La crisi della democrazia occidentale si specchia nella guerra al Venezuela

Fernando Casado, Reseau International 10 giugno 2019

Con una socialdemocrazia in crisi dopo 75 anni di egemonia bipartisan e l’ascesa del populismo di destra rappresentato da partiti e politici che potrebbero essere descritti come fascisti del XX secolo (in contrapposizione al cosiddetto socialismo del XXI secolo), l’occidente affronta sfide che riguardano anche comprensione e concezione della democrazia (liberale rappresentativa). Pertanto, democrazia o poliarchia, come giustamente definiva il nostro sistema di governo Robert Dahl, è più svalutata che mai di fronte alle attuali trasformazioni geopolitiche in cui la leadership occidentale è sfidata per la prima volta da più di 500 anni. In questo momento, i tamburi di guerra e dell’interventismo straniero in Venezuela risuonano da tempo. La retorica ufficiale ha reso l’attuale governo capro espiatorio da sacrificare per proteggere diritti umani e libertà. L’occidente, cogli Stati Uniti in testa e il sostegno dell’Unione europea (con l’eccezione di Italia e Grecia) e importanti Paesi latino-americani riuniti nel gruppo di Lima, illustra una propaganda raramente vista prima consacrando presidente legittimo, senza alcun controllo legale o elettorale, Juan Guaidó. E mentre i tentativi di liberarsi del governo di Nicolás Maduro subivano fiaschi ripetutamente, ad ogni fallimento, l’opzione militare si rafforzava come unica alternativa dell’occidente per raggiungere i suoi scopi in Venezuela. In caso di minaccia di guerra in Venezuela, ci troveremmo di fronte a uno scenario senza precedenti con conseguenze disastrose per la regione e ripercussioni globali. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e creazione delle Nazioni Unite, non c’è stato alcun intervento armato in America Latina, contro un Paese grande come il Venezuela. Inoltre, anche se l’interferenza è giustificata dal fatto che metterebbe fine alla tirannia, la verità è che il Venezuela appartiene all’orbita dei paesi occidentali, ancora peggio, durante i decenni della dittature della seconda metà del XX secolo che devastarono l’America Latina, solo Costa Rica e Venezuela rimasero nel quadro di quella di ciò che è considerata democrazia liberale. Pertanto, se l’occidente decide la guerra contro il Venezuela, farà la guerra ad uno dei suoi, molto diverso dall’invasione o guerra a Paesi come Iraq, Somalia, Vietnam, Corea democratica, Siria, Libia… Ma cosa succede dietro le quinte e cosa è veramente deciso sul destino del Venezuela?
Alcuni fattori che spiegheremo di seguito indicano che l’occidente (in particolare gli Stati Uniti) ha un disperato bisogno dell’intervento armato per portare ordine nella sua area di influenza, ma allo stesso tempo per accelerare lo smantellamento delle istituzioni e democrazie liberali rappresentative come inteso finora. Per uscire dalla crisi definitiva della socialdemocrazia stabilitasi dopo la seconda guerra mondiale, dobbiamo adeguare la democrazia ai nuovi tempi, essendo diventato un sistema insostenibile e obsoleto. Diritti, partecipazione e benessere sono impossibili e le tensioni hanno portato a una generale progressiva legalizzazione della politica sponsorizzata da gruppi economici che si concentrano sempre più sulla finanziarizzazione. Uno dei tanti esempi che denunciano la crisi della socialdemocrazia si vide nel maggio 2019 coi risultati delle elezioni al Parlamento europeo, dove per la prima volta il Partito popolare e i Socialisti europei non avevano nemmeno la maggioranza assoluta e la frammentazione dello spazio politico lasciato dal vecchio bipartitismo rivelava tre gruppi nazionalisti di estrema destra. Questo stesso processo si riflette più o meno rapidamente nei parlamenti nazionali europei, laddove l’estrema destra è già al governo, come il Partito del progresso in Norvegia, la Lega Nord in Italia o il Partito finlandese in Finlandia. Al di fuori del contesto europeo, c’è anche l’ascesa del populismo di destra con Jair Bolsonaro in Brasile, Ivan Duque in Colombia e ovviamente Donald Trump negli Stati Uniti.
Per ridiventare egemone, la nuova destra deve, da un lato, porre fine definitivamente alla socialdemocrazia, ma anche impedire la ripetizione di situazioni che possano danneggiare il neoliberismo, come avvenne nella maggior parte dei Paesi in America del Sud negli ultimi anni, come in Venezuela colla Rivoluzione Bolivariana degli ultimi vent’anni. Il valore simbolico del Venezuela è alto perché fu dopo il trionfo di Hugo Chávez che altri governi post-neoliberali si svilupparono nel la regione come una malattia del capitalismo. Liberarsi una volta per tutte del Venezuela e della sua rivoluzione sarebbe un buon colpo di Stato che avrebbe un effetto esemplare per qualsiasi altro aspirante che cerchi di opporsi al liberalismo economico. Durante il ventesimo secolo, i processi rivoluzionari arrivarono al potere solo attraverso l’uso delle armi, abbiamo l’esempio della rivoluzione cubana e sandinista, nei processi armati contro le sanguinose dittature di Batista e Somoza. Ma nella maggior parte dei casi le dittature di destra trionfarono, rovesciando governi progressisti democratici secondo gli interessi delle élite, come nel caso di Arbenz in Guatemala o Allende in Cile. Poi, una volta che la democrazia è vista come meccanismo di dominio più appropriato e meno costoso, quello che Huntington chiamò terza ondata di democratizzazione iniziò in molti Paesi del mondo, e in particolare in America Latina, consolidatasi dopo la caduta dell’Unione Sovietica nell’ultimo decennio del secolo e col discorso di sinistra che lo definì il decennio perduto. Coll’avvento del nuovo millennio, una serie di governi salì al potere in America Latina, usando lo stesso sistema democratico liberale per stabilire governi post-neoliberali, un processo regionale guidato dal Venezuela che culminò nel 2009, quando i governi di sinistra erano chiaramente egemonici. Di conseguenza, l’impero pere molto terreno nel suo cortile, sia politicamente che economicamente. La risposta fu la vecchia formula del golpe, ma adattata a nuovi scenari politici. Sebbene i classici colpi di Stato continuassero ad essere usati, come nel caso di Manuel Zelaya in Honduras, la legalizzazione sembra essere un meccanismo per perseguitare gli oppositori politici, e così il colpo di Stato contro Dilma Rousseff fu scatenato, Lula fu imprigionato e vi furono processi contro Cristina Fernández e Rafael Correa, solo per citarne alcuni.
La minaccia progressista (descritta come castro-comunista e chavista per spaventare l’opinione pubblica) fu eliminata, o almeno neutralizzata, nella maggior parte dei Paesi della regione, e il Venezuela resiste nonostante difficoltà e assedio. Così, con lo slogan “chi vuole annegare il suo cane l’accusa di rabbia”, gli attacchi al governo di Nicolás Maduro raddoppiarono. Sebbene tale aggressione non sia nuova, il Venezuela è assediato dall’Occidente fin dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana, basti ricordare il golpe fallito del 2002. La nuova destra deve porre fine alla Rivoluzione Bolivariana, vista come il campo di battaglia immediato che accelera i cambiamenti strutturali cercati nel sistema democratico occidentale. E se il processo diventa una guerram, tanto meglio, perché più facile giustificare la restrizione dei diritti in caso di guerra. Questi cambiamenti strutturali sarebbero orientati nella seguente direzione:
Ricomposizione dell’egemonia della nuova destra che deve smantellare libertà e diritti per la sopravvivenza del sistema di fronte alle minacce, mollando la zavorra, ovvero essere più competitivi e flessibili, e perciò l’eventuale esercizio del potere di governi di sinistra va impeidto per un periodo indefinito.
La giudiziarizzazione della politica e la politicizzazione della giustizia sono precedenti che possono imporre dottrine irreversibili. L’uso egoistico della corruzione e la persecuzione impunita di alcuni gruppi politici mina i pilastri dello Stato di diritto e annulla le conquiste che compongono un senso comune.
L’America Latina è territorio conteso e, di fronte al multilateralismo degli ultimi anni, l’imperialismo occidentale minacciato deve consolidare la presa, e se non può eliminare il resto dei concorrenti, deve almeno drasticamente ridurne l’influenza nella sua zona. Parafrasando Naomi Klein, ci vuole un nuovo shock per eliminare o sottomettere chi contesta democrazia liberale ed economia di mercato, introducendo nel contempo le necessarie trasformazioni della struttura democratica dell’occidente per continuare a mantenere l’egemonia del mercato libero. A tal fine, la distruzione della Rivoluzione Bolivariana con sangue e fuoco è l’occasione perfetta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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