Tiananmen: il massacro che non ci fu

Brian Becker, Liberation News, 13 giugno 2014

Venticinque anni fa, tutti i media statunitensi, insieme al presidente Bush e al Congresso degli Stati Uniti, scatenarono un’ampia isteria frenetica attaccando il governo cinese per ciò che fu descritto come massacro a sangue freddo di migliaia di non-violenti studenti “pro-democrazia” che occupavano Piazza Tiananmen da sette settimane. L’isterismo generato a proposito del “massacro” di Piazza Tiananmen si basava su una narrativa fittizia su ciò che accadde realmente quando il governo cinese alla fine liberò la piazza dai manifestanti il 4 giugno 1989. La demonizzazione della Cina fu molto efficace. Quasi tutti i settori della società statunitense, compresa la maggior parte della “sinistra”, accettarono la presentazione imperialista di ciò che accadde. All’epoca il resoconto ufficiale degli eventi del governo cinese fu immediatamente respinto come propaganda. La Cina riferì che circa 300 persone morirono negli scontri del 4 giugno e che molti erano soldati dell’Esercito di liberazione popolare. La Cina insisté sul fatto che non vi fu alcun massacro di studenti in Piazza Tiananmen e infatti i soldati la liberarono dai manifestanti senza sparare. (1) Il governo cinese anche affermò che soldati disarmati erano entrati a Piazza Tiananmen nei due giorni precedenti il 4 giugno, ma furono bruciati e linciati e i loro cadaveri appesi agli autobus. Altri soldati furono inceneriti quando veicoli dell’esercito furono incendiati coi soldati non in grado di evacuare, e molti altri furono picchiati duramente da violente aggressioni mafiose. Questi resoconti erano veri e ben documentati. Non sarebbe difficile immaginare con quanta violenza il Pentagono e le forze dell’ordine degli Stati Uniti avrebbero reagito se il movimento Occupy, per esempio, avesse dato fuoco a soldati e poliziotti, preso le loro armi e linciati quando il governo tentava di eliminarlp dagli spazi pubblici.
In un articolo del 5 giugno 1989, il Washington Post descrisse come i combattenti anti-governativi erano organizzati in formazioni di 100-150 persone, armati con bombe molotov e mazze di ferro, per affrontare l’ELP ancora disarmato nei giorni precedenti al 4 giugno. Quello che accadde in Cina, ciò uccise oppositori e soldati il 4 giugno, non fu un massacro di studenti pacifici, ma una battaglia tra soldati dell’ELP e distaccamenti armati dal cosiddetto movimento pro-democrazia. Su una strada nella parte occidentale di Pechino, i manifestanti bruciarono un intero convoglio militare di oltre 100 autocarri e blindati. Immagini aeree di conflagrazioni e colonne di fumo rafforzarono gli argomenti del governo cinese secondo cui le truppe furono vittime, non carnefici. Altre scene mostravano cadaveri di soldati e dimostranti che spogliavano dei fucili automatici soldati che non si resistevano”, ammise il Washington Post favorevole all’opposizione antigovernativa, il 12 giugno 1989. (2) Il Wall Street Journal, principale voce dell’anticomunismo, fu un vivace sostenitore del movimento “pro-democrazia”. Eppure, la sua copertura subito dopo il 4 giugno riconobbe che molti “manifestanti radicalizzati, alcuni armati e con veicoli sequestrati scontrandosi coi militari” si preparavano a peggiori scontri armati. L’articolo del Wall Street Journal sugli eventi del 4 giugno mostrava un’immagine vivida: “Mentre colonne di carri armati e decine di migliaia di soldati si avvicinavano a Tiananmen, molte truppe furono attaccate da folle inferocite… Una volta che i soldati furono tirati fuori dai camion, venivano picchiati pesantemente e uccisi. A un incrocio a ovest della piazza, il corpo di un giovane soldato, picchiato a morte, fu denudato e appeso al bordo a un autobus. Un altro cadavere di un soldato fu appeso a un incrocio a est della piazza” . (3)

