Provocare l’Iran potrebbe scatenare la distruzione dell’economia mondiale

Federico Pieraccini, SCF 23 giugno 2019

Le tensioni nel Golfo Persico raggiungono il punto di non ritorno. Nelle scorse settimane, sei petroliere furono sottoposte a sabotaggio israeliano camuffato da attacchi iraniani per indurre gli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare contro la Repubblica islamica. Qualche giorno prima l’Iran aveva giustamente abbattuto un drone nordamericano. In Yemen, gli huthi finalmente rispondevano con missili balistici e da crociera agli attacchi indiscriminati dei sauditi, provocando danni all’aeroporto internazionale saudita di Abha, oltre a bloccare, con droni esplosivi, il trasporto del petrolio saudita da est a ovest attraverso uno di i più grandi oleodotti del mondo. Come se la situazione politica e militare in quel momento non fosse tesa e abbastanza complessa, i due gruppi di potere più importanti negli Stati Uniti, FED e complesso militare-industriale, affrontano problemi che minacciano di sminuire lo status di Washington come superpotenza mondiale. La FED potrebbe trovarsi a difendere il ruolo del dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale in un qualsiasi conflitto nel Golfo Persico che vedrebbe il costo del petrolio salire a 300 dollari al barile, minacciando trilioni di dollari in derivati e facendo crollare l’economia globale. Il complesso militare-industriale sarebbe a sua volta coinvolto in una guerra che non saprebbe contenere e persino vincere, distruggendo l’immagine d’invincibilità degli Stati Uniti e infliggendo un colpo mortale alla loro capacità di proiettare il potere nei quattro angoli del mondo. Basta vedere come rimasero sorpresi i funzionari statunitensi sulle capacità dell’Iran di abbattere un Drone USA avanzato: “La capacità dell’Iran di bersagliare e distruggere il drone nordamericano ad alta quota, sviluppato per sfuggire ai missili terra-aria usati, ha sorpreso alcuni funzionari del dipartimento della Difesa, che l’hanno interpretato come dimostrazione di quanto difficile possa Teheran rendere le cose agli Stati Uniti mentre schierano più truppe e aumentano la sorveglianza nella regione”.

FED e difesa del dollaro
L’economia basata sul dollaro USA ha un enorme problema d’indebitamento causato dalle politiche economiche post-2008. Tutte le banche centrali hanno azzerato i tassi d’interesse o addirittura resi negativi, continuando così a nutrire altrimenti le economie morenti. La banca centrale delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali, un’entità difficilmente nota alla maggior parte delle persone, dichiarava che “l’ammontare nozionale eccezionale dei contratti derivati è 542 trilioni di dollari”. Il PIL totale combinato di tutti i Paesi del il mondo è di circa 75 trilioni di dollari. Con le dimensioni del problema così inteso, è importante analizzare come Deutsche Bank (DB), una delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo, se ne occupi. La sola banca tedesca ha un patrimonio di circa 40 trilioni di dollari in derivati, più della metà del PIL globale annuale. La loro soluzione, per nulla innovativa o efficace, fu la creazione di un’altra cattiva banca in cui versare almeno 50 miliardi di dollari di attività a lungo termine, chiaramente tossiche. Reuters spiega: “La banca cattiva avrebbe ospitato o venduto beni valutati per 50 miliardi di euro (56 miliardi di dollari), dopo aver aggiustato il rischio e comprendendo principalmente derivati a lungo termine. Le misure fanno parte di una significativa ristrutturazione della banca di investimenti, una delle principali fonti di reddito del più grande istituto di credito tedesco, che lottava per generare profitti continui dopo la crisi finanziaria del 2008″. Pertanto, non solo Deutsche Bank accumulava decine di miliardi di dollari in opzioni e titoli spazzatura, ma cercava di ottenere un profitto elusivo dal 2008, l’anno della crisi finanziaria. La Deutsche Bank è gravida di obbligazioni tossiche e di debiti gonfiati e mantenuti in vita attraverso il flusso di denaro dei quantitative easing (QE) di Banca centrale europea, FED e Banca centrale giapponese. Senza il QE, l’intera economia del mondo occidentale sarebbe in recessione con una serie di bolle esplosive, come nel debito pubblico e privato. Se l’economia si riprendeva, come ci dicono i cosiddetti esperti finanziari, i tassi delle banche centrali aumenterebbero. Invece, i tassi sono crollati da circa un decennio, fino al punto di diventare prestiti negativi. Se la tendenza finanziaria occidentale è indubbiamente orientata verso un abisso economico come conseguenza delle politiche monetarie impiegate dal 2008 per mantenere in vita un’economia morente, qual è il piano di salvataggio del dollaro USA, del suo status di valuta di riserva globale ed estensione dell’egemonia statunitense? In poche parole, non esiste un piano di salvataggio. Non ce ne potrebbe essere perché la prossima crisi finanziaria cancellerà senza dubbio il dollaro USA come valuta di riserva globale, ponendo fine all’egemonia statunitense finanziata da un potere di spesa illimitato. Tutti i Paesi che possiedono un minimo di previsione sono in procinto di de-dollarizzare le economie convertendo le riserve strategiche da obbligazioni governative statunitensi a materie prime come l’oro.

Il complesso militare-industriale e la dura realtà in Iran
In questa situazione economica che non offre scampo, l’immediato effetto geopolitico è un’ondata di minacce belliche in punti strategici come il Golfo Persico. Il rischio di una guerra di aggressione contro l’Iran da parte dell’asse saudita-sionista-statunitense avrebbe poche possibilità di successo, ma probabilmente riuscirebbe a devastare definitivamente l’economia globale come conseguenza dell’impennata dei prezzi del petrolio. Il rischio di guerra all’Iran da parte di tale triade sembra essere il tipico stratagemma del cattivo fallito che, invece di ammettere la sconfitta, preferirebbe tirare il tappeto da sotto i piedi di tutti per trascinarli on sé. Le petroliere colpite e poi le accuse all’Iran senza prove sono un primo esempio di come creare la giustificazione plausibile per bombardare Teheran. A un esame più attento, diventa evidente che le azioni di Bolton e Pompeo sembrano volte a prolungare il momento unipolare degli Stati Uniti, continuando a rilasciare diktat ad altri Paesi e non riconoscendo la realtà multipolare in cui viviamo. Le loro politiche e azioni accelerano la dispersione del potere dagli Stati Uniti verso altre grandi potenze come Russia e Cina, che hanno entrambe un’enorme influenza nel Golfo Persico. La minaccia di causare un conflitto nel Golfo Persico, e quindi di far salire il prezzo del petrolio a 300 dollari al barile, non salverà l’egemonia degli Stati Uniti, ma finirà per accelerare l’inevitabile fine del dollaro USA come valuta di riserva globale. Trump rischia di essere schiacciato tra una FED che vede crollare il ruolo del dollaro USA quale valuta di riserva mondiale e la necessità per essa di dare la colpa a qualcuno non legato alle vere cause del collasso, cioè alle politiche monetarie adottata coi QE per prolungare l’agonia economica post-crisi del 2008. Allo stesso tempo, con Trump presidente, i sostenitori neocon-sionisti-sauditi vedono un’opportunità unica nel colpire l’Iran, desiderio permanente da 40 anni. Per quanto sciocca possa sembrare, una guerra contro l’Iran potrebbe essere l’opzione perfetta per soddisfare tutti i gruppi di potere degli Stati Uniti. I falchi avrebbero finalmente la loro guerra contro Teheran, l’economia mondiale affonderebbe ma la colpa sarebbe ricaduta interamente su Trump. Il Donald, di conseguenza, perderebbe ogni possibilità di essere rieletto, quindi ha senso che annulli possibili attacchi come fece dopo che il drone nordamericano fu abbattuto. Pur non essendo all’altezza delle promesse elettorali, Trump sembra consapevole del fatto che la sua strada in caso d’attacco all’Iran saerebbe la sua distruzione politica e probabilmente un conflitto militarmente insostenibile per gli Stati Uniti e in particolare gli alleati sauditi e sionisti. Sarebbe anche il catalizzatore del collasso dell’economia mondiale. Nel tentativo di fare pressione sull’Iran per nuovi negoziati, Trump corre il rischio di fare troppa pressione su Teheran e dare troppo mano libera alle provocazioni di Pompeo e Bolton che potrebbero finire per scatenare una guerra nello Stretto di Hormuz.

Putin e Xi Jinping si preparano al peggio
Il nostro attuale ambiente geopolitico richiede l’attenta e ponderata attenzione dei capi di Stato competenti. I ripetuti incontri tra Putin e Xi Jinping indicano che Russia e Cina attivamente si preparano ad ogni eventualità. Più ci avviciniamo al collasso economico, più le tensioni e il caos aumentano nel mondo grazie alle azioni di Washington e dei suoi stretti alleati. Xi Jinping e Putin, che hanno ereditato questa situazione caotica, s’incontravano almeno una dozzina di volte negli ultimi sei mesi, e più recentemente almeno tre volte in due mesi. Il bisogno urgente è coordinarsi e prepararsi a ciò che accadrà inevitabilmente, ancora una volta cercando di limitare e contenere il danno di uno Stato completamente fuori controllo che diventa un pericolo per tutti, alleati e nemici allo stesso modo. Come recentemente aveva detto Putin: “La degenerazione del modello universalistico della globalizzazione e la sua trasformazione in parodia, caricatura di se stesso, in cui le norme internazionali comuni sono sostituite da leggi amministrative e giudiziarie di un Paese o di un gruppo di Paesi. La frammentazione dello spazio economico globale con una politica di sfrenato egoismo economico e il collasso imposto. Ma questa è la strada per infiniti conflitti, guerre commerciali e forse non solo commerciali. In senso figurato, questa è la strada per la lotta finale di tutti contro tutti. È necessario elaborare un modello di sviluppo più stabile ed equo. Questi accordi non dovrebbero essere solo scritti in modo chiaro, ma dovrebbero essere osservati da tutti i partecipanti. Tuttavia, sono convinto che parlare di un ordine economico mondiale come questo rimarrà un pio desiderio se non poniamo al centro della discussione nozioni come sovranità, diritto incondizionato di ogni Paese alla sua via di sviluppo e, lasciatemi aggiungere, responsabilità nello sviluppo universale sostenibile, non solo propria”. Il portavoce della Cancelleria della Repubblica Popolare Cinese, Hua Chun Ying, fece eco a questo sentimento: “I leader nordamericani dicono che ‘l’era della resa commerciale del loro Paese è giunta al termine’, ma ciò che è finito è la loro intimidazione economica del mondo e la loro egemonia. Gli Stati Uniti devono rispettare nuovamente il diritto internazionale, non arrogarsi diritti e mandati extraterritoriali, devono imparare a rispettare i propri pari salvaguardando relazioni diplomatiche e commerciali trasparenti e non discriminatorie. Cina e Stati Uniti hanno negoziato altre controversie in passato con buoni risultati e le porte del dialogo sono aperte fintantoché basate su rispetto e benefici reciproci. Ma finché queste nuove dispute commerciali persistono, la Cina informa il governo degli Stati Uniti d’America e del mondo intero che imporrà immediatamente dazi reciproci e unilateralmente su 128 prodotti dagli Stati Uniti d’America. Inoltre, pensiamo che smetteremo di comprare il debito pubblico degli Stati Uniti. È tutto, buona notte! ”
Mi chiedo se gli europei capiranno tutto questo prima del disastro imminente. Ne dubito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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