L’OPEC denuncia il blocco del Venezuela

Mision Verdad, 3 luglio 2019

Il 1° luglio, a Vienna, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) decidevano l’estensione dell’adeguamento volontario della produzione dei Paesi aderenti e non all’OPEC, al fine di promuovere la stabilità del mercato petrolifero. La decisione fu presa nel quadro della uova conferenza ministeriale dell’organizzazione, in cui era presente il ministro e presidente di Petróleos de Venezuela SA (PDVSA) Manuel Quevedo, che presiedeva la riunione. La decisione aveva due scopi significativi. Il primo era inerente al ruolo dell’OPEC nella stabilizzazione del turbolento mercato petrolifero globale, attraversato da crisi che influenzavano la vivacità del prezzo mondiale del greggio dal 2014. Il secondo elemento era il rafforzamento della posizione venezuelana nell’entità multilaterale, in un contesto in cui la nazione caraibica è oggetto del blocco delle esportazioni di petrolio, essendo un nuovo imperativo che influenza la stabilità del mercato petrolifero.

La struttura del conflitto geopolitico
Il petrolio potrebbe attraversare uno dei cicli più prolungati e turbolenti, se comprendiamo che il vortice degli ultimi anni che segnava la stabilità dei prezzi continua, e che inoltre persistono i fattori che generano l’instabilità, divenendo più acuta, e aggiungendovi altri fattori. Pertanto, il punto critico degli attuali episodi d’instabilità petrolifera si ferma in Iran e Venezuela, Paesi chiave dell’OPEC e soggetti a misure coercitive e unilaterali dal governo degli Stati Uniti. Le crescenti tensioni militari tra statunitensi e nazione persiana si sono avute col recente attacco a due petroliere nello Stretto di Oman, una situazione che potrebbe essere considerata estensiva della guerra nello Yemen condotta dall’Arabia Saudita col sostegno dell’occidente. A questo punto, l’annunciato aumento del movimento militare statunitense verso la regione fece tremare momentaneamente i prezzi, nella lotta del governo USA per far uscire l’Iran dal mercato petrolifero una volta che l’amministrazione Trump soppresse gli accordi firmati cogli iraniani per la regolamentazione dell’attività nucleare, come è noto. I recenti avvenimenti sull’Iran hanno la componente trasversale dell’erratica politica estera nordamericana, divenuta pericolosa con la deriva che generare rotture politiche su più fronti contemporaneamente. Assieme al’incapacità di fare pressione sulle relazioni internazionali come una volta. Diversi Paesi consumatori di greggio iraniano, come Unione europea e Giappone, si sono preparati ad evitare il veto nordamericano contro i persiani, non solo per stabilire un’opposizione agli statunitensi, ma anche per proteggere i loro interessi come consumatori in un mercato instabile. D’altra parte, il Venezuela vedeva l’uscita di circa 580mila barili di greggio negli ultimi otto mesi per ragioni dirette e indirette del blocco USA alle operazioni della PDVSA, nel quadro dell’agenda per indebolire e abbattere il governo del Presidente Nicolás Maduro.

Il Venezuela afferma la propria posizione nell’OPEC
Gli Stati Uniti gonfiavano le turbolenze petrolifere globali, seguendo in Venezuela lo stesso schema attuato in Iran, esercitando il potere di veto commerciale per “piegare” i Paesi bersaglio. La perdita di greggio venezuelano sul mercato statunitense implica un grave impatto diretto e profondo sul mercato del greggio pesante e extrapesante, dato che gli statunitensi hanno più del 50% della capacità mondiale di raffinazione di questo tipo di greggio. I raffinatori nordamericani che erano soliti rifornirsi di greggio venezuelano si volgevano in Messico, Colombia, Ecuador e Canada per cercare di coprire la diminuzione dei rifornimenti alle loro raffinerie, costruite per il denso greggio del Venezuela. L’amministrazione Trump, che voleva smantellare lo Stato nazionale venezuelano, apriva un sanguinoso episodio sul fronte occidentale nel 2019, inferendo nel mercato petrolifero cogli spasmi della loro politica estera conflittuale.

La ratifica della posizione venezuelana
La decisione di Vienna ratifica l’impegno dei Paesi produttori di petrolio di preservare stabilità ed equilibrio del prezzo del petrolio, di fronte a una vulnerabilità geopolitica trasversale e riconoscendo le debolezze dei Paesi consumatori. Manuel Quevedo certificava all’organismo, nella veste di presidente della Conferenza dei Ministri, che “negli ultimi 30 mesi circa abbiamo avuto un successo significativo nel ridurre i livelli di deposito, riportando il saldo relativo del mercato e sviluppando maggiore stabilità dei prezzi sostenibili”. Nell’accordo tra OPEC e Paesi non OPEC di due anni e mezzo prima, il Venezuela ebbe un ruolo chiave come figura di promozione e mediazione tra i membri. Così Muhamad Barqindo il 1 luglio fu rieletto segretario generale dell’organizzazione per altri tre anni, con decisione unanime della Conferenza. Tuttavia, ora le circostanze per la nazione caraibica sono molto diverse da quelle di due anni prima. Il ruolo del Venezuela nell’OPEC parte dall’affermare la posizione di Paese esportatore contro il blocco degli Stati Uniti che vi pesa. Nell’incontro, il Ministro Quevedo indicava che il Venezuela alzava la voce per “evitare di utilizzare il mercato del petrolio come strumento per attaccare l’economia delle nazioni sovrane, influenzando direttamente benessere e sviluppo della popolazione. Cosa senza dubbio ingiusta, immorale e illegale, soprattutto per chi persegue il dominio”, dichiarava in chiaro riferimento al governo degli Stati Uniti. L’incontro di Vienna ratificava la posizione venezuelana e iraniana sui rischi generati da Washington nel sostenere l’instabilità del mercato petrolifero, nel propagare il dissenso e nel promuovere fratture commerciali nell’ambito di pressioni insensate e belluine.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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