Il massacro che non ci fu
Nei giorni immediatamente successivi al 4 giugno 1989, i titoli del New York Times, articoli ed editoriali parlavano di “migliaia” di pacifici attivisti massacrati quando l’esercito inviò carri armati e soldati nella piazza. Il numero che il Times utilizzava come stima dei morti era 2600. Tale cifra fu utilizzata per gonfiare il numero di attivisti studenteschi scacciati da Tiananmen. Quasi tutti i media statunitensi parlarono di “molte migliaia” di uccisi. Molti dissero che ne furono massacrati 8000. Tim Russert, capo dell’ufficio di presidenza della NBC, in seguito su Meet the Press disse che “decine di migliaia” morirono in Piazza Tiananmen. (4) La versione romanzata del “massacro” fu in seguito corretta in misura minima dai giornalisti occidentali che parteciparono alla falsificazione desiderosi di ritoccare il discorso in modo che potessero dire di aver fatto delle “correzioni”. Ma a quel punto fu troppo tardi e lo sapevano anche loro. La coscienza pubblica fu modellata. La falsa narrativa divenne la narrativa dominante. Avevano massacrato i fatti per soddisfare i bisogni politici del governo degli Stati Uniti. “La maggior parte delle centinaia di giornalisti stranieri quella sera, incluso me, si trovavano altrove o furono cacciati dalla piazza in modo che non potessero assistere al capitolo finale della storia degli studenti. Chi cercò di rimanere vicini presentò resoconti drammatici che, in alcuni casi, rafforzarono il mito del massacro studentesco”, scrisse Jay Mathews, il primo capoufficio del Washington Post a Pechino, in un articolo del 1998 sul Columbia Journalism Review. L’articolo di Mathews, che include l’ammissione dell’uso della terminologia massacro di piazza Tiananmen, si ebbe nove anni dopo i fatti e riconobbe che le correzioni in seguito ebbero scarso impatto. “I fatti di Tiananmen sono noti da molto tempo. Quando a giugno Clinton visitò la piazza, sia The Washington Post che The New York Times spiegarono che nessuno vi morì durante la repressione del 1989. Ma queste erano brevi spiegazioni alla fine di lunghi articoli. Dubito che abbiano fatto molto per eliminare il mito”. (5) All’epoca tutte le notizie sul massacro degli studenti dicevano fondamentalmente la stessa cosa e quindi sembrava che fossero vere. Ma non si basavano su testimonianze oculari.

