Il Pentagono pianificò la guerra fredda

Shane Quinn, Global Research 21 maggio 2019

Pur non essendo menzionate nei testi ufficiali, le origini della guerra fredda, titolo discutibile, possono essere ricondotte alle politiche perseguite dai capi nordamericani durante la Seconda guerra mondiale. A seguito della catastrofica sconfitta della Germania nazista a Stalingrado nei primi mesi del 1943, la costruzione della bomba atomica di Washington fu attuata pensando ai sovietici. Tre mesi prima del D-Day, il generale statunitense Leslie Groves, violento anticomunista, confermò nel marzo 1944 che la bomba atomica veniva prodotta per “sottomettere i sovietici”, allora alleato insostituibile dell’occidente. All’età di 46 anni, Groves assunse la responsabilità del programma nucleare statunitense nel settembre 1942 e si dimostrò spietato e furbo con un enorme potere nella nuova posizione. Groves infatti deteneva il controllo su ogni aspetto del programma nucleare statunitense, dagli aspetti tecnici e scientifici, alle aree di produzione e sicurezza, insieme all’attuazione dei piani per il posizionamento delle bombe.
Meno di sei settimane dopo gli attacchi atomici sul Giappone, il 15 settembre 1945 il Pentagono completò una lista: con cui espose strategie per annientare 66 città sovietiche con 204 bombe atomiche, da eseguire attraverso assalti aerei sincronizzati. Questo rapporto indicava in media poco più di tre bombe da sganciare su ogni città. Tuttavia, sei armi atomiche a testa furono indicate per annientare i 10 maggiori centri urbani sovietici, cioè 60 bombe combinate sarebbero state sganciate su: Mosca (capitale sovietica), Leningrado, Novosibirsk, Kiev (capitale ucraina), Kharkov, Koenigsberg, Riga (capitale della Lettonia), Odessa, Ulan-Ude e Tashkent (capitale dell’Uzbekistan). Questo da solo avrebbe fatto parecchio per distruggere l’Unione Sovietica. Eppure era solo l’inizio. Cinque armi atomiche (35 in totale) furono previste per liquidare altre sette grandi città dell’URSS: Stalingrado, Sverdlovsk, Vilnius (capitale lituana), Lvov, Kazan, Voronezh e Nizhni Tagil. Continuando, quattro bombe a testa (28 in totale) furono destinate per devastare sette aree urbane significative: Gorki, Alma Ata, Tallinn (capitale estone), Rostov-on-Don, Jaroslavl, Ivanovo e Chimkent. Inoltre, tre bombe atomiche ciascuna (36 in totale) furono decise per eliminare altre 12 città importanti, da Tbilisi (capitale georgiana) e Stalinsk e Vladivostok, Arkhangelsk e Dnepropetrovsk. Di queste 36 città sovietiche destinate alla distruzione, richiedendo da tre a sei bombe atomiche per città, 25 appartenevano alla Russia, mentre le restanti 11 si trovavano in Ucraina, Georgia, Estonia, Lettonia, Lituania, Uzbekistan e Kazakistan. Il processo di annientamento doveva essere diretto non solo contro l’Europa orientale e la Russia, ma anche con l’Asia centrale. Per le restanti 30 città dell’URSS furono indicate necessarie una o due armi atomiche ciascuna, suddivise a metà: 15 città dovevano essere distrutte da due bombe a testa e le altre 15 da una bomba ciascuna. Tra queste vi erano ancora altri Paesi e luoghi come Minsk (capitale bielorussa), Brest Litovsk, Baku (capitale dell’Azerbaijan) e Murmansk. La devastazione andava ancora inflitta tra Europa orientale, Russia e Turkmenistan, dove la regione petrolifera e gasifera di Neftedag doveva essere colpita con un’arma atomica. Alcune delle suddette città che il Pentagono voleva distruggere si trovavano in nazioni che da allora aderivano alla NATO, organizzazione militare guidata dagli Stati Uniti, come Estonia, Lettonia e Lituania, le cui capitali erano indicate bersagli di 15 bombe atomiche nel complesso. La città di Belostok, nell’attuale membro della NATO Polonia, doveva essere colpita con due armi atomiche. Questi programmi, se eseguiti, avrebbero provocato decine di milioni di morti, superando di gran lunga la perdita di vite umane della Seconda guerra mondiale. Inoltre, nel 1945 alcune delle suddette regioni urbane sovietiche erano in rovina dopo anni di occupazione nazista, come Kharkov, Vilnius, Tallinn e Rostov-na-Donu. Gli attacchi atomici statunitensi su questi luoghi avrebbero colpito in gran parte edifici distrutti. L’Unione Sovietica perse oltre 25 milioni di persone per mano degli eserciti di Hitler, e ancora doveva superare le conseguenze della guerra.
Tre settimane prima che Groves completasse i suoi piani atomici, un sondaggio condotto da Gallup nel tardo agosto 1945 scoprì che quasi il 70% dei nordamericani credeva che la creazione della bomba atomica fosse “una buona cosa”, solo il 17% la considerava “una brutta cosa”. Si può supporre che tali opinioni si sarebbero modificate se il pubblico fosse avesse saputo ciò che accadeva nei corridoi del potere. Si può guardare inorriditi alla pura natura subdola e audace della proposta distruzione di 66 città, su aree estese per migliaia di miglia. In un’epoca precedente a Internet e alla comoda tecnologia portatile, tali stratagemmi avrebbero richiesto mesi di lavoro. I piani furono formulati nel periodo della confessione nel marzo 1944 di Groves al fisico nucleare Joseph Rotblat. Groves era la forza trainante del piano per distruggere la capacità industriale e militare sovietica, con l’assistenza chiave del maggior-generale Lauris Norstad. Eppure i vertici militari non possono intraprendere operazioni di tale livello senza l’approvazione dei circoli politici d’élite. In conseguenza dei programmi nucleari nordamericani della Seconda Guerra Mondiale, è grossolanamente e storicamente inaccurato suggerire che la sedicente Guerra Fredda iniziasse nel 1947, così come lo sono le affermazioni secondo cui i russi sarebbero stati la causa della ripresa di atteggiamenti e politiche ostili. Le masse furono ingannate su tali temi per oltre settant’anni. Nonostante l’importanza, praticamente l’intera stampa occidentale (e la maggior parte dei media alternativi) continua a ignorare il piano del 1945 del Pentagono per incenerire dozzine di città sovietiche. Isolati, tra i media commerciali, il quotidiano inglesi Daily Star, l’8 gennaio 2018, pubblicò un rapporto sulle proposte degli Stati Uniti “per cancellare completamente la Russia dalla mappa” con “una scorta di 466 bombe”. Ciononostante, il totale di 466 non era realistico, e tali stime furono liquidate dallo stesso Groves come “eccessive”, nel suo memorandum top secret a Norstad del 26 settembre 1945. Groves delineava anche nella stessa lettera che, “Non è essenziale la distruzione totale di una città al fine di distruggerne l’efficacia. Hiroshima non esiste più come città, anche se l’area della distruzione totale è considerevolmente inferiore all’area totale”. Sui loro piani nucleari, Groves e Norstad ebbero un problema molto serio, e che li fece infuriare entrambi, insieme, come vedremo, al presidente Harry Truman. Alla fine del 1945, l’esercito nordamericano deteneva solo due bombe atomiche, e il pensiero di decimare l’URSS a quel punto era un sogno irrealizzabile. L’accumularsi delle armi necessarie era faticosamente lento, anche per la nazione più ricca del mondo. Il 30 giugno 1946, le scorte di bombe atomiche statunitensi erano nove. Nel novembre 1947 l’arsenale era salito a 13 bombe, sempre notevolmente esigue. Sette mesi prima, il 3 aprile 1947, il presidente Truman, che sapeva delle proposte di eliminare l’URSS, fu a sua volta informato di quanto minuscola fosse la scorta nucleare nordamericana. Truman “rimase scioccato” dall’apprendere che avevano solo una dozzina di armi atomiche, poiché presumeva che il Pentagono ne avesse accumulato un numero molto maggiore. Tale era la segretezza del programma nucleare nordamericano che pochi sapevano davvero i fatti. Quello stesso anno, il 1947, Winston Churchill implorò Styles Bridges, senatore repubblicano in visita a Londra, che sganciando una bomba atomica sul Cremlino l’avrebbe “cancellato”, lasciando così la Russia “senza direzione” e “un problema molto facile da gestire”. Churchill sperava che Bridges avrebbe persuaso Truman a effettuare tale azione. Nel recente passato, Churchill fu accolto regalmente al Cremlino e festeggiò con Stalin nell’agosto 1942, prima di tornare a Mosca per ulteriori incontri alla fine del 1944. Tre anni dopo Churchill desiderava che il Cremlino venisse polverizzato. Nel frattempo, il 30 giugno 1948, il deposito nucleare degli Stati Uniti salì a 50 bombe atomiche, e da lì le cifre schizzarono: arrivò l’estate 1949, l’esercito statunitense possedeva più di 200 bombe atomiche, annunciando l’era dell'”abbondanza nucleare”. Groves fu rimosso dal suo incarico, e anche individui più pericolosi come il generale Curtis LeMay divennero importanti nella pianificazione della guerra nucleare nordamericana. Nell’ottobre del 1949, LeMay espanse i piani in modo da includere 104 zone urbane sovietiche da distruggere con 220 bombe “con un unico massiccio attacco”, e altre 72 trattenute per “una riserva di nuovo attacco”. Le 292 bombe assegnate erano disponibili nel giugno 1950. Tuttavia, l’anno precedente, nell’agosto 1949, l’equilibrio globale era irrevocabilmente cambiato, mentre la Russia sovietica fece detonare un’arma atomica sul poligono nel Kazakistan nord-orientale. L’acquisizione sovietica della bomba prima del 1950 fu un brutto colpo per Washington. Rappresentò un deterrente vitale ai piani nucleari nordamericani, coi sovietici che non ebbero altra scelta se non mettere nel mirino le aree urbane occidentali, in risposta ai suoi piani di guerra nucleare.
L’invenzione nordamericana della bomba all’idrogeno alla fine del 1952, seguita rapidamente dai sovietici, modificò drammaticamente portata e stime della devastazione della guerra nucleare. Sembra che l’umile bomba atomica non fosse più abbastanza potente, subendo un “miglioramento” mentre l’umanità balzava verso l’autodistruzione. La nuova arma ad idrogeno, o bomba H, era centinaia di volte più potente del cugino atomico, e alla fine degli anni ’50 le bombe H venivano prodotte in massa dal Pentagono. Nel dicembre 1960, coll’arsenale nordamericano ora dalle incredibili 18000 armi nucleari, fu calcolato che praticamente tutti i cittadini dell’Unione Sovietica sarebbero stati uccisi, sia dalla potenza delle bombe all’idrogeno che dalle conseguenti ricadute. Come era noto, la maggior parte dell’avvelenamento radioattivo sarebbe stato probabilmente soffiato dal vento sull’Europa, colpendo ulteriormente gli Stati del Patto di Varsavia e gli alleati della NATO. Dal 1950, la Repubblica popolare cinese si aggiunse alla lista nucleare degli Stati Uniti, Paese che comprendeva oltre mezzo miliardo di persone; più del doppio della popolazione dell’URSS; mentre gli stessi cinesi non ebbero armi nucleari fino alla metà degli anni ’60. La Cina comunista e le sue città furono classificate da radere al suolo in tandem con le metropoli sovietiche, portando a un bilancio complessivo delle vittime previsto a centinaia di milioni. A causa della combinazione tra deterrenza, distruzione mutuamente assicurata (MAD) e porzioni abbondanti di fortuna, alcun programma così terribile fu eseguito durante ciò che fu descritto per oltre 70 anni “Guerra Fredda”. Piuttosto che un freddo conflitto, gli anni dal 1945 furono organizzati affinché l’umanità potesse assistere alla guerra più calda della storia umana. Dai rapporti dell’intelligence sovietica, Stalin sapeva già quattro anni prima di Hiroshima che gli USA sviluppavano “una bomba all’uranio”. Confermando ai sovietici che detenevano una nuova arma dall’impareggiabile potenza distruttiva, Washington avrebbe inoltre, come previsto, esercitato una maggiore influenza nei negoziati coi sovietici.

Shane Quinn ha una laurea in giornalismo onoris causa. È interessato a scrivere principalmente di affari esteri, essendo ispirato da autori come Noam Chomsky. È un frequente collaboratore di Global Research.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Un commento su “Il Pentagono pianificò la guerra fredda

  1. Gaja, Filippo
    Il secolo corto : la filosofia del bombardamento, la storia da riscrivere / Filippo Gaja
    Milano : Maquis, \1994!
    Monografia – Testo a stampa [IT\ICCU\BVE\0054395]
    I testi contenuti in queste pagine provengono essenzialmente dai piani segreti del Pentagono, elaborati fra il 1945 e il 1957 e approvati dal presidente degli Stati Uniti, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dai Capi di Stato Maggiore degli USA, oggi resi pubblici in ragione della Legge per la Libertà d’Informazione, Freedom of Information Act.

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