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L’avventura libica di Erdogan

Hany Quraba, Address Libya, 11 luglio 2019

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha visto giorni migliori rispetto al 2019, assistendo a una serie di sfortunati eventi per lui e i suoi sostenitori islamisti, in particolare del Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP). Quest’ultimo è testimone della peggiore ondata di dissenso sin dal 2001, dopo aver perso le elezioni del sindaco a Istanbul a giugno col candidato dell’opposizione del CHP Ekrem Imamoglu, un duro colpo per l’unità dell’AKP e la fede nella sua leadership. Questo riflette direttamente sull’immagine del simbolo del partito, Erdogan. Prima della replica delle elezioni del sindaco d’Istanbul, Erdogan alzo la posta presentando ai suoi sostenitori una scelta tra il candidato dell’opposizione Imamoglu, che paragonava al Presidente Abdalfatah al-Sisi, e il candidato dell’AKP Binali Yildrim. Con grande disappunto di Erdogan, gli elettori d’Istanbul scelsero l’Imamoglu, mandando un chiaro messaggio a Erdogan e il suo seguito di islamisti, non sono più graditi dalla maggior parte degli abitanti della prima città della Turchia. In conseguenza di questa sconfitta Erdogan cercava di spostare l’attenzione sui conflitti esteri sostenendo il governo islamista di accordo nazionale in Libia. Le forze armate libiche guidate dal Feldmaresciallo Qalifa Haftar avevano recentemente abbattuto un drone turco delle milizie terroriste durante la battaglia di al-Qaryan, alla periferia della capitale Tripoli, per esempio. Il coinvolgimento turco nella battaglia costrinse l’esercito libico a dichiarare di prendere di mira le navi turche e arrestare tutti i cittadini turchi sul suolo libico. Aveva già arrestato sei cittadini turchi sospettati di aiutare le milizie terroristiche in Libia, facendo sì che il ministero della Difesa turco emettesse un avvertimento all’esercito libico. I sei marinai furono successivamente rilasciati, ma la portata dell’impegno turco nella crisi libica su svelata a tutti.
L’esercito libico è sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti nella battaglia per riconquistare Tripoli e unificare il Paese dilaniato dalla guerra. Ciò non può essere ottenuto se non liberando la capitale libica dalle milizie terroriste del governo islamista guidato dal primo ministro Fayaz al-Saraj. Erdogan è fermamente convinto di portare avanti quella che presto si rivelerà un’altra avventura militare turca fallita. Allo stesso tempo, è ancora apparentemente impenitente dopo aver subito notevoli sconfitte militari in Siria e Iraq, specialmente dai gruppi curdi in Siria che cercano l’indipendenza. Le avventure di Erdogan in Siria non sono riuscite a spostare la situazione a favore dei gruppi islamici siriani che combattono contro lo Stato siriano e il Presidente Bashar al-Assad. Furono subiti continui fallimenti militari causando gravi disastri umanitari, specialmente nella città di Ifrin, da dove provengono resoconti di stragi. Erdogan affronta un’altra sfida in Libia, dato che le forze turche affrontano ora l’esercito libico, la forza armata più forte e organizzata del Paese. Egitto ed Emirati Arabi Uniti promisero pieno appoggio al suo leader Qalifa Haftar negli sforzi per unire il Paese. Inoltre, l’Egitto non permetterà a Erdogan di stabilirsi sul suolo libico, poiché ciò potrebbe metterne a repentaglio la sicurezza nazionale. Il regime turco è un noto sostenitore del terrorismo in Egitto ospitando e finanziando elementi di Fratellanza musulmana e jihadisti. Il sostegno finanziario e logistico turco al terrorismo nel Sinai settentrionale è ben noto alle autorità egiziane, e quindi la leadership egiziana non tollererà le ambizioni ostili di Erdogan in un Paese confinante come la Libia. Gli Emirati Arabi Uniti ugualmente promisero sostegno all’esercito libico nella lotta alle milizie terroristiche.
Nonostante i rapporti dei media occidentali ed affiliati alla Fratellanza Musulmana, le mosse dell’esercito libico per riconquistare la capitale sono costanti e calcolate. Il comando dell’esercito libico scelse di muoversi lentamente per evitare vittime civili nella prima città della Libia, e di conseguenza la marcia verso l’obiettivo finale è lenta ma vincente. Questa marcia infastidiva la leadership turca, che non può comprendere la caduta di un altro alleato islamista nella regione. Tuttavia, le ambizioni di Erdogan vanno anche oltre l’ambito militare e politico fino a quello economico, dato che la Libia possiede le maggiori riserve di petrolio provate nel continente africano, e questo è un premio allettante per Erdogan. Tali ambizioni sono condivise dagli alleati in Qatar di Erdogan, che tentarono di controllare il flusso delle esportazioni di petrolio libico fin dai primi giorni della guerra civile. Le raffinerie petrolifere libiche furono liberate dall’esercito, eppure il governo di Tripoli detiene ancora grandi siti petroliferi importanti incentivi per Erdogan per la sua aggressione. La Turchia inviava apertamente blindati, armi e droni in Libia e persino jihadisti dalla Siria su navi turche. A dicembre una nave turca arrivò a Qums in Libia portando armi e circa 4,8 milioni di munizioni prodotte dalle compagnie turche Zoraki e Reta, per aiutare gli islamisti. A maggio, decine di blindati di fabbricazione turca arrivavano a Tripoli nel tentativo di sostenere il governo islamista libico, secondo l’esercito libico. Questi incidenti tra i molti altri sono violazioni dell’embargo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’esportazione di armi in Libia. Erdogan ancora usaa l’influenza politica turca nei tentativi di farla franca sui crimini commessi nel suo Paese e all’estero, non venendone ritenuto adeguatamente responsabile. Di fronte al dissenso interno, Erdogan andava oltre con purghe ed arresti arbitrari effettuati dopo il presunto colpo di Stato fallito del 2016. Questa settimana, il governo turco arrestati 122 militari su presunte connessioni col predicatore turco in esilio Fethullah Gülen. Nel dicembre 2018, 15242 ufficiali furono licenziati, e secondo le stime circa 150000 impiegati pubblici avevano avuto lo stesso destino. Ora ci sono più di 96885 persone in prigione in Turchia in attesa di processo. Media furono chiusi, con 189 giornali chiusi e 319 giornalisti arrestati. Neanche il sistema giudiziario rimaneva intatto, con 4483 giudici e pubblici ministeri allontanati in quanto accusati di essere gulenisti. Il quotidiano Deutsche Welle ha riferito che 3000 prigionieri del genere sono in isolamento. Questi numeri fanno parte della continua rotta della Turchia. Tuttavia, da giocatore compulsivo, Erdogan sembra penate di perdere il controllo, e il suo istinto è fare scommesse sempre più gravi nel disperato tentativo di riconquistare la sua posizione. Ma le sue avventure sono a spese della nazione turca e alla fine faranno precipitare il tiranno turco nell’abisso che lui stesso ha creato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio