La storia segreta di come Cuba pose fine all’apartheid in Sudafrica

Democracynow 11 dicembre 2013

AMY GOODMAN: Beh, per saperne di più sul ruolo chiave di Cuba nella lotta per porre fine all’apartheid in Sud Africa, abbiamo raggiunto a Washington DC Piero Gleijeses, professore di politica estera statunitense presso la School of Advanced International Studies dell’Università Johns Hopkins. Sulla base delle fonti d’archivio di Stati Uniti, Sudafrica e Cuba fornisce uno sguardo inedito nel suo ultimo libro, Visioni di Libertà: L’Avana, Washington, Pretoria e la lotta per l’Africa australe, 1976-1991. Professor Gleijeses, benvenuto su Democracy Now! Ci parli di questo rapporto chiave, perché Cuba fu così fondamentale per il movimento anti-apartheid.
PIERO GLEIJESES: Cuba fu l’unico Paese al mondo che inviò i suoi soldati ad affrontare l’esercito dell’apartheid sconfiggendolo per due volte, nel 1975-1976 e nel 1988. E a L’Avana, quando la visitai nel luglio 1991, non saprò ripetere esattamente le parole di Nelson Mandela, ma disse: “La vittoria di Cuba”, riferendosi alla vittoria cubana sui Sudafricani in Angola nel 1988, “ha distrutto il mito dell’invincibilità dell’oppressore bianco e ispirato le masse combattenti del Sud Africa. Cuito Cuanavale, “una vittoria dei cubani in Angola”, fu la svolta nella liberazione del nostro continente e del mio popolo dal flagello dell’apartheid”. Quindi.

AMY GOODMAN: Per un paese che sa molto poco, il professor Gleijeses, sull’esperienza cubana nell’intervento militare in Angola, puoi fare un passo indietro e spiegare cosa fece il Presidente Castro, cosa fecero Fidel Castro e i soldati cubani?
PIERO GLEIJESES: Sicuro. Nel 1975 si ebbe la decolonizzazione dell’Angola, colonia portoghese destinata a diventare indipendente l’11 novembre 1975. C’era la guerra civile tra tre movimenti: uno sostenuto dai cubani, negli anni della lotta contro i portoghesi; gli altri due erano supportati da Sud Africa e Stati Uniti. E il movimento sostenuto dai cubani, l’MPLA , che oggi è al potere in Angola, avendo vinto libere elezioni, era sul punto di vincere la guerra civile. Ed era a quel punto, secondo la parafrasi di ciò che mi disse il capo della stazione della CIA in Angola, perché era il movimento più radicato e coi migliori leader, il miglior programma. E per impedirne la vittoria, la vittoria del MPLA nell’ottobre del 1975, incalzata da Washington, ci fu l’invasione dal Sudafrica. E le truppe sudafricane avanzarono su Luanda, che avrebbero preso schiacciando l’MPLA se Fidel Castro non avesse deciso d’intervenire. E tra novembre 1975 e aprile 1976, 36000 soldati cubani si riversarono in Angola respingendo i sudafricani in Namibia, allora governata dal Sudafrica. E questo ebbe un enorme impatto psicologico, parlando del Sudafrica, sia tra i bianchi che i neri. E il principale giornale sudafricano nero, The World, scrisse in un editoriale nel febbraio 1976, nel momento in cui le truppe sudafricane erano ancora in Angola, ma i cubani lo respingevano: avevano evacuato l’Angola centrale. Erano nel sud dell’Angola. Era chiaro, e questo giornale, The World, scrisse: “L’Africa nera cavalca la cresta dell’onda generata dalla vittoria cubana in Angola. L’Africa nera assapora il vino inebriante della possibilità di ottenere la liberazione totale”. E Mandela scrisse che era in carcere nel 1975 quando venne a sapere dell’arrivo delle truppe cubane in Angola, ed era la prima volta che arrivava un Paese da un altro continente non per portare via qualcosa, ma per aiutare gli africani a raggiungere la libertà. Questo fu il primo vero contributo di Cuba alla liberazione del Sudafrica. Era la prima volta nella memoria che i giganti bianchi, l’esercito dell’apartheid, erano costretti a ritirarsi. E si erano ritirati per mano di un esercito non bianco. E in una situazione di colonialismo interno, questo fu estremamente importante. E in seguito, i cubani rimasero in Angola per proteggere l’Angola dall’esercito sudafricano. Persino la CIA riconobbe che i cubani erano la garanzia dell’indipendenza dell’Angola. E in Angola addestrarono l’ANC, l’African National Congress, di Mandela. E si svilupparono relazioni molto strette tra i due. Non so se vuoi che vada avanti e parli del momento successivo, o se vuoi interrompermi con alcune domande.

