Washington ostacola il dialogo venezuelano

Mision Verdad 27 maggio 2019

Il ministero degli Esteri norvegese riferiva che i rappresentanti del governo venezuelano e dell’opposizione torneranno ad Oslo, dopo le riunioni preliminari degli ultimi giorni per impegnarsi in un dialogo politico. “Informiamo che i rappresentanti dei principali attori politici del Venezuela hanno deciso di tornare ad Oslo la prossima settimana per continuare un processo facilitato dalla Norvegia”, aveva detto in una dichiarazione il ministero degli Esteri norvegese ribadendo il proprio impegno a cercare “una soluzione concordata” tra le parti. Questi annunci furono confermati da voci chaviste dall’opposizione in Venezuela e dando nuova spinta dalla deriva della destabilizzazione politica nella nazione petrolifera, dopo gli sforzi del governo statunitense di produrre uno “Stato parallelo”, col quale proposero caotiche istituzioni venezuelane in politica interna e relazioni estere del Paese. Successivamente, l’antichavismo e l’ambiente politico dell’autoproclamato Juan Guaidó, così come lo stesso governo degli Stati Uniti, dovettero correre ai ripari davanti alle indicazioni di chi ne fu oggetto da diverse direzioni. Le reazioni aumentavano dal primo incontro tra venezuelani ad Oslo e ora, prima del secondo, i toni segnavano l’agenda. Mike Pence, vicepresidente degli Stati Uniti, in un esercizio di totale dissonanza col riavvicinamento tra venezuelani, aveva detto poco prima del nuovo annuncio dalla Norvegia, che il tempo del dialogo “è finito”, affermando che “è tempo di agire” riferendosi al Venezuela. Durante un’intervista alla CNN, il vicepresidente degli Stati Uniti dichiarava che in Venezuela “è tempo che Nicolás Maduro se ne vada”, senza escludere, ancora una volta, l’opzione militare. Washington continuava a delineare il discorso dei partiti dell’opposizione venezuelana e in virtù di ciò il dipartimento di Stato nordamericano, attraverso Morgan Ortagus, sottolineava: “Come abbiamo detto più volte, crediamo che l’unica cosa che può essere negoziata con Nicolás Maduro sia la condizione della sua partenza”, disse. “Speriamo che i colloqui a Oslo si concentrino su questo obiettivo, e se lo fanno, speriamo che il progresso sia possibile”. Questo fu notato da The Wall Street Journal il sabato dopo l’annuncio pubblicato in Norvegia. Questa domenica l’ex-capo anti-Chavez e latitante Antonio Ledezma, iniziava un dibattito su twitter ponendo una serie di domande. “Cosa c’è, finalmente, in Norvegia? Dialogo? Che cos’è? Ingegno? Errore? Chi lo supporta? Chi approfitta di questa scommessa?” Chiese Ledezma. Ledezma poi chiariva la sua aperta opposizione all’incontro di Oslo: “Maduro e la sua mafia dividono l’assemblea nazionale e vanno in Norvegia come motolitos. Appoggio Juan Guaidó ma la mia responsabilità è di dire che non sono d’accordo sul caso norvegese”. Ledezma indicava come “inalterabile” la via per la “cessazione dell’usurpazione”. Il 26 marzo, Juan Guaidó ha proceduto a firmare e pubblicare un documento come “presidente ad interim”, in cui ribadiva, seguendo la linea di Washington, che lo scopo fondamentale dell’incontro di Oslo sarà dare continuità al suo programma di “cessazione dell’usurpazione, governo di transizione e elezioni libere”, indicando che il suo “ufficio” assumeva tutte le opzioni con responsabilità.

L’anti-Chavismo nel suo labirinto
L’antichavismo si avvicina alla Norvegia con la sua agenda esigua e senza possibilità di successo nel prossimo futuro, data la situazione di stallo e l’inefficacia delle pressioni sul governo Maduro. In sostanza, è stato il Chavismo che dall’inizio di gennaio propose il dialogo tra i venezuelani per contenere l’interventismo della Casa Bianca e la continuità del suo blocco economico intensificatosi dopo l’auto-proclamazione di Guiadó. Ora, l’opposizione ha dovuto aderire a questa iniziativa, dopo che tale opzione era esclusa all’inizio di questa destabilizzazione. Il fattore del dialogo politico, come affermavano i capi dell’opposizione e il senatore statunitense Marco Rubio, è servito in precedenti occasioni per far saltare la fragile coesione dell’opposizione. Questa volta non è l’eccezione. Per la base sociale dell’opposizione e buona parte dei suoi capi, il semplice fatto del dialogo complica le aspirazioni di deporre il Presidente Maduro attraverso l’uso della forza. Uno dei paradossi di questa nuova fase del dialogo, è che l’opposizione sostiene di difendere una proposta che sa essere inaccettabile per la controparte, che non è altro che concretizzare la caduta del Chavismo. Limitando i danni e simulando una forza che non possiede veramente, Guaidó cerca di convincere i seguaci e una parte scettica dei capi dell’opposizione, che il Chavismo viene a Oslo per gestire la sua uscita dal potere e organizzare la transizione. Per i capi dell’opposizione come María Corina Machado, il dialogo è “inconcepibile” e “inesplicabile” nelle circostanze attuali, dato che presumevano che Maduro e il Chavismo erano alle corde e pronti a cedere il potere. La creazione di possibili distensioni politiche con questo dialogo è in effetti una sconfitta per chi credevano nell’efficacia della politica di assedio del Venezuela, attraverso la pressione dell’amministrazione Trump. L’agenda del colpo occulto e la minaccia dell’intervento militare o del colpo di Stato interno non ebbero successo e l’antichavismo nordamericano e venezuelano sembrano ora manovrare, con difficoltà, su un punto che non fu posto sul tavolo. Sembrano fuori luogo e senza la previsione di un “Piano B” che non sia l’opzione militare. Le spiegazioni del notevole esaurimento, inefficacia ed attrito del piano del consigliere per la sicurezza di Trump, John Bolton, potrebbero essere nella fiducia che gli statunitensi erroneamente infusero ai capi dell’opposizione in Venezuela. Questo settore politico fu storicamente caratterizzato dalla bassa coesione politica, dall’assenza di piano programmatico, dalle divisioni interne e dall’improvvisazione. Washington potrebbe non averlo previsto, poiché non sembra conoscere bene i suoi alleati locali. Washington potrebbe non aver previsto in dettaglio che l’opposizione venezuelana ha già una vasta esperienza in vicoli ciechi. Per la quinta volta, in 20 anni di Chavismo, è dovuta andare ai colloqui col governo venezuelano, a causa della destabilizzazione e dei programmi golpisti rivelatisi infruttuosi. È anche probabile che l’attuale amministrazione della Casa Bianca sia stata ingannata dal professionismo venezuelano anti-Chavez, esperto nel creare false aspettative e promettendo grandi risultati, ponendosi come soggetti politici in grado di guidare ed eseguire sul campo la caduta del Chavismo. Forse Washington ora affronta le lacerazioni di un’amministrazione che falliva contro Maduro, proprio a causa della fiducia di Bolton nei soggetti sbagliati. Il golpe fallito il 30 aprile è forse uno dei denominatori che meglio supporta queste ipotesi. Un golpe fallito, “mediocre” , senza programmazione e senza coesione tattica, dava adito all’appello di Washington alle Forze Armate venezuelane a rovesciare il Presidente Maduro, culmine del fallimento dell’anti-Chavismo, lasciandola alla deriva e ora alla porta di Oslo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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