Bolton accusa di sabotaggio l’Iran, ma le prove vanno altrove

Le accuse contro l’Iran arrivano solo poche settimane dopo che navi e sommozzatori statunitensi si erano esercitati nella stessa zona in cui si verificarono i presunti sabotaggi.
Whitney Webb, Mint Press 29 maggio 2019

Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton aveva detto ad un gruppo di giornalisti ad Abu Dhabi che “mine navali quasi certamente dell’Iran” furono state utilizzate per il presunto “sabotaggio” a quattro navi mercantili al largo del porto di Fujrah negli Emirati Arabi Uniti all’inizio di questo mese. “Non c’è alcun dubbio a Washington su chi ne sia responsabile e penso che sia importante che la leadership dell’Iran sappia che lo sappiamo”, continuava Bolton, senza fornire prove. Bolton era ad Abu Dhabi in vista di un summit di “emergenza” in Arabia Saudita, dove i massimi ufficiali di Stati Uniti e alleati arabi “discuteranno le implicazioni degli attacchi alle petroliere e dei droni due giorni dopo sulle stazioni di pompaggio del petrolio regno”. L’oscurità che circonda tuttora il “sabotaggio” di queste petroliere, così come l’entità molto limitata dei presunti danni, suggerisce che questo incidente mal eseguito non era andato come previsto o che si era trattato di un bizzarro incidente manipolato per settimane da Stati Uniti e loro alleati regionali per vantaggio politico. Tuttavia, l’Iran è ben lungi dall’esserne il colpevole, specialmente considerando che tre forze armate straniere, inclusa la Marina degli Stati Uniti, conclusero un’esercitazione navale con mine poche settimane prima che si verificasse il “sabotaggio”. MintPress aveva già riferito del “sabotaggio” alle petroliere poco dopo il verificarsi e osservò che né EAU né sauditi avevano accusato un Paese e che il danno causato era relativamente minore e senza vittime. In effetti, l’incidente era talmente piccolo che il governo del Fujirah aveva inizialmente negato che qualsiasi “sabotaggio” avesse avuto luogo e sostenuto che le sue strutture portuali funzionavano normalmente. Solo gli Stati Uniti accisarono prima delle dichiarazioni di Bolton, con la “valutazione iniziale” di un gruppo di investigatori militari statunitensi che concludeva rapidamente che l’Iran o “procuratori simpatetici o che lavoravano per l’Iran” avevano usato esplosivi per danneggiare le quattro navi. Le prove a supporto di tale affermazione erano esigue e, a volte, in contrasto con la narrativa ufficiale. Ad esempio, una delle navi saudite presumibilmente prese di mira, al-Marzuqah, fu vista galleggiare senza alcun danno visibile nel video post-attacco di Sky News, anche se i sauditi avevano affermato che la nave aveva subito “danni significativi”. Dissero all’Associated Press che le quattro navi avevano uno squarci di 2-3 metri vicino o appena sotto la linea di galleggiamento, ma solo uno fu osservato su una sola delle navi prese di mira. L’Iran aveva sempre smentito qualsiasi coinvolgimento nell’incidente, con il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Abbas Mousavi che avvertiva su una “cospirazione orchestrata da malvagi” e “l’avventurismo di stranieri”. Tuttavia, la dichiarazione di Bolton faceva eco ad altre dichiarazioni di funzionari statunitensi secondo cui le mine, mine galleggianti o che si attaccano magneticamente allo scafo della nave bersaglio, erano probabilmente responsabili del danno allo scafo relativamente minore e presumibilmente subito dalle quattro navi. I principali ufficiali statunitensi, come il contrammiraglio Michael Gilday, direttore dello Stato maggiore, attribuivano le mine al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche iraniane (IRGC), che l’amministrazione Trump aveva designato organizzazione terroristica ad aprile. Tuttavia, i recenti avvenimenti nel Golfo Persico suggeriscono che le mine probabilmente responsabili dell’attacco non sarebbero di origine iraniana.