Cosa successe veramente
Nelle sette settimane che precedettero il 4 giugno, il governo cinese fu straordinariamente limitato nel non confrontarsi con chi paralizzò il centro della capitale della Cina. Il primo ministro s’incontrò direttamente coi capi della protesta e l’incontro fu trasmesso dalla televisione nazionale. Ciò non disinnescò la situazione, ma ha piuttosto incoraggiato i capi della protesta che sapevano di avere il pieno appoggio degli Stati Uniti. I capi della protesta eressero un’enorme statua che assomigliava alla Statua della Libertà degli Stati Uniti nel mezzo di Piazza Tiananmen. Indicavano al mondo intero che le loro simpatie politiche erano per i Paesi capitalisti e gli Stati Uniti. Proclamarono che avrebbero continuato le proteste fin quando il governo fosse caduto. Senza alcuna prospettiva in vista, la leadership cinese decise di porre fine alle proteste liberando Piazza Tiananmen. Le truppe giunsero in piazza senza armi il 2 giugno e molti soldati furono picchiati, alcuni uccisi e i veicoli dell’esercito bruciati. Il 4 giugno, l’ELP rientrò in piazza con le armi. Secondo i resoconti dei media statunitensi del tempo, le mitragliatrici dei soldati dell’ELP falciarono le proteste studentesche pacifiche massacrando di migliaia di persone. La Cina disse che le notizie sul “massacro” in Piazza Tiananmen furono create da media occidentali e dai capi della protesta che usarono i volenterosi media occidentali come piattaforma per la propaganda internazionale a loro interesse. Il 12 giugno 1989, otto giorni dopo lo scontro, il New York Times pubblicò un articolo “esauriente”, ma in realtà completamente falso, della testimonianza del massacro di Tiananmen di uno studente, Wen Wei Po. Era pieno di dettagli su brutalità, massacri ed eroiche battaglie di strada. Raccontò di mitraglieri dell’ELP sul tetto del Museo Rivoluzionario affacciato sulla piazza e di studenti falciati in piazza. Questo articolo fu ripreso dai media degli Stati Uniti. (6) Pur trattandosi come prova inconfutabile che la Cina mentiva, il “testimone oculare” del 12 giugno Wen Wei Po era così sopra le righe che avrebbe probabilmente screditato il New York Times in Cina, che il corrispondente a Pechino, Nicholas Kristof, che fu il portavoce dei manifestanti, fece rilievi sui punti principali dell’articolo. Kristof scrisse in un articolo del 13 giugno 1989, “La domanda su dove si verificarono le sparatorie ha senso date le affermazioni del governo secondo cui nessuno fu ucciso in Piazza Tiananmen. La televisione di Stato persino mostrò studenti che marciavano pacificamente fuori dalla piazza poco dopo l’alba come prova che non furono massacrati… La scena centrale nell’articolo (del testimone oculare) era di truppe che picchiarono e mitragliarono studenti disarmati raggruppati attorno al Monumento agli Eroi del Popolo nel mezzo di Piazza Tiananmen. Diversi altri testimoni, sia cinesi che stranieri, dicono che questo non accadde… Non vi sono inoltre prove di postazioni di mitragliatrici sul tetto del museo di Storia come riportato nell’articolo di Wen Wei Po. Questo giornalista era direttamente a nord del museo e non vide mitragliatrici. Anche altri reporter e testimoni nelle vicinanze non sono ne videro… Il tema centrale dell’articolo di Wen Wei Po era che le truppe successivamente picchiarono e mitragliarono gli studenti nell’area attorno al monumento e che una linea di veicoli corazzati interruppe la loro ritirata. Ma i testimoni dicono che i veicoli blindati non circondavano il monumento, si trovavano all’estremità nord della piazza, e che le truppe non attaccavano gli studenti raggruppati attorno al monumento. Molti altri giornalisti stranieri erano vicini al monumento anche quella notte e nessuno di loro riferì che gli studenti furono attaccati attorno al monumento”. (7) Il resoconto del governo cinese riconosce che i combattimenti di strada e gli scontri armati si verificarono nei quartieri vicini. Dicono che circa trecento persone morirono quella notte compresi molti soldati uccisi da tiri, bombe molotov e percosse. Ma insisteva sul fatto che non ci fu alcun massacro. Anche Kristof dice che ci furono scontri su diverse strade, ma confuta il rapporto del “testimone oculare” sul massacro di studenti a piazza Tiananmen: “gli studenti e un cantante pop, Hou Dejian, negoziavano con le truppe e decisero di partire all’alba, tra le 5.00 e le 6.00. Gli studenti uscirono tutti insieme. La televisione cinese mostrò la scene degli studenti che uscivano e la piazza chiaramente vuota mentre le truppe si muovevano e gli studenti se ne andavano”.