NERMEEN SHAIKH: Sì, Professore Piero Gleijeses, se potesse parlare in modo specifico del ruolo di Che Guevara in Africa?
PIERO GLEIJESES: Sì, Che Guevara non ebbe niente a che fare col Sudafrica.

NERMEEN SHAIKH: In Africa, però, nel Congo e in Angola.
PIERO GLEIJESES: Sì, capisco. Il ruolo di Che Guevara nel 1964, 1965 – alla fine del 1964, Che Guevara fu inviato da Fidel Castro come massimo rappresentante nell’Africa sub-sahariana, fu la prima visita di un alto leader cubano nell’Africa sub-sahariana, perché i cubani credevano che ci fosse una situazione rivoluzionaria in Africa centrale e volevano aiutarla. E Che Guevara stabilì relazioni con una serie di movimenti rivoluzionari. Uno di essi era l’MPLA , il Movimento per la Liberazione dell’Angola, che aveva sede in Congo-Brazzaville. E nel 1965, i primi cubani combatterono in territorio angolano insieme al MPLA. Ma il ruolo principale di Che Guevara è che guidò un gruppo di cubani in Congo, l’ex-Congo belga, dove ci fu la rivolta di seguaci del defunto Lumumba contro il governo centrale imposto dagli Stati Uniti. E gli Stati Uniti avevano creato un esercito di mercenari bianchi, i giganti bianchi, soprattutto sudafricani e rodesiani e poi europei, per schiacciare questa rivolta. E i cubani si recarono su richiesta dei ribelli, del governo egiziano, dell’Algeria e della Tanzania, ad aiutare i ribelli.

AMY GOODMAN: Uh-
PIERO GLEIJESES: E-si?

AMY GOODMAN: Professore, volevo tornare in Angola-
PIERO GLEIJESES : Sì.

AMY GOODMAN: E questa volta riporto l’ex-segretario di Stato nordamericano Henry Kissinger, che spiegava perché gli Stati Uniti erano preoccupati dalle truppe cubane che Fidel Castro aveva inviato a combattere in Angola. Dopo Kissinger, sentirai Fidel Castro in persona.

SEGRETARIO DI STATO HENRY KISSINGER: Abbiamo pensato, sull’Angola, che se l’Unione Sovietica potesse intervenire a tali distanze, da zone lontane dalle tradizionali preoccupazioni della sicurezza russa e quando le forze cubane potevano essere inviate in zone di conflitto lontane, e se l’occidente non riusciva porre un ostacolo, allora l’intero sistema internazionale poteva essere destabilizzato.

PRESIDENTE FIDEL CASTRO: Si trattava di globalizzare la nostra lotta alle pressioni e vessazioni globalizzate degli Stati Uniti. A questo riguardo non coincidevamo col punto di vista sovietico. Agimmo, ma senza la loro collaborazione. Piuttosto fu il contrario.

AMY GOODMAN: Questo il Presidente Fidel Castro e, prima il segretario di Stato Henry Kissinger dal documentario CIA & Angolan Revolution. Professor Gleijeses?
PIERO GLEIJESES: OK, due punti. Uno, Kissinger non disse che i cubani intervennero in risposta all’invasione sudafricana e che gli Stati Uniti erano conniventi coi sudafricani che invitarono all’invasione. Quindi qui, c’è una questione piuttosto importante di cronologia. Il secondo punto è che nell’ultimo volume delle sue memorie, Kissinger, che in generale è una persona molto arrogante, riconosce di aver fatto un errore. E l’errore che fece fu di dire che i cubani erano intervenuti come delegati dell’Unione Sovietica. E scrive nelle sue memorie che in realtà fu una decisione cubana e che i cubani erano intervenuti imponendo ai sovietici il fatto compiuto. E poi su fa una domanda nelle sue memorie: perché Castro prese questa decisione? E la risposta è che Fidel Castro era probabilmente, cito, “il più genuino leader rivoluzionario allora al potere”. Quindi, ci sono due Kissinger, se vuoi, il Kissinger delle sue memorie, dove lui dice alcune cose che in realtà sono vere.

AMY GOODMAN: Piero Gleijeses, perché sei così furente ora? Hai appena sentito il membro del Congresso Lehtinen della Florida attaccare John Kerry, sai, il significato della stretta di mano tra il presidente Obama e il Presidente Raúl Castro proprio lì allo stadio di Soweto al servizio funebre di Nelson Mandela.
PIERO GLEIJESES: Penso che sia patetico e rifletta l’etica e la politica degli Stati Uniti. Obama, il presidente Obama, fu accolto con applausi in Sudafrica quando parlò, ecc. Perché era il primo presidente nero degli Stati Uniti. Ma il ruolo degli Stati Uniti come Paese, come governo, governi passati, nella lotta per la liberazione del Sudafrica è vergognoso. In generale, eravamo dalla parte del governo dell’apartheid. E il ruolo di Cuba fu uno splendido ruolo a favore della liberazione. Quella stretta di mano oltrepassava tale particolare problema, la stretta di mano era attesa da tempo. L’embargo è assurdo, è immorale. E abbiamo qui un presidente che si è inchinato al re dell’Arabia Saudita, mi dispiace, certamente non è democrazia. Voglio dire, anche Obama dovrebbe saperlo. Quindi è una situazione assurda. Il problema con Obama è che i suoi discorsi sono buoni, i suoi gesti sono buoni, ma non c’è un seguito. Quindi, sfortunatamente, è solo un gesto, lungamente atteso che non cambia la vergognosa politica statunitense.

NERMEEN SHAIKH: Professor Piero Gleijeses, prima di concludere, passiamo a Fidel Castro parlando in Sudafrica durante la sua visita nel 1998.
PRESIDENTE FIDEL CASTRO: Lasciate che il Sudafrica sia modello di un futuro più giusto e umano. Se può, saremo tutti in grado di farlo.
NERMEEN SHAIKH: Fidel Castro parlava nel 1998 in Sud Africa coll’ex-presidente, appena scomparso, Nelson Mandela che l’applaudiva. Piero Gleijeses, abbiamo solo un minuto. Potresti parlare di cosa ti ha sorpreso di più nella tua ricerca negli archivi cubani su questa vicenda?
PIERO GLEIJESES: Beh, ci sono un sacco di cose. Uno è l’indipendenza della politica cubana nei confronti dell’Unione Sovietica. Ci furono scontri tra Fidel Castro e Gorbaciov, tra i leader della missione militare cubana in Angola e i leader sovietici, che cito effettivamente nel mio libro e che rendono la lettura davvero affascinante. Questa è una cosa. Ma un’altra cosa che mi ha colpito molto è il rispetto con cui i cubani trattarono il governo angolano. Questo è molto importante, perché il governo angolano dipendeva da Cuba per la sopravvivenza, la presenza delle truppe cubane come scudo contro l’invasione sudafricana, una costante minaccia, e l’assistenza tecnica molto ampia e generosa che Cuba forniva all’Angola. E la tendenza sarebbe stata trattare un governo così dipendente con una sorta di superiorità. E questo è qualcosa che non ho mai trovato nelle relazioni internazionali, questo rispetto con cui Cuba trattò ciò che, da tutti i punti di vista, avrebbe dovuto essere un governo cliente. Ed è particolarmente sorprendente per chi studia e vive negli Stati Uniti, perché seriamente il governo degli Stati Uniti non tratta il governo che gli dipende con molto rispetto.

AMY GOODMAN: Piero Gleijeses, grazie mille per essere stato con noi.
PIERO GLEIJESES: Piacere mio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Il missile di Tel Aviv, il drone su Hormuz e l'accordo nucleare Successivo La crisi USA/Iran vista dal Sol Levante