Perché è improbabile che sia l’Iran
Prima di addentrarci nella possibilità certa che le mine in questione non fossero affatto di origine iraniana, va considerato che anche se le mine presumibilmente usate nel “sabotaggio” fossero state iraniane, non sarebbero state posate di recente dalle forze iraniane. Innanzitutto, nel caso in cui queste fossero mine galleggianti, la preparazione per dispiegarle viene spesso rilevata molto prima che arrivino in mare. Mettere in mare le mine è una grande impresa logistica che coinvolge più passaggi che consentono agli avversari di individuare e interrompere l’impiego con largo anticipo. Come Bob O’Donnell, capitano della Marina in pensione e veterano dragamine, disse a Breaking Defense nel 2015, il primo passo consiste nel rimuovere le mine dagli impianti di stoccaggio, dato che “i Paesi avranno le loro mine in depositi di munizioni da qualche parte, ma senza alcun sensore. Il primo passo è portarle fuori dal deposito in un posto dove mettere i sensori”. Come notato da Breaking Defense,” più mine si spostano, più persone e camion hanno bisogno, il che rende più probabile che qualcuno lasci che qualcosa emerga o che i satelliti-spia nordamericani notino attività sospette”. Quindi, le mine devono essere collocate in acqua, di solito tramite navi, o aerei o sottomarini nel caso di mine specializzate. Detto questo, la mancanza di immagini satellitari, che avrebbero dimostrato che le forze armate iraniane erano impegnate in questo tipo di attività precedenti il dispiegamento delle mine, parla da sé. Ciò è dovuto al fatto che le forze armate e i suoi movimenti sono sottoposti a pesanti controlli dai governi stranieri e le immagini satellitari di presunti mezzi militari o nucleari iraniani spesso accompagnavano narrazioni ufficiali verso politiche aggressive nei confronti dell’Iran. Ad esempio, le immagini satellitari che si proponevano di mostrare del “ponte di terra” dell’Iran da Teheran al Mediterraneo furono rilasciate da una società israeliana e le immagini satellitari degli impianti nucleari dell’Iran spesso accompagnavano in passato notizie secondo cui tali siti ospitavamo attività o incidenti. Inoltre, una parte considerevole della presunta “minaccia” iraniana alle truppe statunitensi nella regione, alla base del recente aumento delle tensioni, si basava pure immagini satellitari, affermando che mostrassero l’Iran disporre missili su imbarcazioni nel proprio territorio. Se le compagnie private, le forze armate e l’informazione statunitensi usano spesso le immagini satellitari per sostenere le loro affermazioni sull’Iran, in particolare l’uso di risorse militari, il fatto che tali immagini non siano presenti a sostegno di esse chiarisce. Inoltre, una parte significativa delle mine nel Golfo Persico di origine iraniana risalgono ai conflitti dei decenni passati, come la guerra Iran-Iraq degli anni ’80. Durante quel periodo, l’Iran minò vaste aree del Golfo Persico e, nell’aprile 1988, una nave nordamericana, l’USS Samuel B. Roberts, si finì sopra, subendo uno di 5 metri nello scafo, quasi affondando. In particolare, questa mina, considerata poco sofisticata all’epoca, causò danni molto più significativi di quelli da mine che si ritiene coinvolte nel recente sabotaggio. Inoltre, è improbabile che l’Iran abbia cercato di deporre nuove mine visto che gli Stati Uniti avevano avvertito che i tentativi di posare mine nella zona avrebbero suscitato una risposta militare. Tale contesto lascia solo la possibilità di un coinvolgimento iraniano nella deposizione delle mine: che l’Iran abbia usato piccole imbarcazioni senza contrassegni per posare di nascosto un piccolo numero di mine (da una a quattro) per colpire una manciata di navi mercantili vicino lo Stretto di Hormuz. Questa rivendicazione di “barche senza contrassegni” fu fatta da diversi funzionari statunitensi nelle ultime settimane ed è notevole per il fatto che l’uso di “barche senza contrassegni” non insinua in alcun modo la colpevolezza iraniana. In effetti, l’uso di tali barche rende plausibile che chiunque possa aver deposto le mine. Ciò potrebbe spiegare perché furono avanzate affermazioni secondo cui il responsabile era un presunto “simpatizzante o collaboratore” dell’Iran. Eppure, anche in questo caso, l’Iran ha poco o nulla da guadagnarci, soprattutto considerando l’impegno logistico che richiederebbe posare una manciata di mine in una zona commerciale trafficata senza causare gravi danni. L’unica conseguenza effettiva di questo evento, seguendo la designazione nordamericana dell’IRGC e dopo il comunicato stampa di Bolton che gettava chiari basi per provocare la guerra coll’Iran, è l’aumento delle truppe statunitensi nella regione e delle tensioni che causavano danni considerevoli all’economia iraniana indebolendo probabilmente la posizione dei “moderati” che attualmente governano l’Iran.