Tentata controrivoluzione in Cina
Infatti, il governo degli Stati Uniti fu attivamente coinvolto nella promozione delle proteste “pro-democrazia” con una macchina propagandistica ampiamente finanziata a livello internazionale che inventò voci, mezze verità e bugie da quando le proteste iniziarono a metà aprile 1989. L’obiettivo del governo degli Stati Uniti era attuare un cambio di regime in Cina e rovesciare il Partito comunista cinese, al governo dalla rivoluzione del 1949. Dato che molti attivisti del movimento progressista di oggi non erano presenti o erano piccoli al tempo dell’incidente di Tiananmen nel 1989, il recente esempio migliore di come una simile operazione di destabilizzazione/cambio imperialista funzioni fu il rovesciamento del governo ucraino. Proteste pacifiche nella piazza del centro ricevevano sostegno internazionale, finanziamenti e supporto da Stati Uniti e potenze occidentali; infine finirono sotto la guida di gruppi armati salutati come combattenti per la libertà dal Wall Street Journal, FoxNews e altri media; e infine il governo preso di mirato dalla CIA fu completamente demonizzato se usava polizia o militari. Nel caso delle proteste “pro-democrazia” in Cina nel 1989 il governo degli Stati Uniti tentò di creare la guerra civile. The Voice of America aumentò le trasmissioni in lingua cinese a 11 ore al giorno e mirava a trasmettere “direttamente su circa 2000 antenne satellitari in Cina gestite principalmente dall’Esercito di liberazione popolare”. (8) Le trasmissioni di Voice of America alle unità dell’ELP parlavano di unità dell’ELP che si sparavano, tra unità fedeli ai manifestanti e unità fedeli al governo. The Voice of America e gli organi d’informazione statunitensi cercarono di creare confusione e panico tra i sostenitori del governo. Poco prima del 4 giugno dissero che il Primo ministro cinese Li Peng era stato colpito e che Deng Xiaoping era morente. La maggior parte del governo e dei media degli Stati Uniti si aspettava che il governo cinese venisse rovesciato da forze politiche filo-occidentali come succedeva ai governi socialisti in Europa centrale e orientale (1988-1991) in seguito all’introduzione delle riforme capitaliste di Gorbaciov in Unione Sovietica nel 1991. In Cina, il movimento di protesta “pro-democrazia” era guidato da studenti privilegiati e ben collegati dalle università d’élite che chiedevano esplicitamente la sostituzione del socialismo col capitalismo. I capi erano particolarmente legati agli Stati Uniti. Naturalmente, migliaia di altri studenti che partecipavano alle proteste erano in piazza perché avevano del rancore contro il governo. Ma i capi del movimento erano legati all’imperialismo e avevano un piano esplicito per rovesciare il governo. Chai Ling, che fu riconosciuto come il capo supremo degli studenti, rilasciò un’intervista ai giornalisti occidentali alla vigilia del 4 giugno in cui riconobbe che loro obiettivo era guidare la popolazione a rovesciare il Partito comunista della Cina, spiegando che sarebbe stato possibile solo se riuscivano a provocare con successo il governo attaccando violentemente le manifestazioni. Quell’intervista fu trasmessa nel film “Porta della pace celeste”. Chai Ling spiegò perché non potevano dire agli studenti e ai manifestanti dei piani reali dei capi. “La ricerca della ricchezza è parte dell’impulso per la democrazia”, spiegò un altro importante capo studentesco, Wang Dan, in un’intervista al Washington Post nel 1993, nel quarto anniversario dell’incidente. Wang Dan era su tutti i media statunitensi prima e dopo l’incidente di Tiananmen. Era famoso per aver spiegato perché i dirigenti studenteschi d’élites non volevano che i lavoratori cinesi si unissero al loro movimento. Affermò che “il movimento non è pronto alla partecipazione dei lavoratori, perché la democrazia deve prima essere assorbita da studenti ed intellettuali prima che possano diffonderlo agli altri”.

