La Cina usa la massiccia propaganda online per diffondere gli insegnamenti socialisti di Xi Jinping in Cina e nel mondo, il che provocò l’allarme dei media occidentali sulla necessità di fare attenzione alla campagna messaggistica cinese. Questo ulteriore sforzo per diffamare la Cina si lega alla guerra economica e alle minacce militari che gli Stati Uniti puntano contro la Cina e i suoi alleati (giustificati con la falsa narrativa secondo cui la Cina rappresenta ogni minaccia al benessere del popolo nordamericano). Mentre Stati Uniti e Cina combattono la loro guerra fredda, la sinistra globale deve essere solidale con la Cina, sia per il bene della pace che per il movimento socialista mondiale. In un’intervista del 1994, lo stesso Fidel Castro esortò i socialisti a non abbandonare la rivoluzione cinese, affermando: “Se vuoi parlare di socialismo, non dimentichiamo che cosa il socialismo ha realizzato in Cina. Un tempo era la terra della fame, della povertà, dei disastri. Oggi non c’è niente di tutto ciò. Oggi la Cina può nutrire, vestire, educare e prendersi cura della salute di 1,2 miliardi di persone. Penso che la Cina sia un Paese socialista e anche il Vietnam sia una nazione socialista. E insistono sul fatto che hanno introdotto tutte le riforme necessarie per motivare lo sviluppo nazionale e continuare a cercare gli obiettivi del socialismo. Non esistono regimi o sistemi completamente puri. A Cuba, ad esempio, abbiamo molte forme di proprietà privata. Abbiamo centinaia di migliaia di proprietari di aziende agricole. In alcuni casi possiedono 110 acri. In Europa sarebbero considerati grandi proprietari terrieri. Praticamente tutti i cubani possiedono la casa e, per di più, accogliamo con favore gli investimenti stranieri. Ma ciò non significa che Cuba abbia smesso di essere socialista”. La sinistra globale deve ignorare le nozioni anonime sul progetto socialista cinese e riconoscere il punto di Castro, cioè che i socialisti devono agire sulla base del materialismo dialettico (la filosofia secondo cui i rivoluzionari devono superare gli ostacoli, inevitabilmente affrontando l’opposizione capitalista con pragmatismo e realismo). Che cosa dice il materialismo dialettico che dobbiamo usare mentre avanziamo oggi? Dice che, come il PCC, la sinistra globale deve superare una grande opposizione capitalista e imperialista. Dice anche che se possiamo costruire un movimento socialista globale forte e unificato e tenerci lontani dalle false soluzioni capitaliste come la socialdemocrazia, potremo vincere contro la struttura di potere capitalista che ha una vulnerabilità senza precedenti. Tra il crescente malcontento per la disuguaglianza globale, il continuo collasso dell’impero nordamericano, la crisi climatica e l’incombente arresto finanziario globale, il capitalismo collassa proprio ora. Entro il 2030, momento in cui l’impero degli Stati Uniti sarà senza dubbio al capolinea, il capitalismo avrà vissuto una serie impressionante di shock. E in gran parte grazie alla Cina, il socialismo sarà immensamente forte a quel punto.
Il giornalista socialista Saikat Bhattacharya ha recentemente scritto che “Entro il 2035, il Partito Comunista Cinese valutava che la Cina supererà gli Stati Uniti non solo nella produzione, ma anche in finanza e nel campo militare. È allora che il socialismo sarà di nuovo popolare nel mondo. Seguendo la Cina, poiché i diversi paesi del Terzo Mondo ridurranno il divario del reddito pro capite e dei salari nei confronti dei paesi imperialisti, il potere contrattuale del capitale si ridurrà e il potere contrattuale della classe operaia aumenterà considerevolmente. Quindi le rivoluzioni della classe lavoratrice si riverseranno nuovamente nel mondo. La Belt Road Initiative è un modo per sviluppare rapidamente il Terzo Mondo… il cui sviluppo sarà seguito dall’ascesa della classe operaia in tutto il mondo. La globalizzazione neoliberale già scompare e non esiste una ideologia politica abbastanza forte da cogliere l’occasione. I comunisti globali devono coglierla”. È una coincidenza che alcuni promotori del cambio di regime cinese indichino approssimativamente gli anni ’30 come periodo in cui sperano di vedere il comunismo sconfitto in Cina? L’anno scorso, il guerrafondaio Bill Kristol twittò che “il cambio di regime in Cina” dovrebbe essere “un importante obiettivo della politica estera degli Stati Uniti nei prossimi due decenni”, una dichiarazione spregevole che riflette tristemente l’obiettivo finale del piano di Washington con la grande potenza Cina. Titoli come “Potrebbe esserci un’altra rivoluzione cinese?” (Che appropriatamente era sul New York Times l’anno scorso) condizionano gli statunitensi alla frattura sovietica 2.0 che il nostro governo spera accada in Cina. Nonostante ciò, la Cina si rivela un rivale formidabile per gli Stati Uniti più di quanto lo fu mai l’Unione Sovietica, con la Cina che ha la capacità d’indebolire l’economia e il dominio tecnologico degli USA come essi fecero all’URSS. Come nordamericano che vive sotto la politica di austerità, il regime di censura, il paradigma della propaganda e lo stato di sorveglianza dell’attuale governo capitalista, sono felice di vedere lo Stato socialista della Cina prevalga. Saluto l’avvento dell’egemonia della Cina, e sarò sempre grato al PCC per come ha aiutato la mia causa della rivoluzione socialista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio