Il missile di Tel Aviv, il drone su Hormuz e l’accordo nucleare

Nasir Qandil, traduzione dall’arabo di Muna Alno-Naqal, articoli del 21 e 22 giugno di al-BinaaTop News Reseau International, 25 giugno 2019

Quando Israele si preparava alle elezioni anticipate tra fine 2018 e aprile 2019, diverse analisi richiesero una guerra di Netanyahu su Gaza per assicurarsi la vittoria. Poiché la guerra non si ebbe, tali previsioni furono rimandate a dopo le elezioni per facilitare la formazione del governo. Poi, quando Netanyahu non riuscì a formare il governo e la guerra non ebbe luogo, alcuni continuarono a parlare di guerra futura. Nel frattempo, un razzo da Gaza cadde vicino Tel Aviv (14 marzo 2019) e l’incidente si ripeté, giustificando la guerra promessa. Ma Netanyahu non iniziò la sua guerra, semplicemente adottò le spiegazioni degli egiziani, secondo cui i fattori meteorologici erano all’origine del primo incidente e un errore umano del secondo. Tuttavia, i razzi diedero il loro messaggio: la regola d’ingaggio di ogni futura guerra sarà Gaza contro Tel Aviv. Quanto a Washington, che dichiarava di aver mobilitato la sua armata nel Golfo come deterrenza volta a far capire agli iraniani che mirare a uno dei suoi alleati significava guerra Stati Uniti-Iran, per poi annunciare di avere prove del coinvolgimento dell’Iran e dei suoi alleati negli incendi delle petroliere verificatisi poche settimane dopo (4 petroliere nelle acque territoriali degli Emirati Arabi e 2 nel Golfo di Oman, per non parlare dell’attacco all’oleodotto saudita riconosciuto dagli huti; semplicemente affermava che l’esercito nordamericano interverrebbe direttamente solo se le sue forze venissero prese di mira. Chi comprende il significato della parola “deterrenza” si chiese cosa sarebbe rimasto dopo questa ritirata, chi non la capisce sentiva il bisogno di vedere l’Iran andare oltre nella dimostrazione delle rispettive false pretese. Bisogno esaudito (il 20 giugno) con la distruzione del non plus ultra dell’arsenale dello spionaggio operativo statunitense: un velivolo di oltre 200 milioni di dollari abbattuto da un missile di fabbricazione iraniana, mentre era 14 km di altitudine…
Il presidente nordamericano iniziò dicendo che si sarebbe visto; poi, in presenza del suo ospite canadese, osservò che l’azione non fece vittime, il che implicitamente significava che non meritava la guerra. In seguito, ipotizzò che l’operazione potesse essere dovuta a un errore di un ufficiale iraniano, mentre i funzionari iraniani riconobbero la loro responsabilità nell’abbattimento del velivolo, spiazzando in tal modo il concetto di deterrenza statunitense. Il problema con statunitensi e israeliani è che dato che non hanno spezzato la volontà della Resistenza con le guerre, immaginavano che l’assedio di Gaza, le sanzioni all’Iran e alle forze della l’Asse della Resistenza alla fine prevalessero potendo disporre del tempo necessario a questo scopo, senza incontrare provocazioni, senza essere trascinati sul campo di battaglia, senza subire umiliazioni e costrizioni di nuovi equilibri sul terreno militare; vincoli che li costringerebbero a negoziare al di fuori del gioco delle sanzioni e degli embarghi. Infatti, Israele, costretto ad accettare la tregua con Gaza alle condizioni dettate dalle forze della Resistenza, vorrebbe che gli Stati Uniti scivolino nella guerra contro l’Iran. Lo stesso vale per gli aggressori dello Yemen, sauditi ed emiratini, che dovettero accettare la tregua di Hudayda alle condizioni dettate da “Ansarullah” (gli huti), mentre gli statunitensi affrontano le sfide dell’esplosione dei prezzi del petrolio o i negoziati per il rilassamento alle condizioni iraniane che sanno a cosa arrivare, quando e come. Infatti, il 22 giugno, mentre fonti attendibili iraniane affermavano che il comando del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione aveva dato l’ordine di dirigere le piattaforme missilistiche verso le basi nordamericane impiantate nel Golfo, e informato i soliti messaggeri tra Teheran e Washington che qualsiasi attacco a qualsiasi sito iraniano sarebbe considerato dichiarazione di guerra, i dibattiti a Washington ruotarono su come evitare la guerra, alla Casa Bianca ceracvano una via per salvare la faccia, mentre i capi del Partito Democratico misero alla ribalta l’accordo nucleare iraniano firmato dall’ex-presidente Barack Obama, considerando che il ritiro da questo accordo fu un grave errore e che chi lo decise metteva in difficoltà gli Stati Uniti, minando il prestigio del suo esercito e dando all’Iran l’opportunità di brillare nella situazione
Nelle capitali europee, che temevano questo momento mentre subivano forti pressioni per aderire alle sanzioni decretate dagli Stati Uniti, che si limitavano a rispondere che non potevano rivelare il loro piano, sapevano cosa facevano e che l’Iran era sul punto di capitolare ed accettare nuove condizioni per non soffocare, si fu sorpresi infine di apprendere che la loro mediazione veniva sollecitata da Washington per far accettare a Teheran l’attacco degli Stati Uniti pre-concordato per salvare la faccia del presidente nordamericano! Un presidente che dice di non volere lo scontro, a differenza degli iraniani che avevano già detto di esservi pronti nel caso l’Iran fosse preso di mira in un modo o nell’altro. Allo stesso tempo, nervosismo, preoccupazione e paura di vedere i missili che cadergli sulle loro teste, nel caso in cui la situazione sfuggisse al controllo, dominavano in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, senza nessuno dei capi osare ammettere di aver incessantemente invitato gli Stati Uniti a ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano. Al contrario, a Tel Aviv e Gerusalemme occupata, i media riferirono di una attiva mobilitazione delle lobby filo-israeliane a Washington, chiedendo al presidente cosa intendesse fare per impedire ad Israele e ai suoi alleati di trasformarsi in poligoni di tiro se gli Stati Uniti avessero compiuto un’azione suscitando la collera degli iraniani, poiché avevano dichiarato che in questo caso le strutture israeliane sarebbero diventati obiettivi legittimi, costringendo Israele ad imbarcarsi in una guerra al di là delle sue capacità mentre Washington dichiarava che non voleva essere coinvolta in una guerra globale. Inoltre, alcuni commentatori parlarono della richiesta esplicita d’Israele di astenersi da qualsiasi azione militare senza garanzie preventive evitando qualsiasi rappresaglia. Altri si chiesero se non fosse Netanyahu a spingere Trump a ritirarsi dall’accordo sul nucleare con la motivazione che fosse utile agli interessi d’Israele.
Solo Mosca aveva previsto che l’Iran non avrebbe tollerato tale provocazione, che avesse i mezzi e che la mobilitazione nordamericana nel Golfo non costituisse una forza protettrice delle politiche del presidente Trump. Pertanto, Mosca guardava al momento in cui questa debolezza sarebbe venuta alla luce, per proporre la costituzione di una piattaforma internazionale che garantisse l’accordo nucleare, compresa la parte riguardante gli interessi commerciali dell’Iran, coll’approvazione Stati Uniti; l’unico modo per ripristinare la calma e la stabilità nella regione. Mosca quindi avviava consultazioni con Unione europea, Cina e Giappone e annunciava molto rapidamente, con una dichiarazione del Consiglio di sicurezza della Federazione russa, la disponibilità a sponsorizzare una coalizione internazionale che garantisca gli interessi finanziari e delle compagnie petrolifere dell’Iran. Nel frattempo, sull’incontro tripartito tra i consiglieri della sicurezza nordamericani, israeliani e russi a Gerusalemme in programma per il 24 giugno); Mosca rispose che gli interessi dell’Iran dovrebbero essere presi in considerazione.
In breve, l’equazione stabilita da Washington equivaleva a una guerra finanziaria globale fino alla totale cessazione della guerra militare, vale a dire la cessazione della resistenza in Palestina, Yemen, Libano, Siria e Iraq. L’Iran rispose che la guerra finanziaria globale significava guerra militare globale, con tutto ciò che comporta uno scontro USA-Iran. Oggi, questa equazione tende a essere risolta con una semiguerra militar-finanziaria. In modo che la Resistenza continui, l’embargo e le sanzioni continuino, anche se la Resistenza non è una guerra globale e le sanzioni non dovrebbero neanche esserci. Queste sono le nuove regole d’ingaggio imposte dall’Iran con un’intelligenza strategica che sapeva sfruttare e tenere il gioco del tempo e della geografia. La protezione dell’Accordo nucleare, con o senza l’approvazione degli Stati Uniti, si fa strada verso il Vertice del G20.

Nasir Qandil è un politico libanese, ex-deputato e redattore del quotidiano al-Bina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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