Venticinque anni dopo, gli Stati Uniti cercano ancora cambio di regime e controrivoluzione in Cina
L’azione del governo cinese di disperdere il cosiddetto movimento pro-democrazia nel 1989 incontrò l’amara frustrazione nella dirigenza politica degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti inizialmente imposero sanzioni economiche alla Cina, ma il loro impatto fu minimo e la dirigenza politico di Washington e le banche di Wall Street capirono che corporation e banche nordamericane sarebbero state le grandi perdenti negli anni ’90 se avessero cercato di isolare la Cina quando apriva ulteriormente il vasto mercato interno in manodopera e materie prime agli investimenti diretti di società occidentali. Le maggiori banche e società misero i margini di profitto sopra e i politici di Washington presero spunto dalla classe miliardaria su tale questione. Ma la questione della controrivoluzione in Cina rispunta di nuovo. Le riforme economiche che furono inaugurate dopo la morte di Mao aprirono il Paese agli investimenti stranieri. Questa strategia di sviluppo fu volta a superare rapidamente l’eredità di povertà e sottosviluppo importando tecnologia straniera. In cambio, le società occidentali ricevettero profitti enormi. La leadership post-Mao nel Partito Comunista calcolò che la strategia avrebbe avvantaggiato la Cina in virtù del rapido trasferimento tecnologico dal mondo imperialista alla Cina. E infatti la Cina fece grandi progressi economici. Ma oltre allo sviluppo economico si sviluppava anche una classe capitalista più ampia in Cina e una parte significativa di tale classe e i suoi figli sono corteggiati da ogni istituzione finanziata dal governo degli Stati Uniti, istituzioni finanziarie e centri accademici statunitensi. Il Partito Comunista Cinese è anche diviso in fazioni e tendenze filo-americane e filo-socialiste. Oggi, il governo degli Stati Uniti fa una pressione militare sempre maggiore sulla Cina. Accelera la lotta contro l’ascesa della Cina cementando nuove alleanze militari e strategiche con altri Paesi asiatici. Spera anche che con tale pressione alcuni della leadership cinese che preferiscono abbandonare la Corea democratica abbiano il sopravvento. Se la controrivoluzione dovesse avere successo in Cina, le conseguenze sarebbero catastrofiche per il popolo cinese e per la Cina. Con ogni probabilità la Cina si frantumerebbe accadde all’Unione Sovietica quando il Partito Comunista dell’Unione Sovietica fu rovesciato. La stessa sorte toccò all’ex-Jugoslavia. La controrivoluzione e lo smembramento farebbero arretrare la Cina. frenerebbe la spettacolare crescita pacifica della Cina dal sottosviluppo. Per decenni ci fu una discussione seria nella dirigenza della politica estera degli Stati Uniti sullo smembramento della Cina per indebolirla consentendo a Stati Uniti e potenze occidentali d’impadronirsi delle regioni più redditizie. Questo è precisamente lo scenario che gettò la Cina nel secolo dell’umiliazione quando le potenze capitaliste occidentali dominavano il Paese. (9)
La rivoluzione cinese ha attraversato molte fasi, vittorie, ritirate e battute d’arresto. Le sue contraddizioni sono innumerevoli. Ma ancora resiste. Nel confronto tra imperialismo mondiale e Repubblica popolare cinese, i progressisti dovrebbero sapere con chi stare, e non isolarsi.

Fonti
1. Jim Abrams, “Unità militari rivali combattono a Pechino”, Associated Press, 6 giugno 1989.
2. John Burgess, “Immagini che sviliscono i protestantis; propaganda lanciata di cinesi”, Washington Post, 12 giugno 1989
3. James P. Sterba, Adi Ignatius e Robert S. Greenberger, “Lotta di classe: le azioni dure della Cina minacciano di rallentare il decennio delle riforme. I sospetti sull’occidentalizzazione sono in ascesa e l’esercito ha ancora un ruolo politico. Un movimento che improbabile scompaia”, Wall Street Journal, 5 giugno 1989
4. Jay Mathews, “Il mito di Tiananmen e il prezzo di una stampa passiva”, Columbia Journalism Review, settembre/ottobre 1998
5. Mathews, ibid.
6. Wen Wei Po, “Agitazione in Cina; studente racconta la storia di Tiananmen: E poi “le mitragliatrici spararono”, New York Times, 12 giugno 1989
7. Nicholas Kristof, “Tumulto in Cina; repressione a Tiananmen: il racconto dello studente interrogato sui punti principali”, New York Times, 13 giugno 1989
8. “Voice of America trasmette sulle TV in Cina”, New York Times , 9 giugno 1989
9. Lena Sun, “Una trasformazione radicale 4 anni dopo Tiananmen”, Washington Post , 6 giugno 1993.
10. “Risoluzione del PSL: Per la difesa della Cina contro la controrivoluzione, l’intervento imperialista e lo smembramento”, Cina: Rivoluzione e controrivoluzione, Pubblicazioni PSL, 2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Un commento su “Tiananmen: il massacro che non ci fu

  1. la prima” rivoluzione colorata” avvenne in Ungheria nel 1956
    11 anni dopo che questa nazione fiancheggiò la germania nazista nell’invasione dell’URSS.
    tentativo giustamente stroncato dai soldati del Patto di Varsavia

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