Artemis Trident
Viste le prove sempre più esigue del coinvolgimento dell’Iran nel sabotaggio, le mine in questione potrebbero provenire dall’esercito di un altro Paese. Sebbene tali affermazioni siano normalmente speculative, il fatto che il Golfo Persico fosse sito di una grande esercitazione militare straniera solo poche settimane prima dell’attentato, conferisce credibilità a tale possibilità. Il 15 aprile, appena una settimana dopo che gli Stati Uniti etichettassero l’IRGC iraniano organizzazione terroristica, Bolton ricevette informazioni sulla “credibile minaccia” iraniana dal suo omologo israeliano Meir Ben Shabbat, quando i due s’incontravano a Washington per discutere del loro “impegno comune” a contrastare l’attività malvagia iraniana e di altri attori destabilizzanti in Medio Oriente e nel mondo. “Lo stesso giorno, a migliaia di chilometri di distanza nel Golfo Persico, un’importante esercitazione navale noto come” Tridente d’Artemide” iniziò tra le flotte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’obiettivo dell’esercitazione navale, che si concluse il 18 aprile, era la guerra antimine nel Golfo Persico. “Posare le mine è un rischio per le navi da guerra e mercantili”, aveva detto la Quinta Flotta nordamericana in un annuncio che continuava: “Poiché le mine minacciano il traffico marittimo indiscriminatamente, Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono impegnati a condurre una formazione tattica per contrastare il rischio di mine a sostegno del libero flusso commerciale e della libertà di navigazione in questa regione cruciale”. Sebbene gli eserciti coinvolti descrivessero l’esercitazione come di natura puramente difensiva il contingente statunitense includeva la Naval Task Force 52 che, secondo l’US Navy, “progetta ed esegue operazioni di guerra di mine a sostegno degli obiettivi operativi della 5.ta flotta statunitense”. Nel Golfo Persico, la Quinta Flotta degli Stati Uniti ha basi in Bahrayn, dove ebbe luogo Artemis Trident, e a Fujrah, dove l’ormai famigerato “sabotaggio” avvenne poche settimane dopo. Non molto tempo dopo che Stati Uniti, Regno Unito e Francia avevano concluso Artemis Trident, l’Amministrazione marittima degli Stati Uniti, divisione del dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti, affermava che “l’Iran o suoi delegati potevano rispondere prendendo di mira navi mercantili, comprese petroliere o navi militari statunitensi nel Mar Rosso, nello stretto di Bab al-Mandab o nel Golfo Persico”. Tale avvertimento arrivò pochi giorni prima del “sabotaggio” e poche settimane dopo l’esercitazione USA/Regno Unito/Francia per proteggere “navi mercantili” dalle mine. Come già riportato da MintPress, il dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti è attualmente guidato da Elaine Chao, noto falco pagato 50000 dollari per un discorso di cinque minuti al gruppo di esuli iraniano Mujahidin-e-Khalq (MEK), noto per cercare attivamente un cambio di regime in Iran. Altri alti funzionari statunitensi, come Bolton, ebbero ingenti somme per apparizioni e discorsi negli eventi del MEK, dove apertamente sostenevano il rovesciamento del governo iraniano. L’esercitazione navale fu uno delle primi grandi esercitazioni della Quinta Flotta ad aver luogo dopo l’improvvisa e misteriosa morte del comandante della flotta, ammiraglio Scott Stearney, lo scorso dicembre. Stearney fu trovato morto a casa. in Bahrayn, e la morte fu etichettata “apparente suicidio” ed è ancora oggetto di indagini congiunte da parte della Marina e del Bahrayn, senza nuove conclusioni sei mesi dopo il fatto. Stearney era noto per essersi opposto a una grave escalation coll’Iran, anche se era regolarmente critico nei confronti di quello che definì il ruolo “destabilizzante” dell’Iran nella regione. La presenza di navi e sommozzatori stranieri, in particolare statunitensi, che posavano mine nella regione vicino al momento del “sabotaggio” rende chiaramente possibile che le mine in questione fossero nordamericane, inglesi o francesi, non iraniane. In quel caso, le mine avrebbero potuto essere lasciate casualmente o intenzionalmente dopo l’esercitazione, dato che materiale e navi specializzate utilizzate nel dispiegamento delle mine erano presenti al momento del “sabotaggio”. Mentre l’evidenza di ciò è circostanziale, va notato che la prova usata per collegare l’Iran alle mine è altrettanto circostanziata e probabilmente meno convincente, data la mancanza di qualsiasi beneficio da tale “sabotaggio” secondo il punto di vista iraniano.

Golfo del Tonchino dei poveri?
Anche se non è certo da dove provenissero tali mine o chi le avesse posate, è chiaro che non ci sono prove sostanziali, basate su ciò che è pubblicamente disponibile, che colleghino le mine direttamente all’Iran o ad un “procuratore dell’Iran”. Le piccole dimensioni dell’attacco, il presunto uso di “barche senza contrassegni”, tempi e assenza di qualsiasi vantaggio strategico o tattico rendono il governo iraniano e il suo esercito difficilmente colpevoli. Il fatto che ci fosse così tanta attenzione a un incidente che non affondò alcuna nave o causato feriti o morti dovrebbe chiarire a qualsiasi persona che penso che l’idea del sabotaggio alla petroliera non era dettata da alcuna minaccia reale ed era semplicemente un pretesto dei falchi degli Stati Uniti e della regione per aumentare le tensioni, come un Golfo del Tonchino dei poveri. Le dichiarazioni di Bolton che incolpano direttamente dell’incidente, e del relativo incidente, ugualmente minore, dell’attacco dei droni a un oleodotto saudita da parte del movimento di resistenza yemenita, all’Iran un giorno prima del summit di “emergenza” ospitato in Arabia Saudita, erano chiaramente intese come segnale ai governi della zona. Anche se Bolton affermava che la sua dichiarazione pubblica era diretta alla “leadership dell’Iran”, i bersagli più probabili erano i governi di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed altri partecipanti al vertice che non avevano ancora seguito l’ordine degli Stati Uniti accusando l’Iran dell’incidente. Sembra più che probabile che uno sforzo maggiore verrà fatto per avere un consenso che accusi l’Iran di questi e possibili futuri incidenti nella regione, mentre Bolton e i suoi alleati sostengono una politica sull’Iran ancora più aggressiva. Infatti, Bolton notava che l’obiettivo del prossimo summit era “chiarire all’Iran e suoi surrogati che questa attività rischia una risposta molto forte dagli USA.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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