I delegati di Guaidò derubano gli “aiuti umanitari”

Mision Verdad 15 giugno 2019

Il 14 giugno PanamPost, uno dei più politicamente attivi media a favore dell’anti-chavismo fuori dal Venezuela, presentava un rapporto dettagliato che illustra l’appropriazione indebita da parte degli inviati di Juan Guaidó nel gestire gli “aiuti umanitari” schierati sul confine colombiano. Come primo dettaglio di questa pubblicazione, ampiamente divulgata da altri media dell’opposizione, va ricordata la firma di Orlando Avendaño, un giornalista venezuelano caporedattore diel media. Ciò significa che per Panampost, l’esclusività ne accompagna la responsabilità editoriale, comprendendo la sensibilità del problema e le conseguenze. E non cio nondimeno i tanto iperpropagandati “aiuti umanitari” che tentarono d’inviare in Venezuela il 23 febbraio, consistevano in un apparato volto a mettere in contraddizione l’unità della forza militare venezuelana e spezzarne lelinee di comando. Quello era il suo scopo fimale. Tuttavia, anche articolò ul concerto VenezuelaAid, dispiegamento sproporzionato di un armamentario mediatico che indicava la “crisi umanitaria” in Venezuela e, con esso, il flusso di risorse, come quelle approvate da Casa Bianca e Congresso del Stati Uniti, presumibilmente a beneficio della popolazione venezuelana all’estero. Attraverso la pubblicazione, l’indagine sulla gestione delle risorse dei rappresentanti di Guadestó, mette in discussione credibilità e trasparenza dei capi anti-chavisti in modo molto serio, facendone conoscere su scala internazionale il modus operandi di cui il Venezuela è stufo.

Il furto sotto la tenda di Cucutà
La pubblicazione di PanamPost fa un tour dettagliato sulle questioni essenziali dell’appropriazione indebita di enormi quantità di risorse da parte di Rossana Barrera e Kevin Rojas, emissari del “presidente in carica” Guaidó nel gestire fondi e risorse degli “aiuti umanitari”. Spiega le ragioni per cui non c’erano risorse disponibili per la sistemazione dei disertori dalle Forze armate nazionali bolivariane (FANB) a Cúcuta, come emerso mesi fa. La ragione era l’appropriazione indebita e deviazione delle risorse destinate a questi scopi. La frode è anche riportata sul numero effettivo di disertori. Guaidó pretese il sostegno dal governo colombiano per assistere i militari e dava a Ivan Duque un certo numero di disertori, in 1450. Tuttavia, PanamPost pubblicò che l’intelligence colombiana determinò che Barrera e Rojas gonfiarono la cifra, credendo che il numero reale fosse di soli 700. Riguardo ai militari, “ci sono pochi militari decenti”, secondo il giornale citando una fonte di Cúcuta. La logistica degli “aiuti umanitari” implicava, da febbraio, lo spiegamento di “alcol e prostitute” per i militari che “chiedevano e chiedevano”. Alcuni di loro, secondo Avendanho, sarebbero “civili dalle false credenziali”. Le attenzioni ai militari e l’appropriazione indebita spiegano il mancato pagamento dei servizi alberghieri a beneficio degli ex-“militari” messi da parte e poi dimenticati di Guaidó in Colombia.

“Gli aiuti umanitari sono guasti e saranno inceneriti”
Il rapporto cita fonti sul campo che parlano dello stato di un’enorme parte dei propagandati “aiuti”. Secondo essi, “almeno il 60%” era già perso. Indica Miguel Sabal, nominato da Guaidó per gestire le questioni relative all’USAID e le donazioni fatte dai capi della regione: “Tutto ciò che il presidente Pinhera ha inviato non serve più a nulla”. Tale scoperta rivelava che la consegna di “aiuti umanitari” ai venezuelani sul confine colombiano sarebbe stata in realtà altra pubblicità e presentazione di un piano per provare a svuotare i magazzini a Cúcuta. PanamPost sottolineava che la destinazione prevista del cibo guasto era l’incenerimento: “Non sanno cosa fare affinché non ci sia uno scandalo. Lo bruceranno, immagino”, diceva una delle fonti di Avendanho. La causa della perdita del cibo era la creazione di una burocrazia umanitaria al confine, costruita attorno al governo fittizio di Guaidó, che non aveva priorità snellire i meccanismi per effettuare la consegna di tali beni, nemmeno per scopi pubblicitari che caratterizzano l’antichavismo dall’ascesa di Guaidó.

Corruzione, spreco e stile di vita lussuoso
PanamPost esamina le “occupazioni” degli emissari di Guaidó nel gestire fli “aiuti umanitari”. Indicando l’intelligence della Colombia come organismo che emise l’allarme per mesi sulla corruzione, segnata da spreco e spese eccessive e ingiustificabili di Kevin Rojas e Rossana Barrera, che “iniziarono a vivere al di sopra delle loro possibilità”. Il rapporto presenta fatture e liste di spese per importi da 3 milioni di pesos al giorno “in hotel e club”, oltre a spese giornaliere nell’ordine di “mille dollari per cibo e bevande”. Oltre a questo, “abbigliamento costoso nei negozi di Bogotá, veicoli di lusso” tra le altre irregolarità, per importi in dollari inestimabili, solo per particolari spese senza giustificazioni du Barrera e Rojas, ad esclusione di altre diversioni di fondi o appropriazioni indebite. La cifra totale non fu rivelata. La pubblicazione aggrediva soprattutto Rossana Barrera, che secondo PanamPost è la cognata del deputato di Voluntad Popular Sergio Vergara, “braccio destro di Guaidó” dall’incarcerazione di Roberto Marrero ad armare e finanziare una rete di mercenari nel territorio venezuelano. Secondo il rapporto, le autorità colombiane avvertirono Caracas, e Juan Guaidó e Leopoldo López sapevano delle irregolarità, ignorando il “fastidio” del governo di Iván Duque e, al contrario, “difendendo alla morte” i loro emissari. I media indicavano anche Luis Florido come altro difensore feroce di Barrera sulle accuse che gli sarebbero state fatte dalle istituzioni colombiane per tali azioni, quando agiva da avvocato sul controllo delle spese.

Reazioni a una corruzione incoerente
La prima reazione era di Luis Almagro, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS) e articolatore dell’assedio al Venezuela. Almagro parlava su twitter chiedendo alla giurisdizione competente di “determinare e richiedere le responsabilità” sulle “gravi accuse” formulate nel rapporto. Ciò implica che Almagro dà per scontata la validità dei segnali sull’ambiente di Guaidó e suoi emissari, supportando la scoperta di un’evidente corruzione. Tuttavia, se dall’anti-chavismo vi erano già segnali sul caso di “aiuti umanitari” e risorse inappropriatamente sfruttate in Colombia. Una proveniva da Alberto Franchesqui, ex-affarista e politico venezuelano di stanza a Miami. Il vecchio oppositore usò i social network per denunciare Julio Borges e Carlos Vecchio, quest’ultimo “ambasciatore” di Guaidó negli Stati Uniti, come agenti del furto delle attività finanziarie di CITGO Petroleum Corporation, società di proprietà dello Stato venezuelano e di fatto espropriata dal governo degli Stati Uniti.

La giurisprudenza della direzione di Guaidó
Con la pubblicazione di PanamPost, Juan Guaidó e Leopoldo López avrebbero il compito di assicurare il rispetto fedele del corretto utilizzo delle risorse assegnate dagli “aiuti umanitari”. E tale fatto è assurdo a prima vista, tanto per cominciare, Juan Guaidó non esercita alcun vero potere politico, data l’assenza di meccanismi istituzionali intrinseci che supportano la sua inesistente amministrazione. Domanda che lo disabilita ad agire come amministratore del suo “governo” intangibile. D’altra parte, Leopoldo López è ospite dell’ambasciata spagnola a Caracas, un latitante privo di un meccanismo efficace per esercitare alcun controllo su assolutamente nulla. In altre parole, la giurisprudenza della gestione di queste risorse al di fuori del Venezuela parte dalla semplice discrezione di due capi che hanno stabilito una posizione a favore dei loro emissari nominati dall’intelligence colombiana per sottrarre fondi agli “aiuti umanitari”. La prova che lo Stato proto-parallelo venezuelano creato all’estero opera con la consueta corruzione, dato che non sono soggetti ad alcun controllo istituzionale che ne regoli le azioni. Questa affermazione non è avventata. In Venezuela, l’Assemblea nazionale non attività valida. E al di fuori del Venezuela, non vi è alcuna Corte Suprema od organismo che regoli “ambasciatori”, “emissari” e “funzionari ad hoc” di Guaidó, che ora hanno di fronte il patrimonio congelato della Repubblica e risorse degli “aiuti”. Chi controlla tali funzionari? L’ex-procuratrice generale venezuelana e latitante Luisa Ortega Díaz, fu interrogata per le sue azioni e posizione dal chavismo? Neanche Ortega è d’esempio nella giurisprudenza dell’era Guaidó. Chi la regola?

Probabile rappresaglia contro Oslo
Per le autorità statunitensi e colombiane, corruzione e truffa che caratterizzano i capi venezuelani anti-chavisti non dovrebbero sorprendere, proprio a causa del loro eccezionale ventennale passato di truffatori professionisti. La domanda è: perché questo vaso è stato aperto? Perché infastidisce? E ancora più interessante: perché Luis Almagro dava per scontato in modo pubblico questi fatti che infangano l’ambiente più vicino a Juan Guaidó? Ai fini della politica nelle sue espressioni più pragmatiche, vi è totale incongruenza in Almagro che accusa Guaidó al momento attuale. Questo accade proprio quando la figura del “capo” fabbricato si disgrega e agisce per una campagna pre-elettorale che erige il proprio nome, in tournée in Venezuela, come figura presidenziale, così sollecitato a un minimo controllo dei danni senza parlare molto del caso su Twitter. Il tutto in un contesto in cui il negoziato tra Chavismo ed opposizione ad Oslo metteva in primo piano l’agenda elettorale, in quanto è un evento che rigetta la road map violenta e chiusa che Washington intraprese a gennaio. È probabile che il crollo dell’agenda destituente in Venezuela nei termini in cui Washington lo sollevò mesi fa, si stia anche frammentando attorno al complotto antichavista all’estero e nel paese, come effetto a cascata del crollo tattico che presuppone la frattura della coesione di gennaio e febbraio. Tale fenomeno è evidente con María Corina Machado e Antonio Ledezma, che poneva chiaramente contro il dialogo e lo smantellamento della road map del licenziamento del Chavismo con la forza. O di Donald Trump e del fallito piano di John Bolton per il Venezuela. O come in questo caso: Luis Almagro, oppositore al dialogo di Oslo, che sottolineava la “corruzione” nella “gestione” di Guaidó, dopo averlo acclamato “presidente” che avrebbe richiesto l’intervento militare che tanto spesso richiese contro il Venezuela. La possibilità della perdita di coesione nell’antichavismo su vari livelli e direzioni, è alta. In sostanza, questo episodio che squalifica l’opposizione, ora attraversato dalla corruzione rivelata dai settori correlati, tralascia alcune risposte ma apre la strada a nuove domande da chiarire.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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